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ROMANZO

Glifo
di: Everett Percival / editore: Nutrimenti, 2007
traduttore: Marco Rossari - Traduzione dall'inglese


"La neve vergine" - “Come si apre una strada nella neve vergine? Un uomo marcia in testa, sudando e bestemmiando, muovendo a stento i piedi, continuando a sprofondare nella neve molle, alta. Va avanti, sempre più lontano, lasciando sul suo cammino buche nere e irregolari. (…) E la strada è tracciata. Possono percorrerla uomini, slitte, trattori. (…) È il primo uomo che ha il compito di più duro, e quando le forze gli vengono meno uno dei cinque compagni del gruppo di testa va a dargli il cambio. Tra quelli che seguono le sue tracce, tutti, anche il più piccolo e più debole, devono camminare su un angoletto di neve vergine, e non sulle orme altrui. Quanto ai trattori e ai cavalli, su quelli non vanno gli scrittori, ma i lettori.” Varlam Salamov, I racconti della Kolyma.

"Quelli che saltellano" - Ecco chi è il traduttore: non uno scrittore, ma nemmeno un lettore. Forse ha qualcosa del primo o forse è il lettore per eccellenza. Fattostà che gli tocca trottare dietro le orme di chi si è fatto strada – la sua strada – a fatica. Quell’angoletto di neve vergine accanto al piede dello scrittore è il suo margine.
Da bambini si giocava a seguire le impronte di qualcun altro – magari più grande – nella neve, fino a perdere l’equilibrio. Il traduttore diventa così un funambolo delle “buche nere e irregolari”. Ci sono scrittori che tracciano una linea retta, altri che passano con lo spazzaneve.
E poi quelli che saltellano qui e là. Qui arriviamo a Percival Everett.

"Con dentro il sasso" - Glifo è un contenitore di stili, un parcogiochi multitematico che parodizza tutti i generi. Troviamo, in ordine sparso: il genere del campus novel, non senza adulterio e tesine poststrutturaliste; il genere psichiatrico alla Qualcuno volò sul nido del cuculo (come non scorgere il ghigno sardonico di Jack Nicholson sui tratti imberbi ma sarcastici del piccolo Ralph?); il genere carcerario, con tanto di evasione rocambolesca; il genere comico antimilitarista, figlio di Joseph Heller e Kurt Vonnegut, via via fino a sconfinare nel demenziale. E così via. Non appena hai imparato a trottare su un tipo di orme, ecco che lo scrittore cambia passo. E tu con lui. Poi arriva un gioco di parole all’apparenza intraducibile, una citazione nascosta, una riscrittura di Wittgenstein. La palla di neve con dentro il sasso.

"Qualcuno è già passato di qui" - Ma seguendo le tracce di Everett, è facile scorgere i segni lasciati da altri scrittori. D’altra parte il Nostro ha anche scritto parodie del western o del romanzo ipergergale da ghetto. Ecco che allora, traducendo, ci si trova a doversi adattare alla maschera che, mano a mano, lui ha deciso di indossare. Siamo come il Roland Barthes del romanzo: ogni volta che affermiamo qualcosa, ci esprimiamo attraverso le parole altrui, che siano Talete o Nietzsche. Tradurre – forse scrivere, addirittura parlare – diventa un corpo a corpo con la dietrologia letteraria, con l’ansia dell’influenza, con l’impossibilità di dire qualcosa per la prima volta. Il traduttore come ventriloquo del ventriloquo?

"Noi del restauro" - Proprio per questo, per tradurre Everett, è necessario drizzare l’orecchio e sentire la vibrazione di fondo. Quando una frase suona diversa, il Nostro ha piazzato la tagliola di una citazione, per quanto assolutamente gratuita. Come spiegare quel verso di Milton in apertura della quarta parte che, ne sono convinto, avranno localizzato in due o tre? Una volta un professore di storia dell’arte mi raccontò che aveva avuto il privilegio di salire sui ponteggi per il restauro di un affresco ad opera di un maestro rinascimentale. Lì, si era reso conto di alcuni fiorellini che a occhio nudo, dal pavimento della chiesa, nessuno avrebbe potuto scorgere. “Li ha fatti per se stesso,” mi aveva detto con un sogghigno. Ecco, Everett inserisce citazioni ad uso personale. E noi del restauro, sui ponteggi, ridacchiamo. Qualcuno dirà che Everett se la tira, ma noi sappiamo che si sta solo divertendo.

"Un lavoro sporco" - Ma nell’ottovolante di Everett, trova anche spazio l’enigmistica, l’acrostico folle, la gag fonetica, il trabocchetto linguistico, la paronomasia impazzita, la rima interna, il limerick spinto, le poesie anatomiche, i linguaggi tecnici, la prosa d’arte. A volte Everett allenta le briglie: la sua scrittura parte per la tangente e sceglie l’accumulo e l’enumerazione, in una specie di flusso di coscienza isterico. Poi, altre volte, rallenta e si fa controllatissima. Perciò in qualche caso è digressivo, procede per intuizioni e analogie, nel solco della prosa sulle cui spalle Everett (o Ralph?) gira a cavalcioni (e cioè Joyce, Beckett, Sterne). In altri è secco, paratattico, dialogico: insomma, nel solco di Hemingway e prima ancora di Twain (da cui ha preso l’irriverenza). Senza dimenticare il sense of humour, che passando per Tom Robbins arriva fino ai fratelli Coen.
Tradurre è un lavoro sporco, ma qualcuno deve pur farlo.

"Quiz" - Quale sarà lo scrittore che Everett preferisce tra John Barth, Donald Barthelme e Roland Barthes?
Io dico Bart Simpson.

"In sintesi" - Io credo che tradurre voglia dire intuire quello che ha provato lo scrittore. Se la scrittura è forzata, farai fatica anche tu. Se è cesellata, ti metterai a lavorare di fino. Se è sintetica, ti sentirai ridondante. Se è brutta, ti sembrerà di perdere tempo. E se se è perfetta, ti sentirai inadeguato. Con Everett, si sente di avere a che fare con un’intelligenza mobile, spiritosa, dottissima. Credo che la sensazione finale per il traduttore e il lettore, così come forse per lo stesso Everett, sia la stessa.
“È stata una fatica, ma quanto ci diamo divertiti.”
 
Marco Rossari








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