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ROMANZO

La fine
di: Salvatore Scibona / editore: 66thand2nd, 2011
traduttore: Beniamino Ambrosi - Traduzione dall'inglese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore - Beniamino Ambrosi
pag. 2 Nota del Redattore - Federico Baccomo "Duchesne"

 
Nota del Redattore - Federico Baccomo "Duchesne"

Allo scorso Salone del libro di Torino, mi è stata offerta la possibilità di registrare due videointerviste ad altrettanti scrittori molto diversi tra loro per origine, lingua, aspetto e cultura. Il primo – autore di un romanzo molto lieve costruito su una lunga cavalcata di ricordi d’infanzia più o meno trasfigurati che a tratti divertono e più spesso finiscono per annoiare – s’è rivelato un borioso cronista di se stesso, un po’ troppo convinto, a mio parere, del valore del suo libro, delle sue opinioni e della sua coloratissima camicia a fiorellini. Il secondo – autore di un complesso romanzo dai contorni epici che, con una lingua potente e carica di suggestioni, intreccia una trama di esistenze difficili, amare, disperate, eppure meravigliosamente piene di speranza – ha mostrato invece una disponibilità, una gentilezza e una sensibilità non comuni. Del primo scrittore non ricordo né il nome né il titolo del romanzo. Il secondo si chiama Salvatore Scibona, ha 35 anni, è americano, è stato incluso dall’autorevole New Yorker tra i migliori venti scrittori “Under 40”, ed è l’autore de “La Fine”, romanzo candidato al prestigioso National Book Award nel 2008, uscito in Italia per le edizioni 66thand2nd. Centro del romanzo sono le vicende di alcuni emigrati italiani – un panettiere, una vedova, un ragazzo, un gioielliere, una sarta, ecc. – nell’Ohio degli anni ’50, diversi e distanti ma accomunati dalla ricerca di un’uscita dal pozzo in cui la vita, in un modo o nell’altro, sembra averli gettati. E proprio da qui ho cominciato la mia intervista: che cosa spinge un ragazzo poco più che ventenne a intraprendere un’avventura letteraria che lo avrebbe tenuto occupato per più di dieci anni in storie tanto lontane e apparentemente estranee? Che cosa lo spinge a scrivere e riscrivere di identità offuscate, di percorsi disgraziati, di valigie e di feste di paese? A inseguire un gruppo di uomini e donne dispersi in un tempo e in un luogo che sembra non averli mai davvero adottati? Ne è nata una conversazione appassionata ed emozionante. Scibona ha parlato di sé, delle sue origini, dei suoi avi, dei suoi personaggi, dei loro sogni e dei loro traguardi, della lingua e delle voci, delle ricerche e dell’impegno impiegato, dei viaggi in Italia e delle riscritture, di Cleveland e degli attimi che possono cambiare una vita. E quando, allo scadere del tempo a nostra disposizione, mi sono voltato a guardare la telecamera per consigliare la lettura di questo grande romanzo e salutare, come si usa fare, chi poi avrebbe avuto la pazienza di guardare l’intervista, mi sentivo davvero orgoglioso del risultato. Così, mi sono alzato con una certa nonchalance, mi sono avvicinato al cameraman e, cercando di tirare fuori la modestia più convincente, ho chiesto: «Allora? Come ti sembra che sia andata?» «Eh» ha detto lui, facendo una smorfia, «ho avuto qualche problema con l’audio.» «In che senso qualche problema con l’audio?» Ha mosso la testa su e giù: «Abbiamo perso quello che ha detto lui.» Per un istante sono rimasto interdetto. «E perché non ci hai fermato?» ho chiesto. Il cameraman ha allargato le braccia, stupito: «Non volevo interrompervi, era molto interessante.» Così, ogni volta che mi trovo a parlare o scrivere di questo libro, mi viene in mente un’osservazione che lo stesso Scibona ha fatto in quell’intervista perduta: del romanzo preferisce che non si racconti nulla, che non si anticipi e non si riveli. Rifacendosi alla teoria platonica del linguaggio, è convinto che descrivere, riassumere, condensare, costituisca una corruzione dell’essenza del racconto (un piccolo esempio di questa attenzione: Scibona descrive e muove i suoi personaggi per qualche pagina prima di dirne il nome). E mi sembra sia giusto così: in fondo, al di là dei grandi affanni filosofici, semplicemente non c’è motivo di levare al lettore il gusto di scoprire l’incanto di questi personaggi e di queste storie.

Federico Baccomo "Duchesne"











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