
La prima volta che ho letto 'Gente indipendente' una decina di anni fa, durante
un corso di letteratura contemporanea all'Università di Reykjavík, ho odiato con
tutto il cuore Bjartur di Sumarhús. L'ho odiato per quella sua testardaggine ottusa,
per quel suo mondo fatto solo di pecore, per quella meschinità di vedute che talvolta
era anche specchio fin troppo fedele di alcune caratteristiche degli islandesi
fra i quali vivevo. A chi mi suggeriva di cimentarmi nella traduzione del più
grande romanzo di Halldór Laxness e colmare una lacuna letteraria da tempo sentita
in Italia, rispondevo che non mi sarei mai voluta accollare quel compito, che
all'epoca mi pareva già incommensurabilmente gravoso, per un romanzo che in fondo
non apprezzavo e di cui non comprendevo la portata. È stato solo anni dopo, con
l'attenta lettura - o le attente letture - garantita dall'operazione di traduzione,
che sono stata in grado di valutare compiutamente questo romanzo: la traduzione
mi ha consentito di vivere nella casa di torba in mezzo a quella brughiera inumana,
di partecipare ai turbamenti inconsolabili di Ásta Sóllilja, di ascoltare le nenie
impastate di paganesimo e cristianità della nonna; e non ho potuto fare altro
che innamorarmi, in qualche modo, di Bjartur di Sumarhús, scoprendo la perfezione
di un personaggio costruito magistralmente, forse il più vivo di tutti quelli
prodotti dalla penna di Laxness, dove niente è fuori posto e ogni dettaglio porta
al compimento di un'immagine inappuntabile. Lavorare su 'Gente indipendente' è
spesso stato un vero piacere, nonostante il peso della responsabilità e il senso
di inadeguatezza che un testo di questa levatura può comportare per un traduttore,
e me ne ha rivelato le delicate simmetrie, i richiami sapienti, i risvolti anche
meno palesi.
In mezzo a tutte le difficoltà che può presentare la traduzione di un testo dall'islandese,
e la traduzione di un romanzo di questo premio Nobel, o del suo romanzo per eccellenza,
c'è la presenza di un ricchissimo tessuto di versi, citati o suggeriti, che siano
di altri autori o composti da Laxness stesso, talvolta su imitazione altrui. Risalire
all'attribuzione di tali versi è già un'impresa di per sé, che presuppone non
solo una conoscenza quasi maniacale dell'intero corpus letterario islandese ma
anche la possibilità di svolgere ricerche approfondite in tal senso. Un caso è
costituito dalle ballate sei-settecentesche che costituiscono il pane quotidiano
di Bjartur e che non sono, ovviamente, mai state tradotte in italiano: queste
rímur venivano composte secondo un metro complicatissimo di cui esistono decine
e decine di varianti, e che prevede anche le rime interne e le rime finali oltre
alla cosiddetta allitterazione consonantica in inizio di parola, a legare i versi
a due a due (il secondo emistichio del primo verso col primo emistichio del secondo),
già di tradizione germanica antica. Nell'impossibilità, o in effetti nell'incapacità,
di mantenere un metro simile in italiano e non volendo aderire alle scelte dei
traduttori in altre lingue, che hanno ridotto considerevolmente il numero dei
versi e hanno operato spesso delle vere e proprie riscritture delle poesie, privandole
in molti casi anche di una minima aderenza al testo originale, ho preferito impiegare
una metrica a noi più vicina, mantenendo costante il numero di sillabe e rimando
secondo schemi di volta in volta diversi, avvalendomi anche del prezioso aiuto
dell'amico Francesco Francis, che verseggia con estrema disinvoltura.
Nella ricchezza della prosa di Laxness, così molteplice, partecipe, sempre molto
ironica - l'ironia è tratto tanto più apprezzabile quanto raro negli islandesi
- e spesso arcaicizzante, nella scelta di vocaboli in disuso, si incontra un'abbondanza
paratattica che risulterebbe pesante, se mantenuta in uguale misura, nella prosodia
italiana. Bjartur stesso si esprime con un periodare semplice e poco involuto,
specchio della linearità, se non della pochezza, dell'animo del contadino, come
le sue creazioni poetiche che sono spesso forma vuota. La ricchezza di coordinate
è una caratteristica già della prosa medievale islandese, un tratto fondante delle
saghe e della letteratura arcaica in genere, indice di eventi percepiti più in
successione o sovrapposizione che secondo logiche consequenziali. Laxness scrisse
numerosi saggi e articoli dedicati alla questione della punteggiatura e impiegò
sempre quella che lui stesso definiva "interpunzione artistica", che deve cioè
dipendere esclusivamente dall'autore ed è un tratto del suo stile anziché una
morta regola sintattica. È ovvio che davanti ad un autore così conscio del proprio
uso dell'interpunzione non si dovrebbero operare scelte in favore della punteggiatura
italiana, ma talvolta è stato inevitabile tentare di trovare un equilibrio, in
quanto alcune serie pesantissime di coordinate per asindeto non risultavano piacevoli
né del tutto comprensibili. Altro mio rammarico è quello di non aver potuto evidenziare
le innovazioni grafiche di Laxness, che nei suoi scritti impiegava una grafia
tutta sua, molto più fonetica e meno etimologica, scombinando letteralmente la
rigida linguistica islandese.
Una finestra come questa rappresenta un'occasione rara per un traduttore, e nel
mio caso rischia forse di diventare una sorta di confessionale in cui poter riversare
sui lettori i propri rimpianti e omissioni; ma se la traduzione deve essere 'viva',
quello che ho tentato di fare con questo compito titanico è stato proprio dare
un corpo, dare una voce alla vita che ho vissuto per lunghi mesi nella brughiera,
insieme a Bjartur di Sumarhús.