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Intervista a Gaia Amaducci, direttrice editoriale di Epoché
Prima di Epoché la sua formazione è partita subito dall'editoria, anche come traduttrice. Ce
ne può parlare?
Dopo la laurea in Filosofia ho iniziato con uno stage presso la casa editrice
SE di Milano, che poi si è trasformato in una collaborazione durata tre anni.
Mi sono occupata di diversi aspetti del lavoro editoriale quali bozze, revisioni,
commerciale, ufficio stampa e ho anche cominciato a fare i primi passi anche nella
traduzione. Successivamente, presso Alphatest ho imparato a lavorare in team e
a usare bene i sistemi informatici di grafica e impaginazione. Nel frattempo collaboravo
da esterna con altre case editrici. Ho frequentato la Scuola europea di traduzione
letteraria a Firenze, poi sono andata a Parigi dove ho lavorato presso le edizioni
Grasset&Fasquelle nel settore letteratura straniera, ufficio stampa e diritti
esteri, continuando comunque a tradurre e collaborare con case editrici italiane.
La lingua francese degli scrittori Epoché è certamente diversa da quella che si parla, e si legge, in Francia. Come fa
a scegliere il traduttore più competente?
Per me, il traduttore competente è quello che conosce bene soprattutto l'italiano,
quello che non si ferma alla prima voce del dizionario ma va a guardarsi magari
l'etimologia, quello in grado di imprimere un ritmo rispettoso dell'originale.
Un buon traduttore ha la mente aperta e curiosa, non credo sia necessario riservare
determinati testi a chi possiede una cultura specialistica. Può capitare che un
traduttore esperto proponga soluzioni mediocri e invece un neofita con talento
stupisca con trovate formidabili. Credo che si debba aver fiducia e dare più opportunità
ai giovani, a chi si affaccia a questo mestiere magari dopo studi impegnativi
e Master costosi che sfortunatamente non offrono poi la minima possibilità di
mettersi alla prova. Il solito circolo vizioso. Se non hai esperienza non traduci,
ma se nessuno ti fa tradurre come puoi costruirti un'esperienza?
Pensa di pubblicare anche i classici della letteratura africana?
Già lo stiamo facendo, poiché Mohammed Dib per esempio è a tutti gli effetti
un classico, basti pensare che la sua opera è stata tradotta in oltre venti lingue.
Anche Sony Labou Tansi e Kateb Yacine sono classici, per non parlare di Mahmud
Darwish, ormai una pietra miliare della scena culturale araba e internazionale.
Quindi, sebbene per il momento stiamo cercando di concentrarci su autori più giovani
e dinamiche maggiormente attuali per cercare di creare occasioni di dibattito
e "smuovere" un po' la situazione, cercheremo sicuramente di proporre altri classici,
anche se con minor frequenza.
Per proporli al pubblico italiano questi romanzi richiedono un particolare lavoro
di editing?
Non parlerei proprio di editing. Diciamo che è importante mantenere l'atmosfera
di un testo, rispettare la caratterizzazione dei personaggi, mantenere ovviamente
dei termini tradizionali. Però, e questa è solo la mia opinione personale, certe
"piroette linguistiche" operate sul francese possono interessare o divertire un
lettore francese, se in italiano non trovano una forma convincente è meglio tradurle
con un linguaggio standard, magari aggiungendo un tono più vivace o un ritmo diverso.
Come sceglie i romanzi? Questi scrittori sono già conosciuti in altri paesi?
Ormai ricevo in anteprima le uscite degli editori stranieri, come capita normalmente
a chi fa il mio mestiere, poi ricevo proposte da agenti letterari, traduttori,
semplici lettori e anche autori.
Solitamente, gli autori pubblicati da Epoché sono già noti a livello europeo, se non addirittura mondiale.
Da quali altre lingue si traduce per le Edizioni Epoché?
Per il momento dall'arabo, presto anche dallo spagnolo e dal portoghese.
Dori Agrosì
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