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Giostre, puzzle e altre storie
di: Rachel Trezise
/ editore: Beit casa editrice, 2009
traduttore: Gioia Guerzoni - Traduzione dall'inglese
Indice dell'articolo
pag. 1 La Nota del Traduttore, Gioia Guerzoni
pag. 2 La Nota del redattore, Ana Ciurans
La Nota del redattore, Ana Ciurans
Sembrano ritratti in austero bianco e nero da Corbijn i magazzini, i cavalcavia,
i binari e le fabbriche che fanno da scenario agli undici racconti, due dei quali,
danno appunto il titolo a Giostre, puzzle e altre storie. Non siamo nella Manchester inverosimilmente orrenda, squallida e cupa, del pre punk dei Settanta, ma qualche chilometro più a Sudovest,
a Rhondda Valley, nel Galles postindustriale, una valle dove la povertà ti circonda come un collare cervicale e rincara la dose. Un crogiolo di tutti gli aspetti negativi dell’ urbano e
del rurale dove la vita, guardata da un occhio depresso, sembra ricoprirsi di
un sottile strato di polvere che non viene via. Signore e signori, la provincia. Almeno quella che è stigmate,
odore che non si lava via, peccato originale. L’autrice, Rachel Trezise (Cwmparc,
1978) racconta scorci di realtà attraverso i personaggi, per lo più ragazze che
girano in questo libro come in una giostra. Li stringe al cuore, si sente, con
la complicità di chi ha condiviso con loro uno sguardo senza futuro. E con la
gratitudine, se così si può dire, di chi ce l’ha fatta. Dalle tante foto si ricompone
il puzzle che rivela poi un panorama per niente tranquillizzante. Annoiati, delusi,
cresciuti troppo in fretta e troppo soli, incarnano il dramma di una generazione
impossibilitata a essere lieve sulla propria vita. Alle prime armi con ogni esperienza
che paradossalmente sembra allo stato terminale. Le pagine di Giostre sono permeate dalla solitudine di questi cuccioli con le spalle al muro che mostrano
i denti ma finiscono per mordere solo se stessi. E capaci ancora di ingenuità
che fanno tenerezza. In Coney Island una ragazza, dopo essere scappata di casa, rimane nell’appartamento del tipo
che la carica in macchina perché se fosse uscita la gente avrebbe di sicuro pensato che fosse una ragazzina problematica
che marinava la scuola. In Mele, uno dei racconti più belli che ha dato il titolo originale al libro (Fresh Apples), un ragazzo scampato alle rotaie del treno dice Non è facile avere sedici anni, sai, e non è così facile nemmeno morire. Anche se non mancano verità acquisite dai protagonisti più navigati, la bellezza è come i soldi. Non significano niente se ce li hai e tutto se non
ce li hai, barlumi di speranza Ora sapeva perché aveva portato la gravidanza fino in fondo. Perché voleva dare
a suo figlio un’infanzia innocente, di giochi e felicità e protezione. Insomma salvati, dopo, dall’appartenenza alla terra, dai nonni, dalla fortuna,
da una parvenza di amore, da quel che si può. Qualche volta la prosa s’incaglia,
specie nei dialoghi, ma si riprende alla grande con incipit molto belli “Era il
1977 e il sole palpitava sulla Rhondda Valley. Mia madre girava per il mercato
spingendo il passeggino, con il parasole di percalle che sbatteva contro i paletti
delle bancarelle e le altre carrozzine”. La Tresize ha inoltre il talento particolare
per gli explicit proprio di chi è abituato a lasciare molte cose alle spalle.
Bianciardi diceva che lo scrittore dovrebbe vivere in provincia, perché è più
facile lavorare, perché c’è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia
è un campo di osservazione di prim’ordine dove i fenomeni, sociali, umani e di
costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, in
provincia li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali. Forse, tra i tanti
motivi per cui si scrive, c’è anche la noia e forse chi la subisce ne farebbe
volentieri a meno. Preferirebbe vivere di più e meglio e scrivere peggio e di
meno. Vedere la vita che passa altrove o che t’ignora non predispone alla felicità.
Nella giostra non sempre si sceglie il cavallo e il segreto sta proprio nel fare
il giro completo anche su quello più brutto. E mi scuso per il cinismo. Ognuno
di noi ha la sua provincia nascosta. Da qualche parte. E la tira fuori magari
anni dopo, quando ce l’ha fatta e anche quando no.
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