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ROMANZO

Un gioco da grandi
di: Benjamin Markovits / editore: 66thand2nd, 2013
traduttore: Traduzione dall'inglese di Michele Martino

 
Indice dell'articolo
pag. 1
pag. 2 La Nota del Redattore, Giuliano Boraso

 
La Nota del Redattore, Giuliano Boraso

Dev’essere una persona piuttosto severa con sé stessa, Benjamin Markovits. Per raccontare in maniera così lucida e distaccata la propria inadeguatezza serve una piccola dose di autolesionismo, molta onestà e un sufficiente livello di riappacificazione interiore. Se poi il racconto è venato da una lieve e malinconica ironia, ecco che un potenziale autoprocesso alle proprie velleità si trasforma in un delicato romanzo-memoir che ricorda a tutti una regola aurea dell’esistente: non sempre le cose vanno come devono andare, non sempre siamo obbligati a farcela. Un bel fallimento, se elaborato con la giusta dose di equilibrio, può dare altrettante soddisfazioni di un banale successo.
«Mi soffermo sul dolore che le persone provano quando si accorgono della differenza tra ciò che si è ciò che si vorrebbe essere»: Un gioco da grandi occupa questo interstizio di cui solo gli ottusi non hanno avuto esperienza. Markovits racconta lo spaesamento di Ben, un giovane americano di padre ebreo e madre tedesca che nell’ultimo anno di college decide di abbandonare l’assolato Texas e di trasferirsi a Landshut, grigia cittadina della Baviera, nel tentativo di giocarsi una delle poche carte a disposizione per uscire dall’anonimato: il basket.
Dentro la dimensione sportiva, questa discrepanza tra volere ed essere assume così le sembianze di un ragazzone alto quasi due metri seduto in panchina, con le mani non abbastanza grandi per essere un campione infilate sotto le cosce, al caldo, in attesa della chiamata del coach. Ma ritorna anche al di fuori della buia palestra della Sports Halle, nella solitudine dei lunghi pomeriggi che scandiscono lo scorrere della giornate tra l’allenamento mattutino e quello serale. Qui Ben è l’aspirante scrittore a caccia di materiale umano ed esperienze fuori e dentro il campo da trasferire sulla pagina bianca, consapevole che qualcun altro l’avrà già fatto prima di lui e probabilmente meglio di lui; è il figlio quasi uomo che non ha ancora ucciso il padre, ingombrante anche nell’assenza, anche a migliaia di chilometri di distanza; è l’uomo ragazzino che imbastisce con l’ex moglie di un compagno di squadra una relazione goffa e incerta, segnata da un perenne senso di fastidio verso la persona amata, come spesso succede nelle relazioni giovanili quando «il desiderio si accompagna a un misto di noia, antipatia, disaccordo»; è il turista spaesato e curioso che, mentre passeggia incerto per le vie della vicina Monaco in cerca della casa dei nonni materni, si imbatte nella sinagoga della città sorvegliata da un coetaneo col mitra a tracolla e sorride di una religione così vicina e così lontana. Feroci bagni d’umiltà, prese d’atto spesso scoraggianti, piccole gioie dal retrogusto agrodolce; e sullo sfondo il basket che, pur essendo uno sport di squadra, ha una parte irrinunciabile della sua tradizione nella «solitudine che ti serve a imparare i fondamentali».
Alcune delle pagine più commoventi di Un gioco da grandi hanno per protagonisti i compagni di squadra di Ben: atleti ai margini, anonimi, con la pancetta e le ginocchia compromesse, che grondano di sudore al primo scatto, ma che non hanno del tutto rinunciato alla speranza che qualcosa possa ancora accadere. È su questi uomini che Ben posa il suo sguardo più attento e solidale, mentre è un’ammirazione cauta anche se sincera quella che riversa sull’unica eccezione del gruppo, il giovane e talentuoso Karl, destinato in un futuro nemmeno troppo lontano a sfidare gli alieni dell’Nba.
Durante i riti da spogliatoio − a volte volgari, altre affettuosi, spesso crudeli − e nei rari momenti di condivisione fuori dal campo, Ben apre piccole brecce nella corazza di atleti vinti e rassegnati, e fedele alla lezione dell’adorato Lord Byron, secondo cui «perfino nella costruzione più eterea dovrebbe esserci qualche fondamento di realtà», omaggia in punta di fioretto il talento degli altri, ammirabile in tutta la sua bellezza solo quando si sono fatti i conti con la propria mediocrità.


Giuliano Boraso










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