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FIERA DEL LIBRO

La Fiera del Libro di Copenaghen
di: Bruno Berni

Come ogni anno, nel fine settimana di metà novembre, le porte del padiglione del Forum a Copenaghen si sono aperte venerdì 18, alle 10 del mattino, per ospitare il grande pubblico che fuggendo dal freddo della città talvolta già innevata si rifugia nel calore della carta stampata. La Fiera del Libro di Copenaghen, nata solo agli inizi degli anni Novanta, è ormai l'avvenimento dell'anno editoriale: intorno a essa ruotano gli esordi letterari, il lancio dei nuovi bestseller, l'assegnazione di ambiti riconoscimenti.
Un fitto programma di 650 incontri con scrittori e altre personalità della cultura, 26.000 visitatori, la consegna di due premi della BG Bank, uno dei quali, quello destinato a uno scrittore già affermato, è il più ricco premio letterario danese, con una borsa di 300.000 corone - pari a circa 40.000 euro. Fatto eccezionale, novità dell'anno, anche i due non-vincitori (fra i quali una delle indiscusse promesse della letteratura danese, la scrittrice Helle Helle, attuale quest'anno con il suo struggente Rødby-Puttgarden), sono stati premiati con 50.000 corone ciascuno. A porte ormai chiuse per l'enorme afflusso di pubblico, il premio più ricco è andato invece a Bjarne Reuter, autore di numerosi gialli e libri per bambini: un riconoscimento alla carriera e alla notorietà, che nessuno ha intenzione di discutere in un paese dove tutto sommato la politica culturale, grazie a una serie di invidiabili meccanismi, tende da un lato a premiare la presenza sul mercato, dall'altro a sostenere la qualità, la ricerca, la sperimentazione. Un paese dove al giovane scrittore è permesso vivere all'estero per anni per sviluppare le proprie capacità, e a tutti gli autori - traduttori compresi! - lo stato paga ogni anno una quota commisurata al numero delle loro opere presenti nelle biblioteche pubbliche e dunque affidate alla lettura ripetuta ma di fatto sottratte al mercato.
L'altro premio, quello consegnato all'inizio della rassegna a un debuttante dell'anno, è destinato a portare alla ribalta uno scrittore giovanissimo ed è andato quest'anno a Jonas T. Bengtsson per il romanzo Aminas breve (Le lettere di Amina), una bella storia di amore, schizofrenia, integrazione e disperazione, ambientata in una Copenaghen tanto reale quanto lontana dall'immagine che possono darne le cartoline con il Tivoli e la Sirenetta.
Ma oltre allo 'struscio' fra libri di ogni tipo, di fronte e dentro ai circa 200 stand di editori danesi, la grande attrazione della fiera sono ogni anno i numerosi incontri con gli scrittori nazionali, ma anche con quelli stranieri tradotti in danese (fra gli italiani, in passato, il nostro Tabucchi), le letture di poesia, le presentazioni di libri di cucina, i corsi espressi di disegno a fumetti. Basta infatti vagare per il parterre della fiera, un salone tutto sommato non gigantesco, per rendersi conto di come sia faticoso avanzare quando nelle vicinanze è di scena lo scrittore di grido, o di come il passaggio diventi arduo anche quando sotto i riflettori è il poeta amato e ammirato dal pubblico. Come nel caso dell'incontro con Søren Ulrik Thomsen, al quale un ritardo di solo un paio di minuti poteva essere fatale: un poeta cinquantenne, per di più nelle vesti di coautore di un ostico libro di saggi scritto insieme a un filosofo, era stato in grado di catalizzare per venti minuti, proprio intorno all'ora del pranzo, l'attenzione di un pubblico folto, attento, preparato, disposto a rimanere in piedi o a sedersi in terra pur di non perdere una parola. E visto dalla balconata - generalmente meno affollata - dove ha sede lo stand che ospita ogni anno alcuni traduttori di letteratura danese, fra gli assembramenti di fronte agli stand più gettonati, il calore degli applausi, la folla ordinatamente in fila al guardaroba, le buste piene di libri acquistati, un pianeta culturale tutto sommato lontano e di modeste dimensioni come quello danese non sembra più così piccolo al visitatore straniero che arriva dal sud dell'Europa.

Bruno Berni








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