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ROMANZO

Il compagno di scalata
di: Henry Bauchau / editore: Edizioni e/o, 2009
traduttore: Chiara Elefante - Traduzione dal francese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore - Chiara Elefante
pag. 2 Nota del Redattore - Marta Russo

 
Nota del Traduttore - Chiara Elefante

“Con questo romanzo spalanco la memoria”: così scriveva il 24 settembre 1980 Henry Bauchau nel suo diario, a proposito del testo che ha poi deciso di pubblicare solo ventotto anni più tardi, con il titolo “Le boulevard périphérique” (Actes Sud, 2008). La tangenziale di Parigi, cui rimanda il titolo francese e che il narratore quotidianamente percorre, non è solo luogo di passaggio, ma anche strada che consente di viaggiare nel tempo e di intrecciare, attraverso analessi che nel romanzo si fanno sempre più intense, il racconto di una morte al presente (quello della nuora colpita dal cancro negli anni Ottanta, anni in cui è ambientato il romanzo) con quello di una morte al passato (dell’amico Stéphane, il compagno di scalata, ucciso dai nazisti dopo aver partecipato alla Resistenza). E qui arrivo alle prime sfide che ho dovuto affrontare. Aver tradotto, nel 2001, il primo romanzo di Bauchau, “La déchirure” (“La lacerazione”, 1996) mi è servito ad affrontare il continuo sovrapporsi di piani narrativi del “Compagno di scalata” con la coscienza che per rispettare quella labirintica struttura temporale è fondamentale, anzitutto, un accurato lavoro sul ritmo: la mia abitudine di leggere e rileggere le traduzioni a voce alta ha toccato in questo caso punte “maniacali”, nel tentativo di far partecipare il lettore italiano al viaggio mnemonico e sovente onirico del narratore. Particolare attenzione ho dedicato anche al tono orale di alcuni passaggi, in particolare nel quarto capitolo, in cui la voce femminile di Mary racconta come, durante una retata nazista, alcune donne, per difendere  i loro uomini, si siano trovate a far scudo con il corpo ma soprattutto con il grido. In questo caso, come in altre opere dell’Autore, grazie alla corporeità della voce il mondo femminile afferma il suo ruolo contro il logocentrismo della politica e del potere maschile. In traduzione ho soppesato, all’interno di quel capitolo, ogni vocale, ogni consonante, ogni pausa o accelerazione del ritmo, per cercare di riprodurre la concitazione e la passione di Mary. E probabilmente, nel seguire musicalmente quel racconto, ho pensato di potermi esimere anch’io da un certo equilibrio traduttivo: quando ho pregato un amico di leggere alcuni passaggi della mia traduzione, proprio alla fine di quel quarto capitolo mi ha chiesto come mai avessi modificato così vistosamente il testo di partenza. In traduzione si leggeva infatti “Perché devono comandarci sempre gli uomini (…)? Sì, perché al posto di Hitler, Stalin o Mussolini una buona volta non ci comanda una donna?”. Avevo in sostanza “spinto” su un certo aspetto del testo, nella convinzione che quel capitolo rappresentasse un inno alla donna, omettendo quindi quel “femme de ménage” della versione francese che mi aveva infastidita. Alla fine l’ho reintegrato, e oggi in italiano si legge “perché (…) una buona volta non ci comanda una brava donna di casa?”, nella ferma convinzione che fosse errata la mia proiezione e l’attualizzazione di quel passaggio ambientato negli anni Quaranta. Un’ultima osservazione riguarda la forte intertestualità che caratterizza l’opera di Bauchau. È ovvio che aver già tradotto l’autore agevola nel compito del riconoscimento di tratti intertestuali e consente dunque di fare scelte traduttive coerenti rispetto all’intero corpus; nel “Compagno di scalata” ritorna ad esempio Babou-Tordu, un personaggio già presente ne “La déchirure”, ma soprattutto, verso la fine del romanzo, il narratore sente, dentro di sé, la forte presenza della sua Antigone interiore, che ha acquisito, nell’opera dello scrittore, un’importanza crescente sino a divenire protagonista dell’omonimo romanzo (“Antigone”, Giunti). Credo che in questi casi il traduttore debba resistere alla tentazione di svelare tali nessi intertestuali e ricercare invece quel sottile equilibrio tra mettere al servizio del testo la sua conoscenza dell’autore e, al contempo, non privare il lettore della gioia di nuove scoperte e nuove letture.

Chiara Elefante








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