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Il grande Gatsby
di: Francis Scott Fitzgerald
/ editore: Feltrinelli, 2011
traduttore: Franca Cavagnoli - Traduzione dall'inglese
Gatsby non è solo il protagonista di un classico della letteratura universale;
è soprattutto un luogo suggestivo, struggente. Lavorando alla traduzione ho scoperto
quanto è difficile seguire Fitzgerald nelle sue ellissi – nel montaggio delle
scene ma anche nelle ellissi sintattiche – quanta sollecitudine richiede aderire
a uno dei punti di forza stilistici del libro: la continua tensione fra lingua
scritta e lingua orale. Fitzgerald alterna descrizioni nella lingua letteraria,
alcune delle quali molto poetiche, a passaggi che attingono alla lingua parlata.
Nick, il narratore, riproduce con sapienza i linguaggi altrui e nei dialoghi gioca
con i registri più svariati: da quello formale, a volte un po’ antiquato, di Gatsby,
a quello colloquiale di Tom, di Daisy e dello stesso Nick, fino ai registri popolari
di Myrtle e Wolfshiem, la cui grammatica e ortografia lasciano spesso a desiderare.
Una polifonia che è stato necessario assecondare soprattutto nelle sue asperità.
Fitzgerald predilige alcuni campi espressivi. Le parole del mare – «barca», «nave»,
«corrente», «navigare di bolina» – e quelle legate alla tenebra – «buio», «scuro»,
«oscuro» – hanno portato i critici ad accostarlo a Conrad. Sono parole che affiorano
a più riprese nel romanzo, sia in senso proprio sia in senso figurato, e così
pure le parole legate all’assenza di quiete – «inquieto», «irrequieto», «senza
quiete», «senza posa», «senza sosta». Conservare i rimandi, anche a distanza di
molte pagine, e conservare nel contempo la straordinaria
variazione di Fitzgerald nell’uso dell’inglese, mi è costato molto impegno, perché
spesso i campi
semantici di due lingue non ne vogliono sapere di sovrapporsi. Il grande Gatsby
è un luogo contraddistinto
dalla non permanenza: priva di ormeggi, la scrittura non può ancorarsi alla descrizione
di una successione di eventi ben delineata. L’ellissi di Fitzgerald nasce da qui,
dalla precarietà, ma da qui nasce anche la vaghezza che impregna il romanzo e
seduce i lettori.
Non è stato facile stabilire quando Nick e Gatsby cominciano a darsi del tu,
visto che non si chiamano mai con il nome di battesimo. Fino al quarto capitolo
si rivolgono l’uno all’altro dicendo «Mr Gatsby», «Mr Carraway», ma alla fine
Nick dice al padre di Gatsby che erano amici stretti. Ho deciso di passare al
tu nel settimo capitolo, quando le confidenze sono state fatte e le maglie del
rapporto fra i due sono ormai strette. Non ho invece mai avuto dubbi sul fatto
che tra loro dovessero darsi del lei e non del voi: il romanzo è così moderno
nel suo impianto che la scelta è stata del tutto naturale.
L’agitazione che serpeggia tra le pagine del romanzo è stata anche mia fino in
fondo. Proprio nell’ultima pagina compare l’aggettivo orgastic, una variante poco
comune di orgasmic. Anche in italiano, «orgastico» è poco comune. Il 24 gennaio
1925 Fitzgerald scrisse una lettera a Max Perkins, il suo editor, chiedendogli
di vigilare affinché il correttore di bozze non cambiasse orgastic in orgiastic
visto che l’aggettivo da lui scelto era attinente all’orgasmo e non alle orge.
Come una carta assorbente, ho fatto mia la sua inquietudine e fino all’ultimo
sono stata in trepidazione – e ho controllato a ogni giro di bozze – perché quella
i non facesse capolino nell’edizione italiana. Accogliere l’estraneo – lo Straniero
– in quanto tale, senza assimilarlo,
dovrebbe essere il fine etico della traduzione, ci ricorda Berman. È quello che
ho cercato di fare con Gatsby e con Fitzgerald.
Franca Cavagnoli
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