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Identità e métissage
di: François Laplantine
/ editore: Elèuthera 2004
traduttore: Carlo Milani - Traduzione dal francese
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Carlo Milani
Nota del Traduttore
 Tradurre, tradire. Transduco, porto al di la'; transdico, dico oltre. La traduzione
italiana del saggio di François Laplantine suona: "Identità e métissage - Essere
umani al di là dell'appartenenza". Io, noi e gli altri sono scomparsi, per chiarire,
immediatamente, i termini della questione: il pensiero dell'identità da un parte,
dall'altra il pensiero meticcio. Fissità e Processo, Immobilità e Trasformazione.
La traduzione non è mai esatta, non puo' esserlo: le parole anche piu' semplici,
o banali, o all'apparenza innocenti, coprono campi semantici sempre "lievemente"
sfasati, nel passaggio (trans-) da una lingua all'altra. Datato, ma non troppo,
l'esempio di Eco (da Hiemslev) sulla corrispondenza tra francese e italiano: bois
non è solo legno, bois e' anche bosco, ma bosco e' anche foret, e foret non e'
precisamente foresta. Per me tradurre significa "rendere un significato disponibile",
dare uno strumento in piu'. E' un'operazione al limite, fra il tradimento del
significato originale, sempre sfuggente, e il senso che noi attribuiamo a quella
parola, nel nostro personalissimo idioletto privato. Tradurre questo testo di
Laplantine e' stato molto divertente: ho scoperto che non conoscevo poi molto
bene il suo pensiero (e' stato mio professore di antropologia a Lyon), che c'erano
dei punti ben poco chiari, dove i riferimenti si facevano vaghi (qual e' il ruolo
di Austin e degli enunciati performativi nel pensiero del métissage? non e' evidente
per me, tuttora), dei passaggi invece che mi erano sfuggiti finchè non ho dovuto
trasferire in italiano quel che avevo letto in francese. Per esempio, la teoria
della conoscenza (pp. 84-88) che riassume in poche battute la disputa sugli universali
medievale (pur non citandola mai direttamente) per arrivare attraverso Wittgenstein
a una sorta di nominalismo estremo, si potrebbe dire: il mondo esiste attraverso
il corpo e il linguaggio. Dice Laplantine (o sono io che glielo faccio dire in
italiano?): "Il fatto che non si possa percepire il mondo al di fuori dell'atto
dello sguardo, né descrivere ciò che si percepisce al di fuori della parola e
della scrittura, implica l'impossibilità di uscire tanto dal corpo quanto dal
linguaggio. L'idea di un'autonomia del referente (di ciò che è descritto, dell'oggetto,
del significato) è un'illusione, mentre la sua problematizzazione (Jakobson, Wittgenstein)
non corrisponde affatto all'abbandono del senso." Il discorso vira poi sul campo
etnografico: il "terreno" dell'etnografia e' la relazione, corporea e linguistica,
relazionale, tra studioso e gruppo sociale e culturale: è una compartecipazione
al processo di creazione di senso. L'antropologia, a partire dalla ricerca etnografica,
e' dunque una traduzione, una continua mediazione di significati culturali. Laplantine
arriva a sostenere che l'antropologia e le scienze umane in genere dovrebbero
imitare la letteratura, e le scienze "esatte", e farsi "traduzione" a tutto campo,
abbandonando ogni pretesa scientista e cercando di cogliere il "tra-i due", l'oscillazione
e lo scivolamento dei rapporti umani, delle relazioni umane, per poter finalmente
diventare cio' che afferma di essere: un "discorso sull'uomo / dell'uomo". Questo
e' l'aspetto che piu' mi ha colpito nella traduzione di questo saggio, per le
infinite possibilita' di analogia che apre: l'idea di com-partecipazione, dell'etnografo
e del gruppo umano che descrive, è immediatamente anche com-partecipazione dell'autore,
del traduttore, del lettore nella creazione di senso della letteratura, delle
parole stesse. Ma le applicazioni sono molteplici: dall'osservazione partecipante
dell'antropologia alle scienze esatte: la fisica nucleare si fonda tra l'altro
sull'idea che lo scienziato, osservando, "partecipa" a determinare il risultato
dell'esperimento: fa decadere o meno le particelle osservate (il famoso "Gatto
di Schrodinger"). Uno dei principi della cibernetica, che studia le interazioni
tra l'uomo e la macchina, e' considerare il sistema uomo-macchina (un traduttore
che scrive al computer? una signora col pacemaker? un pilota di formula uno?)
come "sistema di primo livello", dove gli elementi umano e macchinico com-partecipano
alla creazione di significati, e sono descritti da un altro partecipante attivo,
lo scienziato che osserva (o il computer che registra, la videocamera che riprende,
l'apparecchio ecografico che sonda il petto... a loro volta "osservati" da qualcun
altro, e cosi' via.).
I confini tra le parole non sono stabili, questo mi ha insegnato la traduzione
di Laplantine. I confini tra i "campi del sapere", o sono altrettanto labili,
o sono addirittura fittizi. La realta', se esiste, necessita di infinite traduzioni,
che ognuno compie piu' o meno volontariamente per comprendere cio' che lo circonda.
Tradurre e' un atto forzatamente imperfetto, un processo: per questo e' vitale.
Carlo Milani
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