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ROMANZO

Ferito
di: Percival Everett / editore: Nutrimenti, 2008
traduttore: Marco Rossari - Traduzione dall'inglese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 La Nota del Traduttore, Marco Rossari
pag. 2 La Nota del Redattore, Ana Ciurans

 
La Nota del Redattore, Ana Ciurans

Nell’America delle grandi pianure e delle Montagne Rocciose ogni cosa, nel bene e nel male, sembra destinata a essere eterna. I pregiudizi, la malvagità, l’indifferenza della natura, ma anche la stretta di mani che vale un contratto. Il bene e il male manichei, sospinti dai venti del vecchio continente e radicati qui, ancora puri. Non c’è dubbio (ed è un sollievo) che nel grande west ci sia ancora questa strada maestra dove tutto ha una giusta posizione. John Hunt è un cowboy rigorosamente disarmato, burbero come ogni cowboy che si rispetti. Addestra cavalli senza usare gli speroni, è laureato in arte, vedovo e nero. Qualche problema lo ha avuto. Questa è l’America. Qui è pieno di bigotti. (…) In giro è pieno di gente stupida e meschina. Non è difficile trovarne. Ci sono un sacco di persone ignoranti e un sacco di persone intelligenti e simpatiche. Perché, dove vivi tu è molto diverso? Un uomo tutto d’un pezzo che ha una risposta a ogni domanda. O almeno ci prova. Vive con il vecchio zio Gus e intorno gli ronza Morgan che ne è innamorata. Duro lavoro nel ranch e qualche puntata in paese. Il ritrovamento del cadavere di un ragazzo gay, del cui omicidio viene accusato il suo aiutante, attira David, figlio di un suo amico e attivista gay che in un momento di profonda crisi personale decide di trasferirsi al ranch e abbandonare Chicago. Tra i due si crea una profonda intesa che non ha bisogno di molte parole. Tuttavia la vita non ritrova più il suo naturale andamento perché la violenza, si sa, è una brutta bestia che si nutre di odio. E quando la minaccia diventa crimine, come dice Gus, è finito il tempo di parlare. Il libro s’ispira a un fatto di cronaca che risale al 1998, l’assassinio di Matthew Shepard. E in Ferito la storia, dove non c’è mai risentimento e l’odio viene combattuto con l’ironia, ne esce sovrastata da una terra che non è sfondo, ma protagonista. Ferito ha qualcosa di epico. Succede quando la natura selvaggia trova il respiro giusto per raccontarsi. Quando attraversiamo in groppa la pianura. Quando qualcuno è disposto a fare per te quello che non farebbe per sé stesso. Quando dentro al buio dell’utero della terra colore della pelle o sesso diventano invisibili. Le frontiere lineari di questo stato, sembrano racchiudere una terra che, per quanto spietata, offre ancora la possibilità di far diventare ogni storia una grande storia. Un posto dove l’uomo si riappropria del suo nome e la pianura e le montagne potrebbero quasi prendere quello di dio. Un romanzo onesto che lontano da qualsiasi artificio dimostra che le parole hanno ancora molto da dire se a metterle una dopo l’altra c’è un grande scrittore mai pretenzioso né uguale a nessun altro. Prosa tersa ed essenziale e personaggi perfettamente delineati dai dialoghi, quando hanno il dono della parola e dei comportamenti quando gli manca solo questa per diventare umani. Come Peste, il mulo che fa onore alla proverbiale cocciutaggine della sua razza, Crimen il palomino fuori di testa, Emily la cuccioletta di coyote o Zoe il cane di John. Insieme alle descrizioni meravigliose sull’addestramento dei cavalli che fanno, a tratti, persino dimenticare la storia, ci rendono 236 pagine di west da godersi, nonostante il duro prezzo che, come ogni paradiso, il Wyoming presenta in fondo.
Era una terra inquietante, secca, remota e selvaggia. Era questo il motivo per cui amavo il West. Non provavo necessariamente affetto per la storia di questa gente e certo non per il mitico West, il West che non era mai esistito. Ma era diventata la mia terra. E forse era questo l’effetto che aveva questa terra su quelli che avevano scelto di viverci.
Grande applauso finale. A Gus per il fuoco. Al mulo per la lezione. A Percival Everett per il magnifico libro. Al Wyoming per la pregnanza.










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