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I contorni dell'alba
di: Léonora Miano
/ editore: Epoché, 2008
traduttore: Traduzione dal francese di Monica Martignoni
Nell’immaginario stato africano dello Mboasu, devastato dalla guerra, la popolazione
è allo sbando, si rifugia nella superstizione e individua il proprio caprio espiatorio
nei bambini, considerandoli dei demoni all’origine di tutti i mali che la affliggono.
Perseguitati dalla propria famiglia, questi bambini si ritrovano a vagare per
le strade, tormentati dalla fame e dalla miseria, ma anche dalle folli ordalie
cui li sottopone la gente.
Musango è una di loro. A nove anni è stata cacciata dalla madre che si è convinta
che sia una strega. Venduta come schiava ai capi di una pseudo setta religiosa
che in realtà copre un traffico di donne destinate ad alimentare il mercato della
prostituzione in Europa, lotterà con tutte le sue forze per cambiare il suo destino
e soprattutto per ritrovare quella madre che l’ha abbandonata ma che è sempre
presente nei suoi pensieri.
Musango infatti narra in un dialogo immaginario con la madre la sua storia: tre
anni di fughe, peripezie e incontri con altri persecutori, ma anche con persone
che sapranno aiutarla e guidarla.
Come sempre nei romanzi di Léonora Miano, ne I contorni dell’alba (che può essere considerato il seguito di Notte dentro, che nel 2007 ha ricevuto il premio Grinzane Cavour per il miglior autore esordiente)
ci sono molti grandi personaggi femminili. A partire dalla protagonista, una bambina
con tutte le debolezze e le fragilità della sua età, ma al tempo stesso dotata
di una forza e una determinazione incrollabili, che spesso fanno dimenticare che
si tratta di una ragazzina. Anche la madre, Ewenji, che pure ci viene presentata
nella sua estrema labilità – fisica e psichica -, appare grande nella sua follia
cieca che le fa riversare la frustrazione per i fallimenti della propria vita
contro la figlia innocente e trae dal suo fisico gracile e minato dalla malattia
una ferocia e una violenza inaspettate. Per non dimenticare la direttrice della
scuola, la signora Mulonga, che vive anch’essa un rapporto tormentato con la figlia;
la venditrice ambulante Kwin, pronta a dare una mano ai bambini di strada sbandati;
o la nonna di Musango, Mbambé, saggia e affettuosa, che saprà “traghettare” la
nipote verso il suo futuro.
La follia è un altro elemento importante del romanzo: follia di un popolo che
soffoca le proprie possibilità di futuro perseguitando coloro che dovrebbero incarnarlo
e crearlo, i bambini; follia della guerra che è rappresentata da un paese distrutto
e dalle menti devastate dei suoi abitanti che, incapaci di trovare una ragione
di vita e un modo per ricostruirla, delegano fede e speranza alle sette religiose
che sorgono a profusione, ognuna con le proprie caratteristiche, ma tutte improntate
su una visione pessimista e tragica della realtà.
Ma c’è anche spazio per la speranza, per la possibilità di una salvezza “vera”:
la nonna di Musango, verso la fine del libro, sottolinea l’importanza di non snaturarsi,
di restare legati alle proprie radici, di rivendicarle con orgoglio e di crearsi
un futuro nella propria terra, senza inseguire chimere in paesi e culture che
resteranno sempre estranee.
Ma al centro de I contorni dell’alba c’è soprattutto il rapporto madre-figlia, imprescindibile e fortissimo pur tra
incomprensioni e scontri. Un rapporto che evolve al suo interno, dove le parti
si scambiano i ruoli e la figlia può mostrare una maturità e un senso di protezione
degni di una madre.
È un romanzo che tocca profondamente le emozioni del lettore: si resta turbati
dalla violenza e della crudeltà verso i bambini; si sorride dell’ingenuità degli
adepti delle sette e delle ragazze che vogliono “fare l’Europa” sperando in un
futuro migliore; ci si scandalizza di fronte a chi approfitta biecamente di questa
ingenuità; ci si commuove con Musango, le sue vicende, i suoi sentimenti contrastanti
nei confronti della madre e la sua tenacia nel volerla ritrovare. Si viene coinvolti
intensamente in questo dialogo con la madre fatto di rabbia, rivalsa, tenerezza,
nostalgia.
Una materia densa cui fa da contrappunto una struttura molto controllata, un’impostazione
da composizione musicale (fatta di un “preludio”, di vari “movimenti” e di una
“coda”), di rimandi interni nel testo e di un grande ritmo, e un linguaggio che
a volte si fa estremamente ricercato, rarefatto, quasi a voler “raffreddare” il
tumulto di sentimenti che si agita nel libro, ma che rappresenta bene anche la
notevole lucidità della protagonista, la sua capacità di vedere al di là delle
apparenze, di leggere nell’animo di chi la circonda.
Un’attenzione particolare è rivolta anche al linguaggio dei personaggi: la direttrice
della scuola che ha sempre avuto il culto del francese, considerato il passaporto
per una vita migliore; la capacità oratoria dei capi delle sette che sanno modulare
un discorso (e qui torna ancora la musica, con un paragone con le improvvisazioni
del jazz) per “pilotare” le masse dei fedeli.
Troviamo anche una forte presenza della lingua africana, soprattutto per quanto
riguarda i nomi e l’importanza del loro significato: la nonna di Musango sostiene
che i giovani non devono fuggire verso paesi dove il loro nome non rappresenta
niente per nessuno.
In generale viene sottolineata la forza della parola, che spesso viene trascurata
(per ignoranza o opportunismo): la venditrice ambulante Kwin, per impedire il
linciaggio di un bambino cita alla folla le frasi della Bibbia analizzandole e
mettendole in discussione, mentre i presenti le ripetono pedissequamente secondo
l’interpretazione di comodo che ne danno le sette.
Per quanto riguarda il lavoro di traduzione, pertanto, ho ritenuto importante
mantenere il ritmo musicale del romanzo e la sua struttura (per esempio le formule
che si ripetono all’apertura e alla chiusura del libro), non appiattire il registro
a volte ricercato del linguaggio e rendere tutte le sfumature di cui è ricca la
scrittura dell’autrice.
Monica Martignoni
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