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TRADUTTORAMA

Gastronomia e traduzione
di: Dario Giannozzi
 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Dario Giannozzi

 
Nota del Traduttore

Circa due anni or sono comparve su una delle tante liste l'annuncio di un'agenzia tedesca che cercava un traduttore italiano per un database di termini gastronomici. Risposi all'annuncio e, dopo la debita prova, ottenni l'incarico. Da allora la gastronomia, soprattutto le ricette da tutto il mondo, è diventato uno dei miei settori di lavoro.
Piacevole, qualcuno dirà. Senza dubbio, anche se certe cose preferisco mangiarle anziché tradurle...
A parte gli scherzi, cosa comporta, da un punto di vista professionale, tradurre testi di questo genere?
La risposta è semplice. Richiede la stessa professionalità, gli stessi mezzi e gli stessi criteri di tutte le altre traduzioni. Quindi una buona informazione preliminare sull'argomento, più quello che tutti già sanno: dizionari, glossari, enciclopedie, stampa specializzata, uso di internet, ecc.
Una delle principali caratteristiche della gastronomia è la sua estrema varietà a seconda delle zone geografiche. Tradurre una ricetta con la relativa terminologia è un po' come tradurre un manuale tecnico, una serie d'istruzioni: è necessario che la procedura di preparazione descriva esattamente agli "chef de cuisine" la sequenza delle operazioni che devono eseguire, con le dosi esatte, metodi temperature e tempi di cottura ecc. Riuscite a immaginare quale sarebbe il risultato se una ricetta dicesse di cuocere a fuoco vivo anziché a bagnomaria, o se raccomandasse di riempire fino all'orlo una teglia con un impasto che poi lieviterà?
Le cose cambiano ancora quando si tratta di definire una serie di termini per un motore di ricerca.
In un database finalizzato alla creazione di link per la ricerca all'interno di un sito si devono indicare tutte le varianti morfologiche e ortografiche o almeno tutte quelle che è possibile reperire. Per esempio, gli ottimi cantarelli (Cantharellus cibarius, Cantharellus lutescens e così via) sono conosciuti anche con il nome di "cantarelli", "finferli", "gallinacci", certo, questo lo sanno più o meno tutti, ma sono anche "trombette dei morti", "galletti", "corni dell'abbondanza", "finferli a tromba"... E poi la grafia. Voi come scrivete (e quindi come cerchereste): "jogurt", "yogurt", "iogurt", "jogurth", "yogurth" o "iogurth"? Tutti i modi sono ammessi e attestati, e si tratta di un prodotto che compare tutti i giorni su tantissime tavole.
Per non parlare dei nomi locali e dialettali: vi ricordate il "guarracino" della famosa canzone e tutto il corteo di pesci che lo accompagna (palaie, raio petrose, sàrache, dièntece, scurme, mucchie, ricciòle, aluzze, ruongolo...)?
Altri termini (mi riferisco sempre al tedesco) sono presenti in entrambe le lingue, come gli Knödel/canederli della cucina tirolese e non solo tirolese.
A volte poi "grafia" significa anche modo di scrivere a volte errato. In quel database tedesco molti termini erano scritti in modo assolutamente scorretto: "Champanger", "Contreau", "Kartoffelpürre". Quando chiedevo chiarimenti alla referente, mi rispondeva scherzosamente di tradurli in italiano corretto perché erano stati inseriti così "per i nostri clienti 'analfabeti'", raccomandandosi però di inserire a mia volta eventuali grafie sbagliate ma in uso in Italia di mia conoscenza.
È inoltre necessaria una informazione precisa per definire quali sono i nomi propri o da considerarsi tali. Non avrebbe senso infatti tradurre in italiano i nomi di vini, formaggi, piatti tipici.
Ve lo immaginate che effetto farebbe raccomandare di aggiungere un bicchiere di "Borgnognone blu" (Blauburgunder) a un arrosto o di servire i "posticini" (Plätzchen) ai propri ospiti?
E poi Töttchen, sushi, alu achar, Spätzle, solianka, kebab (kebap, kabap, o Döner kebab, se vogliamo andare sul nome commerciale), Beuschel, tortilla, Brötchensonne, befstroganov, Hutzelbrot, taramosalata, tacos, Aachener Printen, matjes, skordaliá, boeuf bourguignon, Königskuchen, borsh, Erdnußflip, aduki (e adzuki),  Krapfen, angel food cake e chi più ne ha più ne metta.
Invariati restano anche i nomi commerciali, come il famoso Dr. Oetker e i formaggini Babybel.
Invece altre volte bisogna cambiare non per adattare alla lingua, ma alla tradizione. La casetta di marzapane della strega di Hänsel e Gretel nell'originale è una casetta di pampepato (farina, miele, zucchero bruno, burro, spezie, cacao, uova, rum, scorza di limone), ma se in Italia parlassimo di pampepato, svanirebbero i nostri ricordi infantili, come per la famosa scarpetta di "vaire/verre" di Cenerentola.
E ancora, zuppa o minestra? L'italiano fa distinzioni, quindi è necessario distinguere e scegliere se il termine o il testo che traduciamo si riferisce all'una o all'altra o a entrambe, tanto più che la zuppa ha una preparazione e una "consistenza" decisamente diversa rispetto alla minestra. Ed ecco quindi la necessità (incontrata nella mia traduzione) di specificare entrambe le possibilità. Schüssel è una ciotola o una scodella? Dipende.
Ma il mangiare bene e il bere bene non sono limitati alle cucine domestiche. Tante sono le manifestazioni che fanno conoscere e valorizzano i prodotti locali. Anche questo fa parte della gastronomia e della sua terminologia, come i Maß/Masskrügen nei Bierzelten dell'Oktoberfest. E al vocabolario internazionale del mangiare e del bere sono collegati le zone di produzione, i luoghi di coltivazione, tra cui per esempio i vigneti e i loro vitigni e vini famosi, e gli squisiti formaggi, con i nomi originali che spuntano dal testo tradotto a evocare sapori, profumi e anche paesaggi: Müller-Thurgau, Archery Summit, Petit Manseng, Pedro Ximenez, Elzenbosch, Colombard, Teroldego, Grauburgunder, Bobal, Bründlmayer, Bordeaux, Riesling, Petite Sirah, Hagelander, Simon-Bürkle, Château Duplessis, Tinta Roriz, Viognier, Dornfelder, Iladoner Pelut, Sylvaner, Garnacha-Peluda, Terret Bourret, Carmenere... Kanterkaas, Queijo Serpa, Menallack, Lappi, Glenphilly, Chaource, Cabrales, Devon Blue, Imokilly Regato, Emlett, Kopanisti, Lancych, Cashel Blue, Gatzazarra, Gjetost, Bierkäse, Tête de Moine, Prastost, Scrumpy Sessex, Queijo de Évora, Delice des Fiouves, Drumlin, Majorero, Kefalotiri, Inverloch, Mysost, Llangloffan, Ladotyri Mytilinis, Roncal...
E, ultimo e non ultimo, l'occhio vuole la sua parte. E allora ecco, inscindibili da cibi e ricette, una bella tavola o un buffet con tovaglia, posate, stoviglie e accessori di tutti i tipi: lo shaker, il calice borgognone e il ballon, la zuccheriera e la salsiera, la pinza da champagne e il secchiello del ghiaccio, i coltelli da pesce, le coppette e i piattini, l'alzata (o l'étagère per chi vuole fare il raffinato), il levatorsoli e il porzionatore, il centrotavola, il tagliere (magari con sopra la Brettljause), il coltello da pane e quello da pesce, la paletta e la forchettina da dolce, la salsiera e la burriera, il portauovo e il cucchiaio da uovo, le ciotoline e i vassoi; e poi un bel locale, raffinato o tipico, la Bierstube (o il Bierkeller a seconda delle esigenze), il pub, il ristorante cinese-giapponese-indiano-coreano (eventualmente con il cameriere napoletano come nel famoso film con Thomas Milian...), l'irish bar, il bistrot o bistrò, tutti con i loro arredamenti e i loro oggetti tipici da tradurre o non tradurre, ma per godere di un linguaggio universale e senza parole che la traduzione può solo aiutare ad avvicinare e ad apprezzare sempre di più.

Dario Giannozzi









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