
Ai primi di febbraio pioveva spesso a Milano, le giornate erano buie e indaffarate,
le settimane una stralunata corsa a ostacoli tra il lavoro, la famiglia, preziosi
ritagli di tempo per amici e letture.
Il sabato un'oasi silenziosa, una tregua lenta, un tempo indisponibile per impegni
lavorativi. Quando un venerdì pomeriggio è squillato il telefono e ho sentito
la voce piena di entusiasmo di Daniel che mi diceva: "Ciao, sono a Genova, avresti
voglia domani di venire qui che mi piacerebbe leggerti una cosa?" sulle prime,
ebbene sì, sulle prime ho pensato che l'indomani era sabato, che non volevo mettere
la sveglia, che non volevo che il lavoro... che in fondo la famiglia… che va bene
tutto però… Ma quanta curiosità, però, quanta allegria improvvisa nel pensare
di lasciare la mesta pioggerellina milanese e andarmene a Genova a sentire Daniel
raccontarmi, in anteprima, una storia… Così eccomi qua. Al Porto Vecchio, stessa
pioggerellina, ma una luce selvatica come solo Genova sa regalare, davanti ai
vicoli, seduta accanto a Daniel in una saletta del suo hotel. Tra le mani lui
ha una cartelletta azzurra, dentro una cinquantina di cartelle dattiloscritte.
Io mi metto comoda, lui comincia a leggere. E' la primissima versione di
Merci. Un monologo pieno di forza, di rabbia, di ironia tagliente e di malinconia.
legge per quasi un'ora. Io ascolto in silenzio. I commenti per dopo. Lui legge
e io tremo pensando, come sempre, a come farò. A come riuscirò a cavarmela, questa
volta, di fronte al torrente impetuoso di questa tirata pensata per essere recitata
in teatro, ancora una volta radicalmente diversa dai suoi testi precedenti. Un'altra
sfida, un'altra avventura. Parliamo un po', dopo. Lui mi spiega il personaggio,
mi spiega il tono, mi aiuta a decifrare le allusioni e i riferimenti. Torno a
Milano in serata, con quella cinquantina di cartelle in borsa e una scadenza di
consegna della traduzione del testo, che verrà pubblicato da Feltrinelli e messo
in scena dal Teatro dell'Archivolto di Genova. Alla conversazione con Daniel,
fanno così seguito le chiacchierate con Giorgio Gallione dell'Archivolto per riflettere
insieme sulla natura di un testo nato per essere recitato. Un lungo monologo,
retto da una fortissima tensione emotiva e tuttavia modulato secondo tonalità
assai diverse, dall'ammiccamento seduttivo nei confronti del pubblico, a brutali
scoppi di ira, all'ironia più crudele, a lunghi momenti di commozione quasi cristallina,
in un ventaglio di registri che si succedono freneticamente nell'arco di un numero
relativamente ridotto di pagine. Un condensato, insomma, di tutta la passione
che vibra nelle pagine di Pennac e che la sua scrittura, frutto di un maniacale
lavoro di revisione, di un acutissimo senso del ritmo e della parola, declina
questa volta nella dimensione esclusiva dell'oralità. Questo è stato pertanto
il mio punto di partenza. Oralità. Parlato. Un uomo e la sua voce. Il resto viene
di conseguenza. Tutte le scelte, le sofferte libertà che mi prenderò discenderanno
da questo. Faticoso percorso, quindi, per chi è da sempre abituato alla narrativa,
alla parola scritta e silenziosa del romanzo, all'ascolto di ritmi tutti mentali,
di geometrie verbali impalpabili. "Immagina di recitarle, le tue frasi," mi ripeteva
al telefono Giorgio Gallione. Io immaginavo già un volto (Alessandro Haber? Stefano
Benni?), una voce, per l'amaro creatore che, insignito di un premio alla carriera,
pronuncia il suo discorso di ringraziamento. Mi prendevo mille libertà che abitualmente
non mi sogno neppure di pensare per seguire il ritmo implacabile, agitato, nevrotico
del monologo. Mi inventavo nomi di città strampalati per improbabili paesini francesi
intraducibili, stanavo atroci tic linguistici della nostra desolata contemporaneità
(l'orribile "assolutamente sì", "assolutamente no", che ormai imperversa anche
quando si domanda solo se il tram su cui siamo saliti fa la tale fermata) per
restituire vacuità di conversazioni telefoniche, mi arrampicavo su tutti i vetri
disponibili per giocare sulle mille accezioni della parola "grazie". Intanto,
come già con il suo ultimo romanzo Ecco la storia, Daniel rivedeva il testo, mi
tempestava di infinite "versioni definitive", sempre più compiute, con una lingua
dal respiro via via più ampio, dove la ruvida amarezza della prima versione si
stemperava in una passione se è possibile più quieta, e il testo si faceva sempre
più solido, più coeso. Scomparivano passaggi su cui la traduzione si inceppava,
come a dimostrare, ancora una volta, che dove la traduzione non funziona c'è forse,
sempre, qualcosa che non funziona nel testo originale. Un lavoro lungo e lento,
un procedere millimetrico e parallelo di due testi contigui e insieme irrimediabilmente
autonomi. Quando il lavoro era finito a Milano faceva già caldo. Ai primi di luglio
tutti temevamo un'estate impossibile come quella del 2003. Invece è andata bene.
E ai primi di settembre, di ritorno dalle vacanze, ho trovato le copie stampate
di
Grazie nella buca delle lettere.