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Gente di Mumbai
di: Munmun Ghosh
/ editore: Intermezzi, 2009
traduttore: Emanuela Bottaru - Traduzione dall'inglese
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore, Emanuela Bottaru
pag. 2 Nota del Redattore, Dori Agrosì
Nota del Traduttore, Emanuela Bottaru
Hushed Voices, “voci sommesse”: è il titolo originale di questo primo romanzo di Munmun Ghosh,
giornalista e editor. Le voci sono quelle dei 39 personaggi che incontriamo nel
libro. Sommesse, perché appartengono a chi, da sempre, è relegato ai margini della
società. A ognuna di queste voci è dedicato un capitolo, e ogni personaggio racconta
in prima persona la propria storia, spesso legandosi a quella successiva. Ciò
che le unisce è il fatto di essere tutte voci di pendolari: ed è a loro, «a tutti
i pendolari del mondo», che l’autrice dedica il romanzo. Il treno è un mezzo che
affascina per «efficienza, puntualità e velocità»; per alcune persone è il mezzo
di trasporto per recarsi al lavoro, per altre è esso stesso il luogo di lavoro.
In Gente di Mumbai incontriamo una schiera di mendicanti, suonatori, venditori di accessori, ma
anche ladri, che svolgono la loro attività proprio sui treni. Durante il viaggio
sui binari si parla con gli amici, si ascolta la musica, si scambiano confidenze.
Il treno è il luogo dove possono accadere cose belle, una nascita, ma anche brutte,
una rapina. Il treno, però, è soprattutto libertà, la stessa che attrae dalle
campagne così tante persone verso Mumbai, la grande città, che seduce con la promessa
di una vita migliore, rivelandosi invece spesso crudele, corrotta e violenta.
Gente di Mumbai è un viaggio attraverso le strade, le stazioni sempre affollate, i quartieri
a luci rosse, gli slum, gli ospedali. Possiamo sentire rumori e suoni: auto, urla
di venditori, colonne sonore di film bollywoodiani, lingue diverse, preghiere.
Sentiamo odori – profumi speziati, puzza di urina e spazzatura – vediamo colori
di sari, sgargianti per le donne di ceto medio-inferiore, pastello per quelle
di ceto superiore.
Nel linguaggio e nello stile della Ghosh si respira una commistione di colori
e tensioni diverse. Il suo è un inglese molto pulito, di un’autrice laureata in
letteratura inglese che parla
inglese quotidianamente. Il suo stile è a volte aspro, la sintassi spezzata e
si ritaglia di volta in volta sul personaggio a cui il capitolo è dedicato. Il
linguaggio diventa a tratti violento, basso, volgare, mentre in altre occasioni
è aulico, letterario, con metafore e similitudini, anche insolite e originali:
«La stazione inquieta, i binari fiancheggiati da rifiuti, edificio dopo edificio
in una vicinanza indecente, spazzatura che riempie tutti gli spazi vuoti in spazi
concreti, saline e poi distese di verde lucente e immense cucchiaiate di cielo
da scavare e gustare – la città lentamente sparisce dalla mia vista».
Mumbai, città caotica, è anche luogo dai forti contrasti. È stranamente possibile
trovarvi un po’ di tranquillità e intimità, all’ombra di un grande albero in un
elegante quartiere residenziale, per esempio. È caos e quiete, sacro e profano,
è amore e violenza, modernità e tradizione. Tradurre questo libro non è stato
facile: le difficoltà sono soprattutto nel cogliere il significato di termini
e idiomatismi appartenenti alla cultura indiana, introvabili nei dizionari. L’aiuto
dell’autrice è stato perciò fondamentale. I numerosi termini hindi e marathi,
indicanti soprattutto cibo e capi di abbigliamento, li ho riportati in un glossario.
Nonostante la descrizione della povertà, non bisogna pensare in alcun modo che
Gente di Mumbai sia un romanzo triste o pessimista. È al contrario un libro carico
di speranze per il futuro, in un’India che sta cambiando, che da Paese colonizzato
sta diventando protagonista del proprio destino. Dai pensieri e dai discorsi dei
personaggi traspare un senso d’ottimismo: da quelli di Viraat, convinto che presto
in India «nessuno resterà povero a lungo», a quelli di Manisha, per la quale Mumbai
è una città che mantiene ciò che promette, a Sita, fiduciosa che un giorno diventerà
madre, perché la vita è «piena di svolte inaspettate e magiche».
Emanuela Bottaru
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