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NORD

Fiabe lapponi
di: AA. VV. / editore: Iperborea, 2014
traduttore: Bruno Berni


Benché la diffusione della fiaba popolare nelle epoche più antiche possa apparire a prima vista un dato scontato, in realtà anche in Scandinavia, come altrove, i documenti della sua esistenza rimangono vaghi fino a tempi molto recenti. Rare sono le fiabe trascritte prima dell’Ottocento, più frequenti invece i loro influssi intrecciati episodicamente in opere più antiche e di più ampio respiro: basti pensare ad alcuni aneddoti riportati da Saxo nelle sue "Gesta Danorum" (XII secolo) o da Olaus Magnus nella "Historia de Gentibus Septentrionalibus" (1555), semplici rielaborazioni che rappresentano però sufficiente prova dell’esistenza di temi rintracciabili nelle fiabe che ancora leggiamo. Ma tranne alcuni scarsi e limitati tentativi di mettere per iscritto il patrimonio narrativo popolare, come quelli avvenuti in Svezia all’inizio del XVIII secolo sulla scia dell’opera del Perrault, anche nei paesi scandinavi la fiaba vede paradossalmente l’età d’oro delle raccolte a stampa proprio nel momento in cui la tradizione orale viva da secoli accenna a scomparire, ovvero nel corso dell’Ottocento. È questa l’epoca della vera riscoperta della fiaba dal punto di vista letterario, un’epoca in cui tutta l’Europa era attraversata da un nuovo interesse per le tradizioni popolari. Sorvolando dunque sulle poche tracce precedenti, è a questo periodo che va fatta risalire l’origine delle raccolte più o meno «scientifiche».
La Scandinavia non rappresenta un’eccezione e, naturalmente sotto l’influsso dell’opera pionieristica dei fratelli Grimm, anche qui ebbe inizio con le prime raccolte di fiabe e di canti popolari lo studio di tutto ciò che rappresentava la tradizione da conservare.
Nella presente serie di antologie di fiabe nordiche si è deciso perciò di operare una scelta prevalentemente sulle prime raccolte ottocentesche, nonostante il rischio collegato all’utilizzazione di materiale pubblicato con criteri non sempre filologicamente inappuntabili, perché spesso rielaborato dagli studiosi e quindi, come nel caso delle fiabe svedesi, a volte poco fedele a uno stile narrativo orale. Ma d’altro canto lo scopo non era tanto quello di osservare un rigore filologico, quanto di dare un’immagine delle tradizioni popolari dei paesi nordici. Le raccolte ottocentesche possiedono il pregio di rappresentare un monumento delle culture scandinave, e come tali di avere un valore simbolico notevole per lo studio delle loro tradizioni popolari. A partire da queste raccolte, spesso anche sulla scorta del materiale inedito che ne aveva rappresentato la base, si sono sviluppati tutti gli studi successivi fino ai giorni nostri, studi che sul piano scientifico hanno raggiunto risultati anche considerevolmente superiori a esse, ma che non hanno mai eguagliato il loro rango di classici né la vastissima diffusione che le ha restituite alla medesima tradizione popolare dalla quale erano nate.
Dopo alcuni tentativi di poco successo nei secoli precedenti, l’eredità dei Grimm fu raccolta inizialmente in Svezia da A.A. Afzelius, che a partire dal 1839 pubblicò una raccolta di aneddoti basata sulla sua personale trascrizione di fonti orali. Ma il ruolo di iniziatore della ricerca folkloristica svedese toccò a Gunnar Olof Hyltén-Cavallius (1818-1889). Nato in una regione, il Värend, particolarmente ricca di tradizioni, ebbe presto la coscienza della progressiva scomparsa del patrimonio narrativo popolare, e fu proprio questo uno dei motivi che lo spinsero ad affrontare la sua opera di trascrizione. Hyltén-Cavallius fece già nel 1839 la conoscenza dell’inglese George Stephens (1813-1895), originario di Liverpool ma residente a Stoccolma dal 1834 al 1851, e tra i due studiosi nacque un’amicizia destinata a durare nel tempo e a portare frutti che sarebbero stati il vero punto di partenza per lo studio delle tradizioni popolari svedesi. Dal 1841 al 1847 abitarono nella stessa casa e insieme presero a raccogliere con passione e impegno un patrimonio di antiche fiabe e leggende altrimenti destinato in breve a scomparire. Contemporaneamente invitavano altri raccoglitori nelle varie regioni della Svezia a contribuire inviando loro i testi raccolti dalla voce del popolo. Già alla fine del 1843 l’editore Bohlin di Stoccolma poté concludere il contratto per la pubblicazione delle "Svenska folksagor och äfventyr" (Fiabe e leggende popolari svedesi), il cui primo fascicolo vide la luce l’anno seguente. Un secondo fascicolo uscì solo nel 1849, ma con esso si interruppe la pubblicazione delle fiabe svedesi.
Questi primi due fascicoli avrebbero rappresentato la prima parte – ventidue fiabe di magia, di giganti e di troll, tra cui si è attinto per la sezione svedese della presente serie – di un’opera destinata a comprendere tre parti. Ma le due parti successive, che dovevano raccogliere racconti popolari, storie divertenti, leggende e favole, non videro mai la luce. Nonostante l’indiscusso interesse suscitato dal materiale, Hyltén-Cavallius e Stephens non riuscirono infatti ad attirare sull’opera il successo di pubblico che essa meritava e che solo molto più tardi avrebbe conquistato. I motivi del parziale fallimento, come riconobbe lo stesso Hyltén-Cavallius in seguito, possono essere ricercati nell’apparato scientifico, che traeva spunto da concetti ancora scarsamente apprezzati, e dalle scelte stilistiche dello studioso, che invece di trascrivere le fiabe in una lingua semplice e fresca, vicina allo stile orale dei narratori popolari, aveva fortemente rielaborato i testi in un tono spesso artificiale e antiquato nel tentativo di ricostruire la lingua delle antiche ballate. E nel leggere le fiabe svedesi ci si rende conto di come egli, cercando di restaurare una ipotetica forma originaria, abbia operato una contaminazione delle varianti rendendo il materiale, nonostante la varietà dei temi, monotono e a volte ripetitivo di intere pagine. Basti pensare infatti al carattere triplo della prova, che viene rispettato anche più volte nella stessa fiaba con quasi perfetta identità di formule, fino a trasformare una storia come quella del "Principe Hatt sotto terra" in un romanzo breve, più che in un racconto popolare.
La raccolta era dunque destinata soprattutto agli studiosi, come afferma Hyltén-Cavallius nell’introduzione, e l’apparato critico e la pesantezza dello stile ne tennero a lungo lontano il vasto pubblico. Sta di fatto che le varianti delle fiabe, spesso trascritte allo stato grezzo, sono a volte più godibili dei testi modificati dal curatore. Gli appunti destinati a servire per la continuazione della raccolta rimasero a lungo inediti. I due studiosi distruggevano gli originali man mano che venivano pubblicati, ma ciò che è rimasto è stato pubblicato in seguito e rappresenta ancora oggi una delle fonti più ricche per lo studio della narrativa popolare svedese. Ed è anche per questo motivo che, nonostante lo scarso successo editoriale della loro raccolta e nonostante le numerose raccolte di altro tono pubblicate in seguito, Hyltén-Cavallius e Stephens diventarono per le fiabe svedesi ciò che i fratelli Grimm erano stati per quelle tedesche.
Quasi nello stesso periodo in cui nascevano le raccolte svedesi, la volontà di ricerca delle radici nazionali nella narrativa popolare trovava terreno ancora più fertile in altre regioni della Scandinavia. Nel 1814 la Norvegia, legata alla corona danese da più di quattrocento anni, vedeva finalmente sciolta l’unione. Durante la prima metà del secolo il paese era perciò teso alla ricerca di tratti che confermassero la sua nuova ansia di indipendenza. Il glottologo Ivar Åsen iniziava i suoi tentativi di riportare la lingua norvegese, ormai irrimediabilmente influenzata da quella danese, a uno stato più prossimo all’originario, creando il «landsmål», l’attuale «nynorsk», seconda lingua nazionale norvegese ricostruita in gran parte con l’ausilio dei dialetti dell’interno. In questo panorama si inserisce in maniera fondamentale l’opera di due studiosi, Peter Christen Asbjørnsen e Jørgen Moe, che raccolsero e pubblicarono per la prima volta le fiabe popolari norvegesi. Asbjørnsen (1812-1885), definito in seguito il «re della fiaba», era un personaggio dai molteplici interessi: studioso di scienze naturali, ispettore forestale, scrisse anche un libro di cucina e rappresentò nel connubio con Moe l’elemento di stimolo. Jørgen Moe (1813-1882) era invece un carattere più riflessivo, più critico: teologo, diventò poi vescovo e lasciò in gran parte al collega l’opera di raccolta delle fiabe. Già nel 1837 i due studiosi iniziarono il lavoro di trascrizione del materiale popolare e nel 1842 pubblicarono il primo volume della raccolta "Norske Folkeeventyr" (Fiabe popolari norvegesi). L’anno seguente uscì il secondo volume e nel 1852 fu pubblicata una nuova edizione ampliata, dedicata ai fratelli Grimm.
Molto è stato scritto sul ruolo dei due studiosi nell’opera, ovvero sulla differenza tra l’apporto di Asbjørnsen e quello di Moe: la differenza risulta più chiara prendendo in esame i metodi adottati in una raccolta posteriore, quella pubblicata dal solo Asbjørnsen nel 1871 (seconda edizione nel 1876). Diventato vescovo, Jørgen Moe aveva infatti interrotto la sua attività letteraria lasciando al collega e amico la disponibilità dei suoi appunti personali e di quelli raccolti insieme, e Asbjørnsen aveva provveduto dunque a pubblicare nel 1871 una nuova raccolta di carattere diverso. È stato detto che il lavoro comune tendeva in buona parte a presentare, grazie anche allo spessore culturale di Moe e al suo intervento nella pianificazione dell’opera, le fiabe realmente «epiche», quelle che avevano maggiore importanza per la tradizione norvegese, importanza che in seguito hanno visto amplificata proprio grazie alla diffusione a stampa. La raccolta del solo Asbjørnsen, nel 1871, è stata invece accusata di indugiare sul carattere umoristico, aneddotico della narrativa popolare, forse seguendo lo spirito dell’autore. Ma se vogliamo credere al fatto che fosse basata in gran parte anche sugli appunti di Moe – e non c’è motivo di dubitarne –, forse il diverso carattere del materiale è dovuto piuttosto alla circostanza che la porzione più rilevante della tradizione fiabistica norvegese era oramai pubblicata, e ciò che rimaneva era rappresentato da materiale sicuramente meno «mitico», più vicino all’aneddotica popolare che alla tradizione del racconto di magia, forse più contaminata, ma non per questo meno importante. A riprova di ciò rimane il fatto che le raccolte pubblicate sulla scia di quella di Asbjørnsen e Moe, e inizialmente per lo più regionali, spesso si limitano a registrare varianti e contaminazioni in forma dialettale, ma quasi mai aggiungono realmente qualcosa di nuovo al monumento creato dai due studiosi. E del resto, a dimostrare il carattere complementare delle raccolte a quattro mani e di quella del solo Asbjørnsen va anche l’impressione di completezza che si ricava dalla loro pubblicazione in un corpus unico, che a partire dalla fine dell’Ottocento rappresenta la norma.
Se la raccolta svedese di Hyltén-Cavallius non aveva mietuto il meritato successo a causa del linguaggio troppo elevato e in buona parte artificiale, quella di Asbjørnsen e Moe corse lo stesso rischio per la estrema semplicità dello stile, che proprio grazie all’intervento di Moe veniva conservato il più vicino possibile alla lingua del popolo. Ma nonostante le esitazioni della critica, le fiabe norvegesi ottennero notevole successo tra i lettori e assunsero un posto di rilievo nella fiaba europea. È di Jacob Grimm infatti l’affermazione che «le fiabe norvegesi sono le migliori che esistono», e la raccolta di Asbjørnsen e Moe fu subito tradotta in tedesco e pubblicata con introduzione di Tieck.
Tra i paesi nordici nemmeno la Danimarca fa eccezione alla regola che vede nascere le prime vere raccolte di fiabe popolari sulla scia dell’opera dei Grimm. Basta scorrere l’indice della prima raccolta danese, quella delle "Danske Folkeeventyr" (Fiabe popolari danesi) di Matthias Winther, pubblicata già nel 1823, per notare come molte delle fiabe dei Grimm fossero già entrate nell’immaginario popolare e potessero essere considerate «fiabe danesi». Tra le fiabe «originali» riportate da Winther troviamo infatti palesi prestiti da materiale in primo luogo tedesco, e non solo popolare, come dimostrano "La casa di frittelle" (Grimm) e "L’uomo e la sua ombra" (sul tema di Chamisso ripreso più tardi da Andersen). Del resto va notato che un’edizione parziale delle fiabe dei Grimm era stata pubblicata in danese nel 1821. Proprio per la troppo chiara discendenza di buona parte della raccolta di Winther dalla narrativa «popolare» di altri paesi, forse, l’opera passò quasi inosservata e lo stile davvero poco convincente dimostra che i tempi non erano maturi per le raccolte di stampo scientifico come quelle svedesi e norvegesi, che in fondo nacquero qualche decennio più tardi. Sta di fatto che il progetto di un secondo volume non fu mai realizzato e lo stesso Winther, spesso dimenticato dalle storie della letteratura, non è mai stato una figura di rilievo per lo studio delle tradizioni popolari danesi. Ma uno dei suoi meriti rimane quello di aver suscitato l’interesse di Hans Christian Andersen. La prima fiaba tradotta nel volume danese di questa serie, "Gli undici cigni", è stata scelta a dimostrare l’occasionale tendenza di Andersen a riprendere la materia dalla narrativa popolare, in questo caso per "I cigni selvatici". E oltre alla memoria di ciò che lui stesso aveva sentito raccontare durante l’infanzia, agli inizi della sua carriera Andersen aveva a disposizione solo la raccolta di Winther.
Più fortuna ebbe invece la raccolta di Christian Molbech (1783-1857), pubblicata nel 1842 (ma sul frontespizio compare la data del 1843), e il motivo del successo risiede forse nel fatto che essa non accoglieva solo fiabe danesi, ma anzi materiale ripreso da raccolte di varie epoche e paesi e singole fiabe d’autore. Tra le settantatré fiabe, le otto di sicura origine popolare danese sono annotate da Molbech in gran parte dalla voce di un contadino di Gjellerup, Jens Pedersen, il cui figlio più tardi sarebbe stato la principale fonte orale per le raccolte pubblicate da Evald Tang Kristensen verso la fine del secolo. Le fiabe danesi di Molbech sono riportate in uno stile più ricco, probabilmente più fedele all’originale orale, ma certo modificato dallo studioso. Al contrario della raccolta di Winther, quella di Molbech fu ristampata nel 1854 con poche variazioni e più volte in seguito, e rimase un classico. Ma anche in Danimarca la ricerca dello «spirito popolare» portò gli studiosi, alla metà dell’Ottocento, a raccogliere canti popolari e fiabe su vasta scala. Con la sua opera, che per carattere era ancora distante dalle grandi raccolte ottocentesche, Molbech non ottenne perciò la palma di pioniere, che spettò invece a Svend Grundtvig (1824-1883).
Grundtvig iniziò a operare alla metà del secolo su principi innovativi. Nota ed emblematica del rinnovamento dei metodi è la sua polemica nel 1847-48 proprio con Molbech sui criteri da utilizzare per la raccolta dei canti popolari: Grundtvig, la giovane generazione, difendeva il principio della pubblicazione completa dei testi con tutte le varianti, mentre Molbech, la vecchia generazione, proponeva un misurato intervento dello studioso. Nel campo dei canti popolari i principi di Grundtvig diedero origine alla raccolta "Danmarks gamle Folkeviser" (Antichi canti popolari danesi), iniziata nel 1853, continuata da generazioni di studiosi e portata a termine solo nel 1976. La raccolta classica nel campo della narrativa popolare fu invece rappresentata dalle sue "Gamle danske Minder" che, pubblicate in tre volumi dal 1854 al 1861, comprendevano oltre alle fiabe tutta una serie di racconti e aneddoti popolari. Anche per questo motivo nella scelta che sarà qui presentata si è tenuto conto delle raccolte antologiche di sole fiabe pubblicate dallo stesso Grundtvig rispettivamente nel 1876 e nel 1878, con l’aggiunta di un volume postumo uscito nel 1884, raccolte che come è naturale raggiunsero una diffusione molto superiore a quella delle "Gamle danske Minder". Da una raccolta più recente, le "Danske Sagn og Eventyr" (Fiabe e leggende danesi) di Axel Olrik, pubblicata nel 1913, è tratta la versione qui tradotta della fiaba "Re Drago", un classico danese. La presenza delle fiabe di Andersen, che raggiunsero immediatamente la risonanza internazionale che ancora conservano, non limitò in Danimarca l’attività di raccolta delle fiabe popolari, ma impedì certo all’opera di Grundtvig di ottenere al di fuori delle frontiere il successo che era stato tributato ai suoi colleghi norvegesi e svedesi. Né si può negare che, per lo stesso motivo, le raccolte di Grundtvig, che di fatto rappresentano per la Danimarca ciò che quelle di Hyltén-Cavallius e di Asbjørnsen e Moe rappresentano per la Svezia e la Norvegia, non abbiano raggiunto nemmeno in patria il ruolo e la mole di ristampe che meritano.
Se nel resto della Scandinavia lo studio delle fiabe, come si è detto, aveva segnato una ricerca dell’anima popolare, a volte con punte di nazionalismo – come nel caso della Norvegia –, un panorama diverso è quello presentato dalle fiabe lapponi. Il popolo lappone, popolo nordico forse più degli altri, ma nomade e da sempre sotto la dominazione di almeno quattro nazioni – la Svezia, la Finlandia, la Norvegia e la Russia – non ha mai ottenuto, né del resto ha mai preteso, l’indipendenza politica, tantomeno quella culturale. I lapponi – ma sarebbe più giusto chiamarli «sami» – hanno sempre rappresentato per la Scandinavia una minoranza muta e quasi dimenticata. La dimenticanza ha toccato in passato soprattutto gli altri scandinavi, ovvero le nazioni che con i lapponi dividono le regioni a cavallo del Circolo Polare, e che per centinaia di anni hanno emarginato la loro cultura. Secoli di isolamento hanno spinto gli stessi lapponi a considerare la propria come una cultura inferiore, un valore da rifiutare per poter essere accettati dal mondo circostante. La loro letteratura è giovane, se si pensa che le sue prime vere espressioni risalgono a un secolo fa, e tenendo conto del fatto che solo negli ultimi mesi del 1991 la loro lingua – una serie di dialetti ugro-finnici anche molto diversi tra loro – ha ottenuto in Norvegia il privilegio di essere considerata una delle lingue ufficiali, non è difficile comprendere come fosse impossibile per un lappone tentare di trascrivere il materiale narrativo tradizionale del suo popolo come espressione della coscienza nazionale di una nazione inesistente nella forma e nella coscienza.
Nonostante la sfavorevole situazione, la trascrizione della cultura lappone può vantare precursori illustri, anche se estranei al suo popolo. Le prime espressioni dei suoi canti – i joike – registrate da Olaus Sirma, furono infatti inserite da Johannes Schefferus nella sua opera Lapponia, pubblicata a Francoforte nel 1673, e da lì riprese da Herder per le sue "Stimmen der Völker". E mentre tutta la Scandinavia era attraversata dall’ondata di raccolte di fiabe, andò ai norvegesi il merito di cominciare a trascrivere il patrimonio popolare dei lapponi. Una prima raccolta fu pubblicata da J.A. Friis nel 1871, purtroppo sulla base di annotazioni di seconda mano. Ma la raccolta di fiabe e leggende lapponi cui spetta il merito maggiore di completezza e fedeltà è quella pubblicata solo mezzo secolo dopo in Norvegia da Just Knud Qvigstad (1853-1956) dopo decenni di lavoro. Qvigstad visse a lungo tra i lapponi e dedicò tutta la sua lunghissima vita allo studio della loro lingua e della loro cultura. Già nel 1887 pubblicò, in collaborazione con G. Sandberg, una raccolta in norvegese dal titolo "Lappiske Eventyr og Folkesagn" (Fiabe e leggende popolari lapponi), basata su trascrizioni personali sue e di Sandberg e dunque più attendibile di quella di Friis. Tra il 1927 e il 1929 curò infine i quattro volumi delle "Lappiske eventyr og sagn" (Fiabe e leggende lapponi) (1927-29), pubblicati con testo a fronte norvegese – che è alla base della traduzione qui presentata –, che rappresentano per la cultura lappone un’opera monumentale difficilmente superabile, anche per la precisione delle indicazioni geografiche e per la meticolosità dei riferimenti sui raccoglitori e sui narratori. Va da sé che proprio da questa raccolta si è ripresa la gran parte del materiale per la presente antologia. Ma per una maggiore chiarezza sui temi e sui personaggi dell’immaginario lappone, del tutto sconosciuti a un pubblico italiano, per questa sezione si è scelto in via eccezionale di mescolare al nucleo di fiabe propriamente dette una breve rassegna di leggende tratte dalla prima raccolta pubblicata da Qvigstad in collaborazione con Sandberg.
Il presente volume di fiabe della Lapponia sarà seguito dai singoli volumi delle diverse aree geografiche cui si è fatto riferimento. Ai criteri che hanno guidato la scelta delle fiabe si è già fatto cenno sopra. Va aggiunto forse che in paesi storicamente affini come quelli scandinavi è normale trovare nelle fiabe popolari una serie di temi comuni in fondo a gran parte della tradizione europea, ma a causa delle differenze etniche e culturali spesso profonde è altrettanto normale imbattersi in tratti quasi del tutto autonomi o in temi che hanno subito uno sviluppo e un trattamento particolari. In una scelta molto limitata come questa si è dunque cercato di evitare inutili ripetizioni – soprattutto nelle raccolte norvegesi e lapponi (ma anche svedesi) è facile trovare lo stesso tipo di fiaba –, riportando però fiabe simili quando ciò fosse utile a evidenziare il diverso sviluppo di un tema o di un personaggio, o a sottolineare l’origine non strettamente popolare dell’argomento. Il Ceneraccio norvegese – per il quale si è scelto di conservare in italiano il nome usato da Alda Castagnoli Manghi nella sua traduzione delle fiabe norvegesi – è il Ruobba lappone, protagonista della variante «moderna» di un’antica leggenda sami, e rimane il dubbio sulla vera cittadinanza di un carattere così tipicamente originario delle regioni semideserte del Nord. Le prove di forza del ragazzo col gigante, in una delle fiabe svedesi, sono le stesse della fiaba lappone del "Ragazzo a servizio dal gigante", e nello stesso modo le avventure di "Anders Buhara" ricordano quelle del povero giovane che è vittima inconsapevole e fortunata della norvegese "Per, il ricco commerciante", e così via per una lunga serie di temi e situazioni. In gran parte si tratta sicuramente di temi comuni, o comunque frutto di contaminazioni più antiche, mentre è più difficile credere che l’origine della fiaba lappone "Il ragazzo povero e la volpe" non sia un’influenza recente del "Gatto con gli stivali" di Perrault o che "Il ricco Mattis e il povero Mattis" non derivi direttamente da "Il piccolo Claus e il grande Claus" di Andersen.
Ma se simili sono i temi, diversi sono i personaggi, come lo Stallo lappone è diverso dal gigante svedese, e diversa è appunto l’atmosfera: non è solo la slitta al posto della carrozza a cambiare l’ambientazione. Se in tutte le fiabe qui pubblicate la dimora del re è più una grande fattoria che un vero castello, in quelle norvegesi e lapponi i personaggi si muovono in spazi ampi e deserti, in una natura selvaggia che non è identica al paesaggio campagnolo di quelle danesi. A dispetto dunque della somiglianza dei temi, spesso comuni a un ambito geografico che abbraccia l’intera Europa, e dei quali sarebbe impossibile e forse inutile disegnare una mappa veritiera, vale forse la pena di prendere queste fiabe come sono: testimonianze raccolte in un’epoca in cui il progresso tecnologico non aveva limato le peculiarità regionali, in cui l’arte della narrazione e della memoria erano ancora vive, espressione del modo in cui un popolo vede se stesso e di come, in fondo, vorrebbe essere visto dagli altrii.

Bruno Berni

[Questo testo è stato pubblicato come postfazione al volume Fiabe lapponi, Iperborea 2014]















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