| ROMANZO |

 |
Mrs Haroy. La memoria della balena.
di: Jean Portante
/ editore: Empirìa, 2008
traduttore: Maria Luisa Caldognetto - Traduzione dal francese
C'è un lungo tunnel, un percorso obbligato quando si sceglie la via più breve
per raggiungere il Lussemburgo dall'Italia e viceversa. Un tunnel che in ogni
luogo di passaggio unisce e separa due mondi, nello spazio e nel tempo. Ma che
li può anche trasformare in realtà fluttuanti in cui il prima e il dopo, il qui
e l’altrove rischiano di perdersi - nella memoria e nell'immaginario - in una
deriva senza ritorno. O in un mondo spaccato inesorabilmente in due.
Quando per esempio la storia inizia con un biglietto di andata semplice, come
per quei nonni che, spinti dalla miseria delle campagne abruzzesi, avevano deciso
di seguire l'esodo verso la terra promessa che all'epoca non si chiamava solo
America ma anche Differdange, grazie al ferro di cui il suo sottosuolo rigurgitava,
illudendosi di poter barattare l’inferno con il paradiso. Decisione dalle conseguenze
incalcolabili e scatenerà una valanga di sacrifici, rinunce, ripensamenti, delusioni. Il viaggio, sempre di andata semplice, col tempo comincerà allora a sdoppiarsi
senza tregua: un giorno si deciderà di ritornare in Italia, ci si fermerà un po’,
poi si tornerà in Lussemburgo. i figli faranno lo stesso, i nipoti pure. La grande
avventura sembrerebbe potersi ripetere all'infinito, ma il tunnel diventa sempre
più lungo, la permanenza laggiù sempre più breve. Finché non rimane che l'immagine
del viaggio, mentre il viaggio si è già concluso da molto tempo.
È il tunnel, con quel passaggio nel suo ventre buio, diventa allora luogo mentale
di ogni spaesamento per chi, anello sospeso di una catena interrotta, intraprenderà
un altro tipo di viaggio, necessario alla lacerazione sofferta ma non solo, una
sorta di percorso iniziatico, di attraversamento dello specchio che consentirà,
forse, il recupero della memoria, la ricostruzione del senso, la consapevolezza.
Nel buio del tunnel, come nel ventre della balena Mrs Haroy e di tutte le altre
che, innumerevoli e insospettabili, guizzano con destrezza e s’incrociano lungo
il percorso di questo itinerario romanzesco - da Moby Dick a quella, immancabile,
travestita da pesce-cane delle avventure di Pinocchio - in una sorta di balenologia
sui generis densa di informazioni e citazioni sulla realtà e sui miti che da sempre
le circondano, matura la coscienza e può elaborarsi la scrittura.
Metafora, quella della balena, che percorre (precorre?) e anima il romanzo, ma
anche storia concreta a pretesto (pre-testo?) del narrare. Di una balena che,
avvenimento del tutto straordinario, nel febbraio 1953 fu esibita in carne ed
ossa con la bocca spalancata, morta beninteso imbalsamata, su un lungo vagone
ferroviario della stazione di Lussemburgo. Catturata e uccisa qualche settimana
prima al largo di Cap Haroy, aveva assunto il nome di quel luogo e veniva chiamata
Mrs Haroy. Prima e dopo la sua tappa nel Granducato, il cetaceo farà il giro dell'Europa.
La letteratura lo testimonia qua e là, in particolare in Svizzera, dove - come
ricordava Ismail Kadaré nella prefazione alla seconda edizione del romanzo - la
balena avrebbe persino cambiato sesso trasformandosi in Mr Haroy.
Jean Portante, come Claudio Nardelli, il narratore, aveva solo tre anni l'epoca
in cui la folla affluiva alla stazione per vedere la nuova arrivata. Sarà stato
anche lui tra i curiosi? O forse avrà solo sentito parlare in seguito della balena,
da suo fratello, per esempio, maggiore di lui di tre anni, tre anni o poco più?
L’avvenimento, in tutti i casi, gli lasciò una così viva emozione che rimase impresso
in maniera indelebile tra i suoi ricordi d'infanzia. La storia della balena esposta
in quelle fredde giornate d'inverno alla stazione di Lussemburgo, e forse addirittura
a Differdange, si sarebbe sedimentata nella sua memoria per una ragione che il
narratore ci fa capire chiaramente, il suo personale destino di figlio di emigrati
italiani. Un destino che lo identifica a quello di tutti i migranti ed esiliati,
perché Mrs Haroy, la balena aveva appunto conosciuto la stessa sorte.
Così nel romanzo riescono a fondersi in modo apparentemente spontaneo due dimensioni
che in letteratura non sempre si armonizzano facilmente: da un lato l'aspetto
simbolico, la metafora, in questo caso la balena, e dall'altro il dramma immenso,
che si consuma in una serie innumerevole di fatti, episodi e cronache, e si traduce
nella lacerazione dell’emigrazione. Analogamente al cetaceo, i personaggi, in
particolare il narratore e i suoi, sono in qualche modo sdoppiati: hanno due nonni,
due luoghi, due memorie, due (o più) lingue. Come la maggior parte dei migranti,
cui il mondo appare inesorabilmente scisso, si trovano spesso nella situazione
del né questo né quello, né italiani né lussemburghesi, pur essendo e l’uno e
l’altro. Come la balena, che non è pesce pur vivendo nel mare, né animale terrestre
benché sia dotata ancora dei suoi polmoni originari. Mammifero assurdo provvisto
di pinne, in esilio nelle acque come sulla terra.
Sulle onde fragili della memoria affiorano così le partenze e i rientri - anche
quelli solo vagheggiati – dall’estero (ma qual è, l’estero?), la vita di paese
a San Demetrio in Abruzzo fino agli anni cinquanta, segnata da fascismo e antifascismo,
guerra e resistenza, e al contempo il bassin minier lussemburghese, con le sue
fabbriche e le sue miniere, il lavoro e le sue tragedie, le esperienze, i ricordi
e le nostalgie che la nuova vita a Differdange comporta. All’interno di una famiglia,
divenuta nel frattempo un’autentica torre di Babele, dove gli uni parlano italiano,
gli altri lussemburghese e tutti più o meno francese, con uno spartiacque netto
tra il padre e il figlio maggiore, che optano per un’acculturazione rapida, totale,
addirittura esaltante, e la madre la più legata – come spesso accade per le figure
femminili in analoghi contesti – al paese natale e alla sua lingua) che si ostina
a vivere l'emigrazione come provvisoria, anche se è sempre più chiaro che si tratta
di una condizione che si fa via via provvisoriamente definitiva. Mentre il figlio
più piccolo, Claudio, alias Claude alias Clodi, dilaniato tra due dimensioni inconciliabili,
osserva dal no man’s land di quello che ineluttabilmente sta trasmutando in un
destino definitivamente provvisorio. Sentendo che il tempo, come un rullo compressore,
si porta via le cose, che nel tunnel delle Alpi pezzi interi di memoria svaniscono.
Che egli stesso, che non è già più quello di prima anche se non è ancora un altro,
è adesso più solo, come Mrs Haroy esposta alla stazione, che incarna lo stadio
supremo della solitudine.
Ritornato, adulto, sui luoghi dell'infanzia, irriconoscibili ormai, il narratore
cercherà ogni possibile appiglio, colori, odori, sapori, gesti, immagini che l'assenza
ha totalmente sconvolto o stemperato, per ricostruire un passato, soggettivo certo,
personale e collettivo insieme, e per scrivere il romanzo di questa ricerca che
è anche uno ritrovarsi. La lontananza si tinge d'azzurro, affermava Leonardo,
azzurro che sfuma i colori, ricompone i contrasti, ammorbidisce ogni cosa. Quasi
un richiamo ante litteram agli oceani in cui fluttuano le memorie millenarie delle
balene. La nostalgia - neologismo latino relativamente recente, dai termini greci
nostos e algos, che definiva nel ‘600 una malattia ritenuta incurabile - può trasformare
allora il passato, abbellirlo, mitizzarlo, ridurlo a un paradiso perduto, un rimpianto
sterile. Il rischio è perennemente in agguato. Ma Itaca - è noto – più che nel
luogo del ritorno si svela ad Ulisse nei vent’anni dell’erranza. Così il tema
insidioso della nostalgia si elabora, per l'autore del romanzo, in una tensione
lucida e feconda, il verbo ritornare non significa più “tornare indietro”, quanto
piuttosto “tornare ancora”, quello che importa non sono tanto i luoghi quanto
il percorso che li separa (e i fili invisibili che li congiungono). Per dire che
– riprendendo la metafora della balena – imprigionarla in un solo luogo significherebbe
ormai soffocarla.
Ci si potrebbe anche chiedere, allora, come finiscano le storie di balene. Seguendo
il racconto di Giona – che il testo riprende nelle innumerevoli rivisitazioni
letterarie - al suo ritorno sulla terra, uscito indenne dalle fauci dell’enorme
animale marino che lo aveva inghiottito, gli uomini non possono che cambiare opinione
riguardo a quei mostri apparsi fino ad allora temibili e insaziabili. La balena
entrerà così a poco a poco nella storia degli esseri inoffensivi. I ruoli si invertiranno
e da cacciatore diventerà preda. Perseguitata, uccisa per essere sfruttata. Come
sfruttato, catturato, ucciso può essere l’uomo in un universo senza pietà. Perciò l'orizzonte del romanzo, in cui la balena assurgere a simbolo della precarietà
del mondo e della specie – simbolo e monito – non può non tingersi di ansietà
rispetto ai destini umani e animali che da sempre li accompagnano. Difficoltà
materiali, sofferenze morali, conflitti, persecuzioni, che hanno segnato forse
più di ogni altro il secolo che si è da poco concluso (e continuano a segnare
la nostra realtà presente). Drammi che comportano, come per le balene, spostamenti e sradicamenti e che
partecipano, con l'antico tormento che chiamiamo esilio, dell'essenza stessa della
vicenda umana.
In questo narrare generoso e proteiforme, in cui l’imperitura poetica delle balene
si affianca alla prosa severa e perenne della migrazione, anche la sintassi lievita,
le frasi si agglutinano e si espandono in forma concentrica, a spirale e si riflettono
e si moltiplicano come in un caleidoscopio, come se dall’oscurità del ventre del
mostro la candela oscillante intravista da Pinocchio desse luce forma e vita ai
recessi più nascosti dell’anima. Immagini fluttuanti, effimere, fallaci forse,
sulla cui affidabilità s'interroga la voce narrante di un io adulto (o più d'uno?)
che sceglie di guardare il mondo con gli occhi ingenui e pensosi, ma anche teneri
e divertiti di un bambino. La scrittura sapientemente si scioglie in una lingua,
la strana lingua, come ama definirla l'autore, étrange langue che è straniera
e straniante a un tempo, una lingua che marca consapevolmente la distanza, che
va a sovrapporsi, a interpretarne un’altra, originaria, inevitabilmente straniante
anch'essa. Una lingua che già in sé una prima originale traduzione di qualcosa
che precede, a cui dà corpo e voce, testimone visibile di una perdita avvenuta,
ma al contempo assunzione piena, e felicemente risolta, di un modo altro di abitare
il mondo.
Il viaggio si è consumato anche nel passaggio da una lingua all'altra, in una
sorta di autotraduzione che non si limita unicamente alla parola e che accomuna
migranti ed esuli sotto ogni latitudine. Inclusa quella della letteratura che
vi annovera peraltro molti fra i suoi più bei nomi. Si tratta di un processo che
l'autore chiama effaçonnement, con un pregnante neologismo volutamente intraducibile
per dire della necessaria traversata in cui, come per la balena, il corpo originario
in qualche modo si cancella ma anche che, conservando i polmoni, l’essenza sopravvive
e può ricostruirsi, pur tra le mille insidie che il nuovo habitat comporta.
Forse per questo a chi scrive piacerebbe ora poter pensare di aver almeno sfiorato,
nella versione italiana di un romanzo che esprime, fin nella forma che la lingua
assume, il dramma eterno del confronto con l’alterità, - ma che pure non tace
l’impatto con quell’altrove che storicamente ha coinvolto milioni d’italiani (ed
è un dramma che ci riguarda e ci interpella ancora oggi nella sua attuale versione
tutta speculare all'antica) - aver almeno sfiorato, dicevamo, l'originale vero,
quello che ha preceduto la scrittura, quello di quando tutto ha avuto inizio.
Perché, come ci ricorda l’autore, possiamo dire albero in quasi tutte le lingue,
ma se l’albero dell’infanzia era un mandorlo che battevamo con una lunga pertica
per farne cadere i frutti, ciò significa che si è impressa dentro di noi un'immagine
preziosa, traducibile solo per chi evocando l’albero può condividere quel mondo.
Maria Luisa Caldognetto
|
|
Aiutati nella ricerca con i campi qui sotto, sarà molto più veloce.
|