Dal 1989 è direttore del semestrale di teoria e pratica della traduzione “Testo
a Fronte” (Marcos y Marcos). È professore ordinario di Critica Letteraria e Letterature
Comparate presso l'Università degli studi di Cassino. Ha pubblicato diverse raccolte
di poesie. Le sue opere sono state incluse in varie antologie di poesia italiana
contemporanea.
Perché in Italia c'è reticenza ad accettare il termine "traduttologia"? È giusto
parlare di "scienza della traduzione"? Abbiamo sempre bisogno di maggiore carburazione rispetto ai nostri partner europei.
Ma ce la faremo con la traduttologia, coi Pacs ecc. È solo questione di tempo.
Traduttologia è un calco sul francese traductologie, mentre Uebersetzunswissenschaft costituisce il calco per scienza della traduzione. Presso il ministero dell’università
è passata la dizione: Teoria e storia della traduzione. Presso il ministero dei
Beni Culturali – su mia richiesta – è stato accettato il termine Traduttologia.
Così si intitola l’opera in due volumi che l’anno scorso hanno pubblicato a mia
cura. La traduttologia è una scienza empirica che deriva il proprio sapere in
parte da due scienze maggiormente codificate: la linguistica teorica e la filosofia
estetica.
Si può definire la traduzione un genere letterario? Lo si faceva già 5 secoli fa, come testimonia Thomas Sébillet; lo ha ribadito
Jiri Levy negli anni 60 del secolo scorso. Sì.
Si può definire la traduzione un'arte? Ogni definizione che applichiamo alla letteratura può essere applicata alla traduzione
(letteraria).
Se la traduzione viene definita "scienza", significa che può esistere solo un'unica
versione per ogni testo? Certo che no. È una scienza empirica. Sia la lingua di partenza sia quella di
arrivo sono in costante trasformazione: dunque il concetto di ritraduzione è implicito
almeno dai tempi di Humboldt.
Assegnare una definizione precisa a "traduzione" non si corre forse il rischio
di cadere nella trappola dei formalismi riduttivi? Basta non fossilizzarsi sui formalismi: occorre assorbire il meglio e poi coniugare
questo “meglio” con istanze da desumersi dall’ambito dell’estetica.
Lo stile narrativo e il ritmo narrativo sono traducibili o permettono con la
traduzione di ricrearne uno nuovo? La traduzione letteraria non può ridursi a un’operazione di “riproduzione”. Nasce
da un incontro poietico (da poiein), cioè dall’incontro tra la poetica del traduttore e la poetica del tradotto.
Una traduzione deve condurre il lettore al testo originale o deve restare invisibile? Quella della visibilità o della invisibilità del traduttore è una delle tante
teorie dicotomiche – cioè formate da coppie oppositive – che danneggiano una riflessione
seria sul tradurre. Una riflessione seria si basa su concetti quali:
- poetica
- intertestualità
- ritmo
- avantesto
- movimento del linguaggio nel tempo
Concetti che tratto nel mio libro "Con il testo a fronte" (Interlinea, 2007).
Dori Agrosì
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