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ROMANZO

Il correttore
di: Ricardo Menéndez Salmón / editore: marcos y marcos, 2011
traduttore: Claudia Tarolo - traduzione dallo spagnolo

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore, Claudia Tarolo
pag. 2 Nota del Redattore, Chiara Pibiri

 
Nota del Redattore, Chiara Pibiri

È l’11 marzo 2004, il giorno degli attentati alle stazioni ferroviarie di Madrid, tre giorni prima delle elezioni per eleggere il nuovo governo. Vladimir, correttore di bozze che deve un nome così impegnativo al padre, appassionato della Rivoluzione russa, si accinge a controllare le ultime pagine della bozza dei Demoni di Dostoevskij. È l’inizio del Correttore dell’asturiano
Ricardo Menéndez Salmón, vincitore di numerosi premi letterari, tra cui il Ruan Rulfo. Poi una telefonata, la notizia, la tv accesa per tutto il giorno, la stasi disperata che si interrompe solo per aggiornare il conto dei morti o per trasmettere i messaggi dei politici. Tutto è vissuto da una prospettiva periferica – una piccola cittadina spagnola sul mare. Qual è la reazione a tanto dolore, quale può essere il modo migliore per confrontarsi con i quasi duecento morti, ognuno dei quali, per usare le parole dell’autore, «sembra essere stato deposto nel salotto di casa»? Vladimir si aggrappa alle persone che ama: ai
suoi genitori, alla moglie Zoe; ma anche a quelle lontane come Eric, il figlio che vive in Australia e che tiene segreto a tutti, e cerca una spiegazione nella letteratura. Vladimir è senza dubbio un intellettuale, nell’accezione di Jean Améry: ha un sistema di riferimento essenzialmente filosofico e umanistico. Eppure, dopo la parentesi come scrittore, decide di tenersi ai margini della letteratura che ama, che costituisce l’unico suo filtro della realtà e la sua unica fonte di comprensione e decodificazione della vita. Ritaglia per sé stesso il ruolo di correttore di bozze: non più parole sue, ma solo parole altrui, su cui può agire solo a livello grammaticale. Con la stessa perizia che applica alla ricerca dell’errore testuale, Vladimir analizza i discorsi dei politici e gli elementi dell’indagine, all’inizio taciuti perché prova lampante dell’incompetenza del governo e della sua malafede. E alla fine di tanto dolore non rimane nulla, perché purtroppo non porta la saggezza che impedirebbe di compiere altro male. Come il correttore che, leggendo una biografia di Kierkegaard, controllerà una prima volta la grafia corretta di Copenhagen e scoprirà «un infetto Copenaghen» ma poi, convinto di non averne più bisogno, non controllerà più e forse ignorerà errori successivi, così gli uomini nel momento del dolore pensano che non potranno più dimenticarlo, salvo poi, fatalmente, sbagliare e infliggere dolore al prossimo. E così i 192 morti di Madrid non salveranno le migliaia di morti per malattia, guerre, povertà nelle altre parti del mondo. Anche la compagna di Vladimir, Zoe, che come lui vive di arte ma con una mansione in qualche modo marginale, tecnica (è una restauratrice), perderà il sonno per un po’ dopo gli
attentati, ma poi, un giorno, ricomincerà a dormire: forse nemmeno in lei il dolore ha lasciato la ferita della saggezza. Ma proprio in un giorno in cui nulla sembra meno importante dei libri, l’editore Uribesalgo, l’amico Robayna – che non ha rinunciato a scrivere – e persino il figlio della panettiera chiedono aiuto a Vladimir: vogliono sapere da lui, dallo scrittore, perché sia successa una tragedia del genere. Ed ecco che insieme alla disperata e impietosa analisi di quell’11 marzo e delle tante colpe dell’Occidente, il protagonista, che ha smesso di scrivere perché ritiene che gli scrittori non siano più ascoltati, nel Correttore rivela il potere salvifico della letteratura e dell’arte, della bellezza, della necessità di amare. E quando Vladimir stesso si scusa se, in un momento di emozione pura, scrive che «solo chi è stato innamorato sa quel che l’amore dona e toglie» e solo chi ha letto sa «se la vita merita di essere vissuta senza conoscere gli uomini e le donne che ci
hanno scritto mille volte prima che nascessimo», il lettore lo ringrazia per questi piccoli barlumi, forse non di saggezza, ma certo di speranza.

Chiara Pibiri











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