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Il grande Gatsby
di: Francis Scott Fitzgerald
/ editore: minimum fax, 2011
traduttore: Tommaso Pincio - traduzione dall'inglese
Viene considerato il romanzo del sogno americano per eccellenza e, sebbene sia
di fatto la cronaca di un fallimento dai contorni tragici e crudeli, non si può
certo negare che il suo protagonista è un sognatore. Per Jay Gatsby, smargiasso
buono in abito rosa, la ricerca della felicità ha un nome. Si chiama Daisy. È
un perduto amore di gioventù che egli sogna di riconquistare con un mezzo molto
americano: il denaro. Quanto questo mezzo sia perversamente intrecciato alle pene
del cuore lo attesta simbolicamente la luce che Gatsby vede brillare dall’altra
parte della baia, sul molo della casa di Daisy: una luce verde, lo stesso colore
dei dollari. È inoltre ben nota l’ossessione di Fitzgerald per i ricchi, che lo
scrittore considerava creature superiori ai comuni mortali. C’è tuttavia dell’altro.
Fosse stato soltanto questo l’intento – raccontare la sua versione del pursuit of happiness – Fitzgerald avrebbe probabilmente scelto una voce diversa. Avrebbe potuto optare
per il convenzionale narratore onnisciente, oppure lasciare la parola allo stesso
Gatsby, magari pensando un finale sempre fallimentare ma meno tragico.
A spiegarci come sono andate le cose troviamo invece una terza persona.
Nick Carraway è uno strano tipo di personaggio: l’essere cugino di Daisy e vicino
di Gatsby lo colloca al centro degli eventi, nondimeno quasi mai il suo modo di
prendervi parte va al di là di una passiva contemplazione. All’apparenza il suo
ruolo è quello dello spettatore, un individuo non troppo caratterizzato, messo
lì dall’autore per svolgere una funzione assimilabile a quella rivestita nei romanzi
dei tempi andati dai manoscritti ripescati in vecchi bauli: offrire una testimonianza.
È lo stesso espediente cui ricorre Conrad in Cuore di tenebra: pur non arrivando
agli estremi di Marlowe – che descrive Kurtz come pura voce –, anche Nick tende
a disincarnare l’oggetto del suo racconto.
Nei primi capitoli del romanzo Gatsby è di fatto un fantasma. Sentiamo pronunciare
il suo nome, sentiamo le fantasiose voci che circolano sul suo conto, lo vediamo
stagliarsi scuro come un’ombra contro il cielo stellato di una serata estiva.
Quando finalmente si presenta in carne e ossa, la sua figura è così ammantata
di mistero che Nick stenta a riconoscerlo. Gatsby è difatti l’antitesi del mistero.
Tutto in lui è scoperto, vistoso, eccessivo: il suo stile di vita, il suo modo
di parlare, i suoi sogni. È inoltre l’antitesi di Nick, che in apertura di romanzo
si presenta al lettore come un tipo riservato, misurato sia nelle parole sia nel
giudicare il prossimo. Tradurre Il grande Gatsby significa in primo luogo confrontarsi con questo contrasto: la moderazione del
narratore da un lato, l’esorbitanza del protagonista dall’altro. Replicare la
lingua misurata in cui si esprime Nick è certamente la strada maestra, ma può
non essere sufficiente: in italiano è comunque necessario dire di più, vanificando
quell’essere unusually communicative in a reserved way, che fa da incipit al romanzo,
come una sorta di dichiarazione poetica. Per paradosso, un’opzione possibile è
percorrere la stessa strada ma in senso opposto. Per esempio, calcando la mano
su alcune parole, rendendo politician con «intrigante» o careless con «sbadato».
In altri termini: essere insolitamente riservati dicendo più del dovuto, che è
per l’appunto
ciò che ho tentato di fare traducendo Il grande Gatsby.
Tommaso Pincio
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