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ROMANZO

Francobollo d'addio
di: Heloneida Studart / editore: Marcos y Marcos, 2009
traduttore: Amina Di Munno - Traduzione dal portoghese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 La Nota del Traduttore, Amina Di Munno
pag. 2 La Nota del Redattore, Simona Dolce

 
La Nota del Redattore, Simona Dolce

“Hai mai amato qualcuno, Leonor?”
Disse di no, con una risata breve e mordace. Si era sposata per vanità e perché non ne poteva più delle insinuazioni di sua madre che, ogni giorno, le ricordava che aveva venticinque anni suonati. Recandosi all’altare accanto all’uomo che ammirava (“È il più grande talento della nostra generazione”), ripeteva a sé stessa che anche l’amore s’impara.
E invece no, Leonor non ha imparato ad amare eppure non ha imparato a dimenticare il desiderio di amare davvero qualcuno. E la sorella Mariana, così diversa, non ha imparato a dimenticare quell’unico amore perduto, il giovane Vasco ucciso dalla dittatura. Due donne i cui destini sono segnati da un paese schiavo delle convenzioni, un incantevole Brasile molto diverso dalle cartoline festaiole che siamo abituati a vedere; le ambientazioni decadenti e decadute, una nazione logorata dalla corruzione. In questi scenari le vicende di due sorelle e della loro famiglia.
Mariana destinata a restare zitella prende invece una strada inedita rispetto al percorso a cui voleva obbligarla la madre, diventa avvocato e sposa il ricco Bento. Sposa un uomo che non ama, con cui fa l’amore controvoglia; nella loro relazione ogni gesto, sguardo e parola è codificato dentro una griglia linguistica che non va mai oltre la convenzione del rapporto matrimoniale (“Salutò la moglie senza baciarla. La baciava solo in alcune mattine febbrili i cui i rituali facevano ugualmente parte della guerra”). Neppure la perdita di un figlio appena nato smuove i due dai propri ruoli convenzionali; il lutto non li avvicina. Mariana non piange per quel figlio morto perché ha deciso di destinare tutte le proprie lacrime all’amore perduto, a Vasco che resta sempre un quotidiano sottofondo di dolore. Mariana decide di ricordare l’amore proibito e perduto, e il suo gesto è di grande forza rivoluzionaria. E poi c’è Leonor, la sorella destinata a un matrimonio felice invece vivrà con un marito che la tratta come un oggetto, ripiegherà il suo desiderio di amore nel desiderio di un figlio e infine e riuscirà a uscire da queste frustrazioni (quella di donna e quella di madre mancata) nel modo più brutale e violento. Dentro di lei crescerà un odio duraturo e inestinguibile che crescerà “nelle umiliazioni a letto, in quelle della vita, nelle allusioni, nelle ironie bisbigliate, nelle repressioni”. Con le storie delle due sorelle si incrociano poi quelle delle generazioni precedenti. La vicenda della zia Maria des Graças, destinata a restare zitella e morta suicida, si dipana attraverso le lettura di un pacco di lettere destinate alla nipote Mariana scoprendo molti tratti comuni alle due donne. E la storia della madre Mimi, una donna debole, perfettamente integrata nel sistema maschilista del paese è però, al tempo stesso, un personaggio controverso nel suo rapporto con il ricordo del marito defunto che nomina di rado e di cui non conserva alcuna foto.
Il nucleo centrale è la donna e l’oppressione maschilista, l’amore (o il desiderio di un amore) che si scontra sempre con una realtà codificata impostata sull’orgoglio; donna e uomo sono quanto mai divisi e distanti, la violenza pubblica si trasforma in violenza privata, l’oppressione tenta faticosamente di diventare riscatto.
Francobollo d’addio è un romanzo a tratti intenso e poetico che racconta mondi di sicuro interesse, ma finita la lettura mi sono chiesta: ha davvero scavato dentro quella realtà?










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