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Depeche Mode
di: Serhij Zhadan
/ editore: Castelvecchi, 2009
traduttore: Lorenzo Pompeo - Traduzione dall'ucraino
Indice dell'articolo
pag. 1 La Nota del Traduttore, Lorenzo Pompeo
pag. 2 La Nota del Redattore, Gianfranco Franchi
pag. 3 Lorenzo Pompeo
La Nota del Traduttore, Lorenzo Pompeo
Depeche Mode, romanzo del giovane ucraino Serhij Zhadan, classe 1974, edito da Castelvecchi,
ci porta a Charkiv, dove lo scrittore e poeta vive. Charkiv è la seconda città
dell’Ucraina, un tempo importante centro industriale. Non può vantare la storia
millenaria della capitale, dove venne celebrato il battesimo della Rus’ nel 988,
e nemmeno l’incredibile avvicendarsi di dominazioni del XX secolo della Galizia
e di Leopoli (con una lunga appartenenza all’Impero asburgico fino al 1914), entrate
a far parte stabilmente dell’Unione sovietica solo dall’inizio del ’44. Charkiv
fu la prima capitale dell’Ucraina sovietica, prima che il trattato di Riga del
’21 stabilizzasse la linea di confine tra Polonia e Unione Sovietica (la capitale
allora venne spostata a Kyjiv). Questa lunga premessa storica è indispensabile
per inquadrare l’opera di Zhadan, perché il vero protagonista del romanzo sembra
essere proprio la città, che, proprio negli anni in cui è ambientato il romanzo,
stava attraversando uno dei periodi più oscuri e grigi della sua non lunga storia.
L’ambientazione di Depeche Mode è cronologicamente molto dettagliata: il romanzo è ambientato nel ’93 e racconta
gli eventi di poco meno di 48 ore a partire da giovedì 17 giugno alle ore 16.50.
I primi anni ’90 in Ucraina furono, per chi li ha conosciuti, sicuramente un periodo
da dimenticare, ma forse non è così per chi, come l’autore, aveva 19 anni allora.
Difficilmente il lettore italiano potrebbe immaginare il degrado, la tristezza
e la miseria degli anni che seguirono la proclamazione dell’Indipendenza dell’Ucraina
nel ’91. Nel ’93 l’Ucraina era in pieno marasma: l’economia andava a rotoli, le
fabbriche venivano saccheggiate e poi cadevano a pezzi, gli stipendi non venivano
pagati regolarmente, la corrente elettrica veniva frequentemente a mancare, nei
negozi cominciavano a comparire le merci ma a prezzi proibitivi per la maggior
parte dei cittadini.
Tradurre questo romanzo ha significato prima di tutto immergersi nel contesto
geo-storico: una periferia del mondo conosciuto che vive un’infinita transizione
da un periodo storico non del tutto concluso a un altro periodo storico non ancora
cominciato. In questo guado insidioso vivono i personaggi del romanzo insieme
al protagonista, voce narrante che guida il lettore nelle viscere del grande agglomerato
urbano fatto di stazioni ferroviarie maleodoranti, di enormi campi nomadi, di
fabbriche dismesse. Anche la lingua dei personaggi risente ovviamente del contesto
di degrado, nel quale tutto appare contaminato, dal territorio urbano, disseminato
di carcasse industriali, fino alla lingua, che inevitabilmente rispecchia quel
peculiare gergo parlato nelle periferie delle grandi città dell’Ucraina orientale,
il cosiddetto Suržik, ovvero il Sovremennik ukrainsko-russkyj žargon (gergo contemporaneo ucraino-russo), che i puristi e i filologi ucraini stigmatizzano con tutte le loro forze.
Avendo vissuto in prima persona gli ultimi spasimi dell’Impero sovietico e i
primi difficilissimi anni dell’Ucraina indipendente, non è stato particolarmente
difficile comprendere questo contesto. Tuttavia qualche resistenza l’hanno offerta
le espressioni del gergo giovanile e i volgarismi colloquiali, e nel romanzo ricorrono
in continuazione. Una buona parte del libro è un resoconto puntuale, quasi stenografico,
dei dialoghi del gruppo di ragazzi che mentre trascorrono le loro giornate tra
bevute e fumate di marijuana, disquisiscono sui massimi sistemi, sulle surreali
utopie di lontana, e improbabile, derivazione socialista e raccontano le loro
incredibili avventure erotiche.
Tradurre Depeche Mode è stato utile anche per me per comprendere un po’ meglio un paese pieno di contraddizioni
e stratificazioni. In particolare, per conoscere meglio l’Ucraina orientale, ovvero
quella parte del paese nella quale la collettivizzazione forzata e il holodomor (carestia pianificata da Stalin nel ’32 e nel’33) hanno modificato in modo sostanziale
il paesaggio umano e urbano rendendolo un paese a immagine e somiglianza dell’homo sovieticus.
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