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PERSONAGGIO

Intervista a Franca Cavagnoli, scrittrice, saggista e traduttrice letteraria dall'inglese


Franca Cavagnoli insegna Teoria e tecnica della traduzione all’Università degli Studi di Milano e presso l’ISIT di Milano. Si occupa di letterature postcoloniali di lingua inglese – Australia, Sudafrica e Caraibi – e dal 1987 svolge un’intensa attività di traduttrice e revisore per Adelphi, Einaudi e Feltrinelli. Ha tradotto opere di Toni Morrison, Nadine Gordimer, Jamaica Kincaid, J.M. Coetzee, V. S. Naipaul e David Malouf. Ha curato due antologie di narratori australiani: Il cielo a rovescio (Mondadori 1998) e Cieli australi. Cent’anni di racconti dall’Australia (Mondadori 2000) e la raccolta completa dei racconti di Katherine Mansfield (Mondadori 2006). È autrice dei romanzi: Una pioggia bruciante (Frassinelli 2000) e Non si è seri a 17 anni (Frassinelli 2007) e dei saggi Il proprio e l’estraneo nella traduzione letteraria di lingua inglese (Polimetrica 2010), La voce del testo. L’arte e il mestiere di tradurre (Feltrinelli, 2012). Il suo ultimo racconto, Mbaqanga, è uscito presso Feltrinelli, collana Zoom (2013), una narrazione con voce esotica da cui emerge l’abilità di chi ha un orecchio allenato alle diverse musicalità delle lingue.
Franca Cavagnoli ha all’attivo numerosi workshop di traduzione letteraria, sia in Italia sia all’estero. Nell’intervista ci parla del suo metodo e del suo punto di vista sulla formazione di nuovi traduttori.

Tradurre un testo letterario è un esercizio arduo che oltre alla competenza richiede anche un certo talento di scrittura in maniera da restituire il ritmo e lo stile dell’autore. Il traduttore deve pertanto scomparire, quasi. Sono questi alcuni limiti entro cui muoversi. Senza dubbio la teoria non è sufficiente e un corso di formazione, universitario o di aggiornamento, dovrebbero poter offrire agli allievi gli strumenti adatti affinché ciascuno acquisisca infine dimestichezza e sicurezza nell’impresa del tradurre. La riscrittura, infine, è un errore riconoscibile nei primi lavori di traduzione degli studenti: qual è il tuo metodo d’insegnamento per aiutarli a migliorare?
Ai miei studenti insegno soprattutto a leggere attentamente il testo da tradurre, a coglierne l’intenzione, i rimandi a distanza di pagine, i tratti linguistici marcati, le sfumature della prosa, il ritmo. Cerco di stimolarne le capacità induttive. È dal confronto diretto con i testi, dalle discussioni in classe che si sviluppano le loro capacità critiche, di analisi, di riflessione e, soprattutto, la capacità di argomentare. Ma insegno pure che la teoria aiuta a diventare traduttori più consapevoli, permette di spiegare a un revisore o a un editor perché si è scelta una certa strategia traduttiva e non un’altra, consente a chi traduce di non sentirsi solo nelle scelte che compie.

Quanto è importante affrontare testi di genere diverso?
È importante per varie ragioni. Prima di tutto perché la realtà del mercato editoriale è molto varia. Per tradurre narrativa di consumo bisogna tener conto delle aspettative di un certo tipo di lettore, che legge per svagarsi, e delle aspettative del committente, ben deciso a facilitare il più possibile il cammino al lettore. Per tradurre testi letterari complessi è necessario imparare a rispettare la voce del testo, lo stile dell’autore che si sta traducendo, le sfumature che cogliamo nella prosa. Se in un corso di traduzione si affrontano testi di genere diverso si consente anche agli allievi di capire con quali tipi di testo si sentono più in sintonia, se sono o no tagliati per certi testi. E poi affrontare testi diversi permette di confrontarsi con stili diversi e quindi s’impara a aderire alla scrittura altrui e a non imporre la propria idea di scrittura.

Il traduttore letterario deve disporre di una certa curiosità per la cultura in generale ma deve anche avere la curiosità di frequentare fiere, convegni e corsi di aggiornamento per conoscere altri traduttori, scambiarsi pareri su come iniziare e entrare nell’ambiente. Oggi questo non è più così difficile. Un aiuto privilegiato per iniziare a tradurre potrebbe anche essere quello di affrontare una traduzione in tandem con un traduttore affermato. Quanto è frequente questa pratica?
Credo dipenda da cosa si intende con in tandem. Io credo nel far lavorare un giovane traduttore sotto la supervisione di un traduttore esperto, che lo aiuta a impostare il lavoro, è a disposizione per discutere i punti complessi del testo e lo assiste nelle singole scelte di traduzione, e alla fine rivede da cima a fondo il lavoro con il testo a fronte. È qualcosa che ho cominciato a fare una ventina di anni fa e che continuo a fare. Certo non è un’occasione che si può offrire a tutti.

Consiglieresti a un aspirante traduttore di seguire dei corsi di formazione sulla traduzione e perché?
Senz’altro. Il perché è facile: per non perdere tempo ponendosi falsi problemi. Il docente mette la propria esperienza a disposizione degli aspiranti traduttori, aiuta a inquadrare i problemi, mostra dei modi per risolverli. Inoltre il confronto con i compagni di corso arricchisce molto: si vede subito che oltre alla propria lettura, interpretazione e traduzione ce ne sono altre possibili. L’aspirante traduttore deve avere ben chiaro, però, in quale ambito vuole tradurre. Se è molto giovane gli consiglierei di seguire un corso presso un’università, dopo essersi accertato però che il corso preveda anche un lavoro pratico sui testi, e cioè dei laboratori di traduzione, e non solo dei moduli di teoria della traduzione. Si possono seguire singoli corsi all’interno di percorsi di più ampio respiro – per esempio il corso di Teoria e tecnica della traduzione inglese/francese/tedesca, ecc. per gli studenti di Lingue e letterature straniere, di Lettere moderne e di Storia del sistema editoriale presso l’Università degli Studi di Milano – oppure corsi di laurea in traduzione, come quelli offerti dalle università di Trieste, Pisa, Forlì e, a Milano, dal Dipartimento di Lingue della Fondazione Milano, di cui fa parte l’ISIT, che propone un joint degree in traduzione (equipollente alla laurea magistrale) con l’Università di Strasburgo. Questi percorsi formativi sono molto articolati e durano un paio d’anni. Ci sono poi Master di secondo livello in traduzione molto specifici, come quello proposto dall’Università di Pisa in Traduzione di testi postcoloniali di lingua inglese, per iscriversi al quale è necessario aver già frequentato un corso di laurea magistrale. Sono percorsi diversi, tutti in ambito universitario, che soddisfano esigenze diverse. Per gli aspiranti traduttori che non possono seguire corsi per uno o più anni – o per chi già esercita la professione ma sente il bisogno di confrontarsi con altri colleghi, di seguire dei corsi di aggiornamento – ci sono i workshops organizzati, per esempio, da N.d.T.- La Nota del Traduttore e dall’Agenzia formativa TuttoEuropa di Torino, affidati a traduttori di chiara fama e a professionisti del mondo editoriale.

Un traduttore che traduce in maniera brillante uno scrittore di successo è spesso chiamato a tradurne il seguito. Quanto possiamo essere d’accordo?
Se un traduttore fa bene il suo lavoro è giusto non cambiarlo: ha ‘la memoria storica’ del testo, ne sa più di chiunque altro. Spesso conosce personalmente l’autore; s’instaura un rapporto di fiducia. Il traduttore va cambiato se non è competente, se è sciatto, se ‘tira via’ sul testo, come si dice in gergo.

Una prova di traduzione è in grado di far trasparire da subito un futuro buon traduttore?
Sì. Una prova di traduzione di quattro-cinque cartelle consente di valutare le potenzialità del futuro traduttore. Consente a chi la valuta di intervenire con consigli mirati e di dire: questo lo sa fare, su questo deve lavorare ancora.

Quali sono gli aspetti che andrebbero affrontati seriamente durante un corso in traduzione letteraria? Per esempio, la revisione, l’approfondimento di alcuni aspetti morfosintattici e lessicali di un testo, come anche la correzione delle bozze e come si prepara una scheda di lettura efficace, ecc.
Sono tutti aspetti fondamentali della formazione di un buon traduttore perché gli consente di avere più frecce al proprio arco. Spesso gli editori preferiscono verificare la serietà di un giovane traduttore affidandogli una revisione anziché una traduzione. Imparare a rivedere un testo nell’ambito di un percorso formativo di traduzione permette un gioco delle parti molto utile: nel rivedere il testo di qualcun altro si impara a rispettarne le scelte, a prendere la giusta distanza dal testo tradotto, si diventa più autocritici proprio grazie alla critica che si esprime sul testo tradotto da altri. Oppure un editore può chiedere a un giovane traduttore dei pareri di lettura, e solo dopo un certo periodo di rodaggio in questo campo decidere di affidargli una traduzione. E se chi traduce è anche un attento correttore di bozze – che non si limita a uniformare il testo sulla base delle norme redazionali della casa editrice, ma sa anche cogliere le incongruenze del testo che fossero sfuggite a chi ci ha lavorato prima – ha più probabilità di un altro di trovare lavoro visti i tempi grami in cui ci è toccato vivere. Inoltre molti editori chiedono al traduttore di preparare la presentazione per i librai o il risvolto di copertina del libro che ha tradotto. Quindi affiancare alle lezioni di traduzione delle lezioni di scrittura editoriale può solo rafforzare la formazione complessiva dell’allievo.

In base alla tua esperienza di formatrice, cosa dovrebbe offrire un corso di formazione, oltre alla didattica?

Dovrebbe offrire anche incontri periodici con esponenti dell’editoria perché gli allievi sappiano che cosa si aspettano da loro editor e direttori di collana; fornire le informazioni relative a fiere e saloni dell’editoria, fondamentali per orientarsi e capire chi traduce cosa in Italia; organizzare incontri con agenti letterari e con esperti di diritto d’autore.

Dori Agrosì









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