| MIGRAZIONI |

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Figli dell'arcobaleno
di: Moris Farhi
/ editore: Edizioni Lavoro, 2012
traduttore: Isabella Zani - Traduzione dall'inglese
Viaggi per mari ospitali
A corredo di questi Figli dell'arcobaleno avevo pensato dapprincipio di compilare un glossario, magari ragionato: in coda a un libro zeppo di parole prese a prestito da molte lingue
diverse, di toponimi quasi o del tutto ignoti, di personaggi variamente rubati
alle cosmogonie e mitologie di ogni luogo e tempo, forse qualche lettore l'avrebbe
trovato utile. Ma i termini stranieri sono già perfettamente spiegati nel testo,
e allo stesso modo è il romanzo a narrarci verità ed epopea di luoghi leggendari
come Ada Kaleh, per tacere di quelli «tristemente noti». E quanto a personaggi,
o comparse, di nome Adamo, Buddha... e via via fino a Vulcano e Zoroastro, a contare
qui non è tanto il contesto che diede loro vita o la loro precisa collocazione
letteraria, quanto la capacità di evocare in un attimo un'emozione intellettuale,
un ricordo seppure vago, una scintilla di familiarità. Nessun bisogno di un glossario,
insomma. Allora meglio scrivere una breve Nota alla traduzione,
in cui «chiarisci i problemi... commenti sulle difficoltà». Ma se la traduttrice
non ha avuto problemi, se non ha incontrato difficoltà, può dirlo senza il rischio
di sembrare un'insopportabile arrogante o una patetica ingenua? Il punto è che
riesce molto arduo catalogare come «difficoltà» le richieste di questa traduzione
– di ogni traduzione a dire il vero, se il libro ci è entrato nel cuore.
Perché non è stato un problema dover setacciare la Rete in cerca di vocabolari
di lingua romanès, scoprire fra l'altro che «acqua» si dice paní e rendersi conto che quella stessa parola, pani, la usa tua figlia di due anni perché la sua bambinaia è un'indiana del Punjab,
luogo dal quale si ritiene provenga originariamente il popolo rom. Non è stato
un problema consultare fonti cartacee e informatiche, più i colleghi e gli amici
che ogni traduttore felice coltiva, per accertarsi della grafia corretta di parole
romene, serbo-croate, bulgare, turche, ungheresi, e imparare a scrivere velocemente
accenti e segni diacritici necessari. Non è stato un problema dover scorrere e
leggere pagine su pagine web per trovare conferma a nozioni conosciute ma fattesi
magari un po' nebulose – divinità fenicie e greche, storie bibliche – o spiegazioni
su entità, concetti e termini legati a usanze ebraiche, miti induisti, leggende
nordiche. Non è stato un problema dover ripassare la storia e la geografia dei
paesi balcanici. E anche dover tornare a Birkenau, nel campo riservato agli Zigeuner,
e rivivere la narrazione del loro sterminio per mano nazista è stato doloroso,
ma non una «difficoltà».
E allora...? Di traduzione sembra si riesca a parlare solo per metafore, e fra
queste la metafora del viaggio è certo fra le più logore. Ma Figli dell'arcobaleno è in effetti la storia di almeno tre viaggi: quello di Benedict alla ricerca
di Branko, il romaní dentro di lui, l'unico suo sé vitale malgrado solitudini,
paure, la sofferenza della sterilità; quello che poi conduce Branko alla scoperta
e alla riappropriazione del Libro santo, la Bibbia gitana; e infine è la storia
del viaggio di tutto il suo popolo verso la promessa di una vita libera, pacifica
e dignitosa nel Romanestan, paese d'acqua e di sogni.
E forse a questo punto è possibile dire che la versione italiana di questo romanzo
rappresenta un quarto viaggio, quello della traduttrice. Che per un verso si è
lasciata prendere per mano dalla meravigliosa lingua meticcia di Moris Farhi,
dove ogni parola è un patrin che indica la strada da seguire e riduce al minimo la paura di sbagliare, che
è la fatica del tradurre. E per un altro ha potuto accompagnare Branko e i suoi
rom prima alla ricerca del Libro – magistralmente pensato come lirico distillato
di tutti i Libri – e poi di un paese. Mentre il profeta e i suoi figli percorrevano
boschi e fiumi, la traduttrice navigava sul mare ospitale delle parole, imparando
con gioia e meraviglia molte cose del cielo e della terra; e alla fine del viaggio
in un libro che è molti viaggi, si è generato un altro libro, questo. Si poteva
chiedere di più?
Per finire, mi preme ricordare chi mi ha accompagnata: Mariantonietta Saracino
per la fiducia sempre, fin dall'inizio; gli amici traduttori e non traduttori
di Qwerty e di Facebook, in particolare Laura Prandino che mi ha «passato i compiti»
di cultura rom, Marina Morpurgo per la montagna, Ileana M. Pop ed Elisa Comito
per il romeno, Alexandra Foresto e Andrea Rényi per l'ungherese; e il professor
Marco Brazzoduro, di certo «il miglior pral dei rom» in Italia, con tutti gli
amici romaní che ha interpellato per aiutarmi a essere più precisa che potevo.
Grazie di cuore a tutti.
Isabella Zani
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