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FIERA DEL LIBRO

La Fiera del Libro di Torino 2005
di: Riccardo Valla
 
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La Fiera del Libro di Torino 2005 ha confermato la felicità della sua impostazione, legata non solo al libro ma a tutto ciò che gli gira attorno.
Rispetto ai primi anni - quando i convegni si svolgevano in salette spartane, da oratorio parrocchiale - la Fiera torinese ha progressivamente sempre più curato le manifestazioni accessorie. L'organizzazione ha inserito queste manifestazioni in spazi attrezzati che vanno dalle varie sale da un centinaio di posti a due grossi teatri con acustica perfetta.
Quest'anno gli incontri sono stati così numerosi che non si sa se dare la prevalenza al libro o al meta-libro, ossia al discorso che ha il libro per spunto.
Rispetto alle precedenti edizioni, le persone che si aggiravano quest'anno nei corridoi sembravano in numero inferiore, mentre i congressi e le tavole rotonde vedevano sempre il tutto esaurito.
Indicativamente, penso che - in ogni ora della giornata - 500 persone fossero ad assistere a qualche evento culturale.
L'impostazione "libro e congresso" sembra caratteristica di Torino, un po' per la personalità di Ernesto Ferrero - uomo di cultura prima ancora che di editoria - un po' per la brillante idea di inserire congressi e presentazioni nello spazio stesso della fiera. Il passaggio dagli stand ai congressi è immediato.
Quest'anno la traduzione è stato uno degli argomenti più importanti, con incontri quotidiani e la conferenza conclusiva sulla traduzione tenuta da Cacciari.
Cacciari ha inserito la traduzione letteraria nel caso più vasto della traduzione dal pensiero alla parola. Il traduttore ricostruisce in un'altra lingua il pensiero di un autore e compie a sua volta una operazione analoga a quella dell'autore.
Per Cacciari però il testo non potrà mai rispecchiare del tutto il pensiero. Di conseguenza il traduttore dovrà mirare sempre ad avvicinarsi al pensiero, senza fermarsi a un significato particolare, ma tenendo presenti tutti i significati possibili.
I soli testi traducibili "esattamente" sono quelli per cui il linguaggio è unico, indipendentemente dalla lingua. Sono i testi tecnici e scientifici. Per i testi poetici e letterari la traduzione sarà sempre un work in progress.
Le parole di Cacciari ricordano quanto sosteneva Agostino Lombardo. I classici dovrebbero essere ritradotti ogni vent'anni, per adeguarli al nuovo pubblico e alle nuove "visioni del mondo" e ai nuovi paradigmi.
Nonostante la complessità dell'esposizione, Cacciari ha riempito uno dei teatri più grandi della fiera. Un centinaio di persone ha insistito per entrare senza essersi procurata il biglietto in anticipo, e alcune decine sono dovute rimanere in piedi. L'acustica però era ottima. Anche dai posti laterali delle ultime file si seguiva perfettamente la conferenza.
Anche gli incontri curati da Ilide Carmignani per l'associazione "L'Autore Invisibile" hanno richiamato una grande affluenza di pubblico. Ogni volta c'erano persone in piedi. L'interesse era molto alto. Gli incontri duravano due ore, ma nessuno di coloro che erano in piedi manifestava stanchezza o disagio.
Carmignani ha mantenuto il discorso a un livello pratico, sul lavoro quotidiano del traduttore, i rapporti con la redazione, i curriculum dei traduttori professionisti. Il percorso più diffuso è dalla facoltà di lingue ai primi contatti con gli editori e all'istituirsi di un rapporto di lavoro continuativo.
Interessanti le osservazioni di Giorgio Amitrano sulle traduzioni correnti dei classici giapponesi, definite "vecchie ma sufficienti" anche se condotte dal francese o dal tedesco e gli scorci forniti da Enrico Ganni sulla redazione Einaudi e il suo tira e molla con l'editore per l'aggiornamento di varie traduzioni di classici.
Viceversa, nessuno dei relatori sembrava considerare l'attività del tradurre come una buona palestra per poi passare a quella di scrittore - di narrativa - sulle orme di Busi, Altieri e Fruttero e Lucentini se non di Bianciardi. Il solo dei presenti ad avere la doppia attività sembrava essere Ivan Cotroneo.
Singolare il contrasto fra la tranquillità dei relatori - professionisti affermati, con impegni "fino al 2008" come ironizzava Rossella Bernascone, presentatrice brillante e appassionata di alcune tavole rotonde - e le preoccupazioni del pubblico, composto in larga parte di esordienti che incontrano problemi a inserirsi.  A questo proposito, sembra essersi interrotto quel graduale affinarsi delle capacità che avveniva un tempo in  casa editrice, quando gli editori si "allevavano" un proprio gruppo di traduttori. Si avverte un distacco tra le generazioni che non sembra sufficientemente colmato dall'attuale struttura "corso di traduzione più stage" e sarebbe interessante un controllo sull'efficacia degli stage. Gli editori non sembrano rendersi conto della necessità di investire in formazione e l'abituale giustificazione economica non è accompagnata da un esame delle priorità di un'editoria che pubblica un così elevato numero di opere in traduzione. Oggi la situazione sarebbe facilmente rimediabile, ma col tempo si rischia di perdere un importante patrimonio di conoscenza professionale a causa del gap tra le generazioni.

Riccardo Valla








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