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ROMANZO

Dove sono in questa storia
di: Emir Kusturica / editore: Feltrinelli, 2011
traduttore: Alice Parmeggiani - traduzione dal serbo-croato


Se mi è rimasto del rammarico all’uscita di questa traduzione che, oltre agli usuali grattacapi, mi ha dato tante inaspettate emozioni, è per il titolo scelto infine dall’editore italiano, Dove sono in questa storia. Certo, l’impressione di spaesamento è uno degli stati d’animo più evocati, in queste memorie, da Kusturica, regista geniale prestato qui alla narrazione, ma il titolo serbo, La morte è una voce infondata, o, alla lettera, La morte è una voce non confermata, riflette forse meglio una delle più profonde dimensioni di questo testo, che come tutte le autobiografie vuole essere anche una sfida alla morte.
Questa frase, poetica e arrogante come la personalità dell’autore, ritorna nei momenti più rilevanti della sua vita affettiva: la pronuncia il padre Murat per calmare il piccolo Emir, scioccato dal suo primo confronto con un morto, e aleggia poi, più o meno esplicita, nei momenti bui della scomparsa delle persone più care, per concludere il libro stesso. Ma, pur spesso sfidata e descritta, non è la morte a prevalere in questi ricordi, che vibrano anzi dell’inesauribile vitalità di Kusturica, e ci fanno rivivere le emozioni dei suoi film autobiografici. Nei diciassette capitoli del libro, attraverso episodi comici, commoventi, tragici, si snodano l’infanzia, l’adolescenza e la maturità dell’autore, immerse nelle amate-odiate atmosfere della Sarajevo e della Jugoslavia degli anni Sessanta, quelle più promettenti ed eccitanti dei decenni successivi, fino al traumatico crollo. Molti cercheranno in questo libro l’ammissione di aver sostenuto il regime di Milošević, e l’autore non teme di affrontare lo spinoso argomento, ma lo fa a modo suo, con l’atteggiamento spavaldo di chi dalla periferia è riuscito a farsi strada in città e il particolare senso dell’umorismo, tenendo sulla corda fino all’ultimo sia la madre, che gli aveva chiesto spiegazioni, sia il lettore curioso. Del resto, la sfavillante vis polemica e satirica di questo «diario politico di un idiota» non risparmia i politici, da quelli che hanno segnato la vita di suo padre e la sua, Tito, Izetbegović, Milošević, ai politicanti di più infimo livello che affliggono il mondo della cultura, come i funzionari della commissione artistica (!) che osteggiano, in un involontariamente esilarante politichese, la realizzazione di Papà… è in viaggio d’affari, o i cosiddetti tutumraki, termine andriciano che designa «persone ambigue con scopi oscuri», che hanno il loro momento di gloria oggi, nella pseudocultura della nuova democrazia etnocentrica, e che lavorano duro per… costruirsi un busto di bronzo.
Ma da queste pagine si sentono emergere vividi soprattutto gli amori di Kusturica: la famiglia di origine – nonni, genitori, cugini, zii, ritratti indimenticabili – e la moglie e i figli, di cui è immensamente fiero; gli amici leali dell’infanzia e dell’adolescenza, ma anche il suo quartiere, la sua città e il suo ex paese, così amaramente perso; una cultura alta, laica e umanistica, in cui Andrić rappresenta un faro; il suo lavoro che, come confessa lui stesso, lo ha salvato da un destino di teppista, e la sua arte, che ai suoi esordi deve tanto a Federico (Fellini).  La sfida per l’autore? Il confronto fra due sistemi espressivi diversi, il codice cinematografico e quello della parola scritta che aspira farsi letteratura. E per il traduttore? La resa di una lingua che passa con disinvoltura dallo slang sarajevese alla riflessione, alla denuncia, ai toni intimi e lirici.

Alice Parmeggiani










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