
Se cercate su un dizionario inglese tra "stepfather" e "stephanotis" non troverete
"Stepford". Ciò non toglie che dopo l'uscita del romanzo di Ira Levin "The Stepford
Wives", pubblicato nel 1972, la parola "Stepford" sia entrata nell'uso comune
come sinonimo di inquietante irreggimentazione.
"La Donna Perfetta" è basato sul romanzo "The Stepford Wives", tradotto in italiano
da Maria Paola Ricci Dettore per Garzanti, nel 1973, con lo stesso titolo, "La
fabbrica delle mogli", della prima versione cinematografica di Bryan Forbes con
Katharine Ross uscito nel 1975. Certo "tradurre" un film non è la stessa cosa
che tradurre un romanzo, questo è intuitivo. A problemi di ordine tecnico, le
famigerate "labiali", il "lip sync" come lo chiamano gli Americani (anche gli
Inglesi, per la verità, ma ubi maior...), si aggiungono questioni di ordine commercial/adattamental/linguistiche.
Tanto per fare un esempio di una cosa che non ho tradotto, i due mariti Dave
Markowitz (Jon Lovitz) e Walter Kresby (Matthew Broderick) si salutano con un
colorito "Funkmaster Markowitz!" - "Stone Cold Thrilla Killa Kresbo!" Niente di
intraducibile, certo. Forse per la carta stampata mi sarei ingegnato, certo. Ma,
dovendo dire quelle cose in quei tempi, né più né meno, perché privare il pubblico
di "quei" suoni, gli stessi della lingua originale? È vero, può sembrare un deporre
le armi, ma non è così. Almeno non in questo caso. Qui lo considero, anzi, un
arricchimento. Forse addirittura un atto di coraggio, arrivo a dire!
Diverso sarebbe lasciare in lingua originale espressioni che possono, o devono,
avere un corrispettivo nella lingua d'arrivo, e che, dal punto di vista semantico
siano più significative che non "Maestro di funk Markowitz!" - "Assassino Freddo
e Inquietante Kresby!", o qualunque altra cosa avesse voluto dire quella che poi
altro non è che un gergo vagamente hip-hop da ragazzi troppo cresciuti.
Questo, comunque, altro non era che un esempio estremo di una traduzione tutto
sommato fin troppo lineare per essere una commedia, genere che tradizionalmente
presenta il più alto coefficiente di insidie linguistiche, fra slang, idioms veri
o inventati e, soprattutto, riferimenti culturali al paese di origine del prodotto.
Fra le cose di cui sono più soddisfatto c'è, il titolo del programma che all'inizio
del film costringe Joanna Eberhart (Nicole Kidman) a dimettersi dalla carica di
Presidente di un network. La trasmissione si chiamava: "I can do better". Non
solo "Io posso fare/farlo meglio" mi sembrava solo un povero calco dall'Inglese,
non solo non mi suonava come titolo italiano di un reality show, ma mi creava
anche un serio problema di sinc. Ed ecco nascere "C'è in giro di meglio", una
sorta di "Temptation Island" in cui le coppie vengono scoppiate e messe a dura
prova per una settimana. Provate, per giocare, a pronunciare ad alta voce "I can
do better" e "C'è in giro di meglio". Fatto? Non trovate una parentela nei movimenti
della bocca quando pronunciate una e quando pronunciate l'altra frase? È un divertente
esercizio per apprezzare il lavoro di un dialoghista, e neanche serve la cartapesta.
Ma, dopo tutto questo, che cos'è Stepford? Una ridente cittadina del Connecticut
(stato USA che non è nuovo come teatro di satira, basti pensare a "Un Americano
del Connecticut alla corte di Re Artù" di Mark Twain, editrice Nord, trad.di Roberto
Pasini) definita da Claire (Glenn Close), moglie di Mike Wellington (Christopher
Walken), il capo carismatico della comunità, "il paradiso della famiglia".
E non le si può dare torto, considerato che nelle famiglie di Stepford ci sono
mogli perfette, che si occupano della casa, dei figli e dei mariti senza perdere
un colpo. È il caso di dirlo.
Quello di Stepford è "un mondo di smoking e chiffon", dove ogni festa è un ballo
delle debuttanti e ogni salotto letterario è una lezione di economia domestica,
nella quale trova spazio anche una grottesca canzoncina natalizia.
ll film è una metafora della spersonalizzazione, dell'essere individui altri
da se stessi, soprattutto all'interno delle mura domestiche, se non relegati all'interno
delle mura domestiche. Tutto questo nell'epoca della TV verità, come abbiamo visto,
in cui essere se stessi può voler dire doverlo/volerlo essere con una telecamera
puntata addosso 24 ore su 24.
Oltre a Joanna e Walter, ci sono altre due nuove coppie appena arrivate e in
attesa di Stepfordizzazione: Bobbie Markowitz (Bette Midler) con il marito Dave
e Roger Bannister (Roger Bart) con il compagno Jerry Harmon (David Marshall Grant).
Ecco un'altra mano di vernice fresca: la coppia gay. Con ruoli talmente ben definiti
da diventare una coppia omologata almeno quanto una coppia eterosessuale. Repubblicana,
aggiungerebbe Roger, convinto sostenitore del Prozac con un rinforzo di Viagra.
"You're up, and You're up!", è il risultato, parlando con un moraviano interlocutore.
Battuta che in Italiano diventa "Tu stai benissimo, e lui sta penissimo!", un
po' più esplicito, ma, tutto considerato, efficace.
Ups! È emersa la parola chiave: "omologazione", che ti consente di fluttuare
in una realtà senza scossoni e senza sorprese. Un'esistenza anestetizzata, una
sorta di eutanasia in vita per quelle donne che hanno voluto, e saputo, salire
sui più alti gradini della stressante, ma affascinante, scala di valori da "rat
race", da corsa al successo, alla quale gli uomini di Stepford possono ora guardare
con la serenità di chi non ha saputo conquistarne la vetta, ma, novello Ulisse,
ha saputo raggirarla con l'astuzia.
In tutto questo la commedia la fa da padrona, grazie soprattutto a Roger Bart
e Bette Midler, affiatatissimi commedianti, ma il film non disdegna di virare,
anche se un po' bruscamente, su toni inquietanti, reminiscenze dell'atmosfera
horror/thriller del suo predecessore, e questo grazie alle capacità attoriali
di Nicole Kidman, ormai indiscussa regina di Hollywood, e Matthew Broderick, attore
del quale in Italia conosciamo solo la parte cinematografica, quando il suo bagaglio
più sostanzioso è sicuramente quello teatrale.
Nel romanzo d'altra parte, per chiudere laddove tutto iniziò, è tutto più semplice,
più quotidiano, più umano, verrebbe da dire. Joanna è una fotografa dilettante,
femminista, sì, ma niente di che. Quando comincerà a capire che c'è qualcosa che
non funziona, chissà se in lei o nella cittadina in cui è stata trapiantata, tenterà
anche la via della psicanalisi. Del resto quando Levin scriveva questo romanzo
eravamo negli anni settanta. Invece oggi neanche gli antidepressivi attaccano
più. Come dice la "nostra" Joanna, per la quale le compresse di Zoloft sono caramelle:
"E se provassimo a dare a Stepford una chance?"
Ma quante chance può avere uno stile di vita fatto di tortine glassate e cani
robotizzati? Fatto di gay dichiarati ma invisibili e circoli per soli uomini?
In sostanza la domanda è: meglio una moglie oggi o un automa domani? Per i mariti
di Stepford vale la seconda soluzione, senza dubbi, esitazioni, né ripensamenti
di sorta, ma... chi ha letto il romanzo o ha visto il precedente film non rimarrà
deluso.
O forse sì, questione di punti di vista.