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Diario di un fallito
di: Eduard Limonov
/ editore: Odradek Edizioni 2004
traduttore: Marina Sorina - Traduzione dal russo
Nota del Traduttore
L'idea di tradurre Eduard Limonov in italiano è nata dall'esigenza di farlo conoscere
ai miei amici. Mi sembrava ingiusto che persone che seguono con attenzione gli
sviluppi della letteratura russa contemporanea, non potessero conoscerne un pezzo
così importante solo perché non possiedono la padronanza del russo. E Limonov
è importante, perché copre ormai diversi decenni di storia, dagli ultimi anni
sessanta fino ad arrivare ai giorni nostri; importante perché oggi si è ricavato
un ruolo d'eccezione, unico nel suo genere e assai significativo per capire la
Russia contemporanea; importante perché non accenna a fermarsi, e produrrà altri
libri nel prossimo futuro, se la sua attività politica non glielo impedirà. È
un classico, ma non ha mai voluto accomodarsi in questo ruolo.
L'assenza pressoché totale delle traduzioni di Limonov mi spingeva ad agire,
ma nello stesso tempo poneva diversi problemi tecnici. È un mondo nuovo, da creare
da capo. Come organizzarsi? Vogliamo essere leggeri, chiari, vicini all'esperienza
quotidiana, conservare l'effetto del monologo vivace di uno spaccone solitario
che racconta le sue (dis)avventure? La sua scrittura prettamente autobiografica
non è duttile: è piena di riferimenti extratestuali, che un lettore russo coglie
al volo, senza nemmeno accorgersi di aver fatto lo sforzo di decifrarlo. Per un
lettore italiano, pur preparato e sensibile, resta tutto da spiegare.
I modi per risolvere questo problema sono ben noti: cancellazione/conservazione,
nell'ultimo caso nel testo/fuori da esso. Ho scartato fin dall'inizio l'idea di
appiattire, uniformare tutto: avrebbe significato tradire il testo e sacrificare
un importante canale di comunicazione emotiva. Nel decidere quale via scegliere,
ho preso in considerazione due fattori: la tipologia del testo e il tipo di lettore
modello, a cui sarà rivolta l'edizione. L'elemento determinante è stato la struttura
del testo. Il Diario di un fallito è composto di brevi brani che compongono nell'insieme
una sorta di cronaca lirica, dove lirismo è da intendersi nel significato più
esteso del termine: comprende anche le meditazioni assai esplicite, a volte pessimistiche,
a volte cariche di rabbia esplosiva. In mezzo ad un monologo sconnesso di un emigrato
russo a New York, lasciato dalla moglie, incattivito da tutti e tutto, le note
a piè di pagina (o anche di chiusura) sarebbero apparse come una forzatura, cancellando
l'effetto di fusione immediata fra l'impressione e l'espressione, su cui si basa
il fragile tessuto narrativo. Il testo non avrebbe retto nemmeno l'uso delle estensioni
esplicative nel testo, passabili in un ampio romanzo, ma assolutamente fuori misura
nei brani che a volte non superano una riga. Inoltre, alla mia decisione si aggiungeva
la volontà dell'editore di non usare le note.
La seconda considerazione riguardava il lettore implicito del testo tradotto.
Secondo Levý, il traduttore ogni volta calibra mentalmente il proprio lettore
modello e finisce per propendere per la soluzione che crea meno dissenso presso
la maggior parte del pubblico. Il traduttore sceglie sempre il male minore, e
si immagina che il futuro lettore anzitutto sarà un curioso - altrimenti perché
mai avrebbe preso in mano un libro di un autore sconosciuto, "debuttante" in Italia?
Un lettore di tale risma fa la sua scelta perché vuole saperne di più, e non disdegna
l'introduzione che lo aiuta a soddisfare il suo desiderio di scoprire cose nuove
tanto quanto il testo stesso. Il lettore che ha già un'idea della narrativa russa
contemporanea, sopratutto chi la conosce bene, non ne avrà bisogno, e andrà direttamente
al testo, per poi tornare all'introduzione se vorrà confrontarsi con l'interpretazione
non già dei fatti esterni, ma del testo in quanto opera artistica.
L'introduzione creata con queste premesse diventa parte integrante della traduzione,
e permette di compensare il lettore in ciò che non sa o non può sapere.
L'autore, ovviamente, non pensa a queste cose: scrive per sé, al massimo per
il proprio ambiente, sogna la fama mondiale ma certo non prende in considerazione
le esigenze dei futuri traduttori. Scrivendo il Diario l'autore partiva dal presupposto
che la conoscenza fattuale del mondo sottostante al testo ci fosse già presente
o possa essere facilmente dedotta dal contesto. Il libro è soggettivo, ma la conoscenza
dei fatti che restano dietro le righe è indispensabile per l'adeguata comprensione.
Quindi, il mio compito era individuare questa somma del sapere e spiegarla in
maniera compatta. La selezione dei punti salienti da spiegare richiedeva un continuo
dibattito interno, una verifica delle cose che possono sembrare ovvie e ricerca
di equivalenti nel quadro di riferimento del lettore medio.
Un esempio da manuale: il sistema dei nomi russo, ricco tanto quanto l'italiano
di vari diminutivi, usa per formarli i suffissi diversi, poco chiari per chi non
abbia dimestichezza con le lingue slave. A quelli anglosassoni, per esempio, siamo
abituati: collegare un Bill e un William non è difficile, anche se foneticamente
hanno pochi elementi in comune. Il collegamento fra Aleksandr e Sasha è meno ovvio.
Aggiungiamoci la presenza del patronimico, usato in russo in ogni situazione ufficiale
e totalmente assente in italiano, e si può capire da dove nasca il pregiudizio
contro i classici russi, giudicati "incomprensibili" per l'abbondanza di personaggi
che spuntano da ogni dove. Ma per l'uso russo la moltitudine dei nomi non è atro
che l'abitudine quotidiana; Limonov la prende come base di partenza e ci aggiunge
la sua personale propensione a mascherarsi dietro vari appellativi. L'autore è
narcisista, cambia nomi a seconda dell'umore, e fa lo stesso con gli altri personaggi,
soprattutto con la sua ex-moglie, che diventa Elena, Lena, Lenka, Lenocka, a seconda
del grado di astio/tenerezza. Ma come far funzionare queste sfumature, se il lettore
non può distinguere e quindi interpretare le gradazioni semantiche dei vari suffissi?
Addomesticare, italianizzare, coniando Lenuccia e Lenaccia, oppure allontanare,
lasciando il tutto così com'è? Ho fatto affidamento sull'intuito del lettore,
sull'eloquenza del contesto, lasciando i nomi trascritti e spiegandone il ruolo
nella Nota alla traduzione.
Tornando dallo specifico al generale, ho affidato al saggio il compito di presentare
i quattro punti cardinali del mondo ricreato nel libro: il personaggio (alias
l'autore), la cronistoria della sua vita, i luoghi del mito in cui viaggia la
sua fantasia e la sua memoria, e gli altri personaggi dell'ambiente dell'emigrazione.
Il mio compito non era solo quello di attivare nella mente del lettore i frammenti
del sapere scolastico o di quello appreso tramite i mass media (negli anni '70
si sentiva ogni tanto parlare dei dissidenti russi), ma di collegarli in un quadro
unico, in una griglia di coordinate essenziali, da applicare durante la lettura.
Il lettore attento, munito di queste brevi informazioni, potrà riempire gli spazi
mancanti, sottintesi a seconda delle proprie nozioni del mondo. La rivoluzione
che sognava Limonov non sarà esportabile, ma i miti culturali lo sono.
Chiarisco con un altro esempio. Qualsiasi lettore di media cultura avrà sentito
nominare la Crimea, un penisola che si affaccia sul Mar Nero. Ne conserva forse
un lontano ricordo legato a qualche battaglia storica, ma, se non ha degli amici
russi, faticherà a percepire l'odore del mito che emana questo nome. Per un intellettuale
russo la Crimea è la Mecca dei pellegrinaggi spirituali e liberatori, l'isola
di storia e arte, dove il buon vino locale si compra a prezzi popolari, le sconfinate
spiagge sono selvagge e deserte, le montagne nascondono le tombe dei poeti-simbolisti,
le città custodiscono le rovine di castelli genovesi e le chiese armene sconsacrate.
Potrebbe essere paragonato all'India degli anni '60 o all'America Latina. È l'ennesima
incarnazione di un luogo d'evasione archetipico, che ogni gruppo inventa ex novo
ogni decennio. Ho accennato a questa valenza nell'introduzione. Chi è stato accorto
nel leggerla, capirà meglio, come mai il protagonista provi tanta gioia a ricordare
le montagne, il mare, una semplice corsa in auto, una passeggiata nella nebbia.
Tutto ciò succedeva in Crimea, in una terra per lui mitica, che, spero, anche
il lettore italiano potrà aprezzare, facendo un altro passo verso la cultura russa.
Ogni coscienza culturale ha un proprio Pantheon, un numero di figure con un ruolo
definito. In ogni paese e in ogni sfera culturale (dalla musica pop al mondo accademico)
troveremo gli stessi personaggi: il padre fondatore, il romantico, il fragile,
il maledetto, quello che tutti conoscono ma di cui nessuno ricorda il nome, quello
che ha pubblicato un libro solo e poi è sparito, quello che si è venduto e quello
che ha l'autorità morale su tutti gli altri, anche se non si sa su cosa si fondi.
La perpetuazione di questi tipi è legata all'intimo della psiche individuale,
che proietta il mondo della famiglia e gli archetipi primordiali che portiamo
dentro sulla scala ampliata del mondo esterno. Le variazioni nazionali ci sono,
ma non cambiano la sostanza. Nel sistema della letteratura russa contemporanea
Limonov ricopre più ruoli: è insieme il maledetto, l'esibizionista, il giullare,
uno che sfrutta la congiuntura favorevole per far parlare di sé. A differenza
di molti altri, però, continua ad insistere con le sue idee anche quando il vento
cambia, e non ha paura di beccarsi delle batoste. Ne sono una prova gli anni scontati
in prigione di recente. Ma non è questo il punto che volevo sottolineare. L'esistenza
di questi Pantheon agevola la creazione dei ponti fra e culture, e creandoli possiamo
capire meglio chi siamo, in che cosa siamo speciali e diversi.
In che cosa lo scrittore maledetto nostrano, eletto da ciascuno a seconda dei
gusti personali, è diverso da quello russo? In che cosa il luogo d'evasione da
noi prescelto è diverso dalla penisola nel Mar Nero, cara ai russi? Oltre ai miti,
il libro ci permette di confrontarsi con le reazioni quotidiane. Che cosa faccio,
se in una giornata piovosa mi rendo conto con chiarezza crudele quanto sia solo
in questa città? Come Limonov passeggio, o resto dentro a fantasticare su un passato
perduto e un futuro improbabile? Come reagisco ad una vecchia foto, ad un corteo
funebre, ad un sorriso civettuolo di una signora cinquantenne, ai vecchi che si
scaldano al sole, alle colorate riviste porno nell'edicola, alla pioggia, alla
fame, all'invidia, all'umiliazione? Sono del tutto diverso da lui, o mi ci ritrovo,
scoprendo l'improbabile fratellanza con una persona che nulla nasconde ai nostri
occhi, né di bello, né di brutto, raccontando la sua esperienza di solitario spaesato,
offeso e umiliato ma non arreso.
Infatti, per quanto può sembrare esotica, la sua esperienza non è affatto estranea
anche agli italiani della stessa generazione. Se non altro, l'azione del libro
si svolge principalmente a New York, città-mito che non necessita di commenti
e presentazioni. Si sa tutto di New York, grazie anche a tanti libri gialli lì
ambientati. Solo che con Limonov la città viene vista da un'angolatura diversa.
Nei brani fantastici la inonda di acqua e di rottami, la sconvolge, la invade,
l'annienta, la fa diventare un villaggio post-atomico, dove si passa con una barca
da una riva di Broadway all'altra. Nei brani che parlano delle esperienze reali
Limonov conquista la città camminando a piedi e annotando quel che sfugge di solito
all'occhio abbagliato del turista o a quello assuefatto di un newyorchese DOC.
Lo scrittore annota gli animaletti che scorrazzano fra i cespugli, le lettere
buttate in discarica, le famiglie messicane che si rilassano a Central Park. La
"dolce vita" dei ricchi, dei ristoranti e dei teatri la vede riflessa nei rotocalchi,
la odora quando una signora di alta società gli passa accanto, la tocca quando
si aprono di scatto le porte di un ristorante e lo urta con una compagnia dei
ubriachi.
L'eroe del Diario apprezza la Quinta strada non perché sia un luogo di lusso,
ma perché lì conosce un comodo portone non sorvegliato, dove fare pipì nel caso
di bisogno. Questa geografia alternativa del testo di partenza richiede una certa
de-mitologizzazione. Così ho insistito con l'editore sul non rendere Downtown
con il "centro città", ma lasciarlo così com'è. In mia difesa potevo citare non
solo l'esperienza empirica della città che non ha nessun centro e comunque nessun
quartiere che assomigli al centro storico di una città italiana, ma anche Umberto
Eco che ne parla nel Dire quasi la stessa cosa. Downtown è letteralmente la "città
bassa", ma non si riferisce ad un dislivello tettonico, come a Bergamo o a Praga,
quindi non può essere tradotto alla lettera.
È importante spiegare lo spiegabile, anche perché molte informazioni rimangono
al di fuori del testo tradotto: quelle non necessarie e quelle impossibili da
narrare. Entrambe sono legate alle particolarità stilistiche di Limonov. Il suo
mondo è dettagliato, specifico, eppure surreale. Questo genere di realismo "ottico"
lo avvicina a Gogol', un altro scrittore che ricreava la Russia su carta abitando
altrove. Non è un caso se Limonov, di solito molto scettico nei confronti dei
classici russi, inserisca Gogol' in un quadretto bucolico, ricordando le bellezze
dell'estate ucraina. Certo, la portata di questi due scrittori è incommensurabile,
ma è indubbio che Limonov abbia imparato la lezione di Gogol'. Ama infarcire il
testo con riferimenti a persone reali e inventate, ciascuna dotata di un nome
proprio, vero o falso. I personaggi della vita mondana e politica vanno di pari
passo con i suoi amici d'infanzia e d'esilio. Nell'introduzione i personaggi russi
sono stati elencati e presentati brevemente; gli altri sono riconoscibili senza
commenti, oppure indifferenti per la comprensione del testo. Confesso di non sapere
nemmeno io, se Carlos Acun o la contessa Eva Gonzales siano un'emanazione della
sua fantasia o gli eroi dimenticati di cronaca di quegli anni. Non è necessario
saperlo, non entra nelle intenzioni dell'autore: sono solo delle figurine nel
suo gioco di ombre.
Ci restano gli elementi del significato impossibili da rendere, che non appartengono
all'ambito linguistico ma a quello sociale. Nel caso di Limonov è di primaria
importanza la violenza dell'impatto del lessico basso, da lui abbondantemente
usato. Non per mancanza di parole forti in italiano, bensì per la differenza culturale
nel percepire le parolacce. È difficile immaginare quanto fosse forte per lettore
russo l'effetto di una parola sconcia, scritta su un foglio bianco. Quel che in
Italia suscita un'allegra risata, farebbe arrossire un russo colto. Non è che
i russi siano più castigati degli italiani, no, ma il turpiloquio russo fa poca
differenza fra l'espressivo e l'offensivo, ed è molto corporeo ed articolato.
Nel parlato della intelligencija non ne era ammesso l'uso.
Limonov, invece, è cresciuto in una borgata operaia. Per lui il lessico sconcio
fa parte del vocabolario di tutti i giorni, tanto quanto le brutture, le violenze,
la sporcizia sono parte della realtà. Lui ne parla; usa senza tanti giri di parole
le espressioni più immediate per parlarne. È vaccinato contro la visione frammentaria,
propria per i russi colti di un certo tipo, abituati a filtrare la propria percezione
del mondo secondo la dicotomia estetica di alto/basso. È raro che in un opera
letteraria un "ragazzo di vita" ci parli in prima persona, e non tramite un rappresentante
del mondo borghese (come succede nei romanzi romani di Pasolini). Nella mia traduzione
ho cercato di non togliere o mitigare il lessico scurrile, ma l'impatto che provoca
è inevitabilmente più morbido.
Paradossalmente, un altro aspetto del Diario che ho scelto di tralasciare di
esplicitare è il lato colto di Limonov. Egli si è sempre atteggiato ad essere
un grezzo, semplice, lineare. Mentre lavoravo sul testo, ho scoperto con sorpresa
le tante citazioni letterarie che il libro nasconde. Peccato che la maggior parte
di esse si riferisse alla letteratura russa o a letterature meno note, come certa
poesia francese dell'Ottocento o i libri di genere diaristico del Giappone medioevale.
La traduzione è un ponte. Proietta le certezze di un mondo su un versante diverso.
Chi s'impegna per costruirlo, chi si prende questo rischio, presuppone l'esistenza
di qualcuno che vorrà percorrerlo. Per rendere questo ponte fruibile bisogna ricordarsi
ciò che fa la differenza fra un ponte e una strada normale: il suo essere strappato
dal suolo, l'essere sospeso in aria.
Ogni libro nasce e vive in un certo ambito culturale, che ne determina le peculiarità:
una strada di montagna sarà ben diversa da una di pianura. La traduzione-ponte
è tanto più affidabile, quando più fedelmente riesce a ricreare, a convogliare
a proprio sostegno le informazioni extratestuali che avvolgono implicitamente
l'originale. Nello stesso tempo, se un ponte sospeso è carico di elementi aggiuntivi,
il passaggio è ostacolato e l'equilibrio compromesso. Eppure bisogna impegnarsi
a raggiungerlo.
Marina Sorina
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