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PERSONAGGIO

Intervista a Lisa Ginzburg, scrittrice e traduttrice


Lisa Ginzburg vive e lavora tra Roma e Salvador de Bahia, è scrittrice e traduttrice, collabora con giornali e riviste (Il Messaggero, Repubblica, Domus). È vincitrice del Premio Donna Argentario 2003 e finalista al Premio Viareggio-Rèpaci 2005. Ha recentemente pubblicato "Colpi d'ala" (Feltrinelli) e tradotto la raccolta di fiabe e storie afro-brasiliane "Orixás" (Donzelli).

- Quali sono le lingue da cui traduce?
Francese, inglese e portoghese.

- Quali delle due è arrivata per prima: la scrittura o la traduzione?
La scrittura. Ma per molto tempo l'ho messa a tacere, privilegiando la traduzione. Tradurre mi insegna fondamentali strumenti del mestiere. Lentezza, pazienza, rispetto per le parole e circospezione nel loro utilizzo.

- Com'è lo stato della letteratura in questi ultimi dieci anni?
Penso che sono stati scritti dei bei romanzi, ma anche che vengono pubblicate moltissime cose inutili.

- Quello dello scrittore è un mestiere solitario quanto quello del traduttore?
Meno, credo. Se scrivi hai bisogno ogni tanto di uscire nel mondo, affacciarti a osservare, ascoltare. Per tradurre no: basta il mondo interiore delle tante parole che si conoscono e si ha la capacità di ripescare, di volta in volta, per restituire un testo.

- Essere traduttore implica avere ottime capacità di scrittura, a suo avviso quanto è importante che nelle Scuole per Traduttori vengano attivati dei corsi di scrittura creativa?
Importante, direi, ma senza esagerare. Io penso che per tradurre bene bisogna soprattutto avere letto molto, e acquisito come abito naturale una consapevolezza della musicalità delle parole, della loro sequenza in frasi. Per il resto, scrivere conta sì, ma non sono convinta che sia fondamentale essere degli scrittori per tradurre. Del contrario invece sono certa: se si scrive bisogna essere, magari senza saperlo, dei potenziali buoni traduttori.

- La formazione è un momento importante, chi dovrebbe essere chiamato a insegnare traduzione letteraria nelle università: un accademico o un traduttore di lunga esperienza?
Mah, d'istinto mi viene da ritenere più importante  la seconda ipotesi. L'esperienza "sul campo" viene sempre prima, risulta comunque più convincente e comunicativa.

- Com'è considerata la professionalità del traduttore, oggi?
Figure di traduttori "letterati" ne conosco e ce ne sono diversi (penso all'Italia). Ma in passato si accordava maggior prestigio a questa professione, che oggi pare spesso una attività qualsiasi, subalterna alla letteratura, senza un suo spessore autonomo.
 
- Un traduttore è anche autore?
Quando la traduzione è di ottimo livello, penso proprio di sì. La capacità di trovare un lessico corrispondente a quello della lingua straniera, di costruire in qualche modo da capo un libro, cosa altro è, se non una abilità autoriale ?

- Lei vive tra l'Italia e il Brasile, la lingua portoghese è secondo lei una lingua poco studiata in Italia?
Poco, sì. Sia in Portogallo che in Brasile è in atto un importante processo di riconsiderazione e rivalutazione della ricchezza della lingua portoghese, e penso si tratti di un evento sacrosanto. Non solo si tratta di una lingua che ha traversato l'oceano ed è parlata in molti più paesi di quanto si immagini. È anche una lingua musicale, bellissima.

- La letteratura portoghese e brasiliana, sono sufficientemente conosciute dai lettori italiani?
Beh per la portoghese si parla quasi sempre solo di Fernando Pessoa, figura straordinaria, ma non basta ! Da poco la cantante brasiliana Maria Bethânia, per esempio, ha confezionato un CD tutto ispirato alla poetessa portoghese Sofia de Mello Breyner della quale, per quel che ne so, in Italia si sa ben poco. Ed è un peccato, perché è una grande poetessa. Del mondo letterario brasiliano, si conosce qualcosa in più ma non abbastanza per quel che riguarda la produzione contemporanea.  Non credo sia solo un difetto di scouting editoriale. Anche una erronea tendenza a pensare che dopo Amado, Guimarães Rosa, Clarice Lispector, il Brasile della pagina scritta sia in qualche modo finito. Figuriamoci !

Dori Agrosì









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