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MIGRAZIONI

Eredi della sconfitta
di: Kiran Desai / editore: Adelphi, 2007
traduttore: Traduzione dall'inglese di Giuseppina Oneto


Già il titolo originale - The Inheritance of Loss - mi diceva che non sarebbe stata una sfida facile: la corrispondenza letterale - l'eredità della perdita - era goffa, contrariamente all'eleganza dell'originale, e non evocava quasi nulla dei tanti significati che lasciava intuire. Si ereditano beni, valori, sostanze, memorie, e invece leggendo il testo, mi accorgevo che qui si ereditavano ammanchi, vuoti, sottrazioni: perdite, appunto, di beni materiali e morali - fino alla sconfitta, in molti casi. E più leggevo, più rimanevo rapita: dalla trama, che abbraccia nell'arco di mezzo secolo non solo l'India, l'Inghilterra e gli Stati Uniti, ma porta echi delle mille culture del mondo; dalla forma che si ispira alla tradizione vittoriana; dalla lingua, sensuale, leggera, elegante fino all'ornato, che avvolge sempre la narrazione e la sostiene. Quando è stato annunciato che il romanzo aveva vinto il Booker Prize ne sono stata felice, ma sinceramente non ne sono rimasta sorpresa.
Kiran Desai l'ho incontrata insieme a sua madre a Venezia, ero già avanti con la traduzione, e quel giorno mi ha colpito per eleganza, semplicità, disponibilità. Per il sorriso denso di significato. E la sua lingua sorride densa di significati. Appare semplice eppure è profondamente complessa, gioca con metafore fiorite laddove ci sono abissi di sofferenza, sfiora ironica i destini più duri, e cruda i destini più privilegiati, arriva a intuire la sua verità - "basta allungare la mano e coglierla" è la frase conclusiva - solo dopo aver avuto il coraggio di percorrere il frammentato mosaico della Storia. Usa onomatopee, allitterazioni, polisensi: l'italiano non me lo avrebbe permesso se non a patto di appesantire e penalizzare il testo.
La vicenda narrata è a doppio binario. Si svolge alla fine degli anni Ottanta, in parte ai piedi del Kanchenjunga, nell'area di Kalimpong dove scoppia la rivolta Gurkha, e in parte a Manhattan, dove emigra il figlio di uno dei protagonisti che vive in quella regione montuosa. I destini del mondo si intrecciano: chi emigra per necessità e lascia credere in patria chissà quali successi; chi è esiliato per povertà nella propria terra; chi cede al nazionalismo; chi, andato a studiare all'estero, torna e, forte di una nuova collocazione sociale, rifiuta la propria identità etnica; chi torna avendo perso tutto ma non l'essenziale; chi spera di andarsene dal luogo isolato in cui vive; chi è venuto ad abitarvi inseguendo sogni romantici; e la lingua, con i suoi registri, le sue invenzioni, la capacità mimetica di riprodurre il parlato, tiene insieme la narrazione e le riflessioni di cui è costellata.
La maestosità del paesaggio himalayano è descritta con pennellate cariche di colori, sfumature, sapori, nostalgie, nebbie, preziosità; New York appare ritratta dalla prospettiva dei seminterrati squallidi e bui dove abitano e lavorano gli emigranti, dove sono sfruttati, ridotti a esistenze animalesche; allo snobismo dell'inglese parlato dalle classi anglicizzate d'India si alternano le sgrammaticature del broken english degli immigrati, le invenzioni della strada; le invenzioni d'autore.
L'importante, mi sono detta allora, è tenere il passo, volare, scivolare in alto e in basso con la grazia che il testo mi suggerisce; ancorarmi salda all'italiano perché abbia una dinamicità equivalente a quella che Kiran Desai trova nell'inglese, perché ne scaturisca un ritmo che accompagni tutto il testo, che ne riveli l'essenza, e questo ritmo agevoli l'emergere delle verità terribilmente tristi e brutalmente comiche che lei ci porge. Come è ovvio, molte delle sue preziosità le ho dovute abbandonare, molti dei suoi giochi hanno trovato solo un riflesso, come il titolo: amare questo romanzo e tradurlo mi ha insegnato ancora una volta l'umiltà con cui bisogna sempre affrontare ogni lingua e ogni cultura, riconoscere le loro grandezze e i loro limiti, e costruire un ponte di passaggio su cui trasportare non più di quanto l'armatura ci permetta. In questo hanno svolto un ruolo fondamentale anche gli ottimi consigli della squadra Adelphi, che vorrei qui ringraziare pubblicamente.
Giuseppina Oneto








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