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ROMANZO

Colpo di luna
di: Georges Simenon / editore: Adelphi 2004
traduttore: Marina Di Leo - Traduzione dal francese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Marina Di Leo

 
Nota del Traduttore

 
In una stagione che sembrerebbe propizia ai colpi di sole, o magari ai colpi di fulmine, Adelphi ha mandato in libreria un più insolito ed esotico Colpo di luna, romanzo di George Simenon, scritto nel 1932. Esotico perché la vicenda è ambientata in Gabon, tra mosche, afa, strani animali, febbri oscure e letali, odori e suoni sconosciuti, in mezzo a cui si aggira un giovanotto di ventitré anni, Joseph Timar, arrivato dalla Francia con due bauli e un ben più pesante bagaglio di aspettative.
Le colonie, con le loro promesse di ricchezza e di avventura, con il loro fascino pittoresco radicato nell’immaginario degli europei, parrebbero la meta ideale per un ragazzo irruente e curioso, di buona famiglia, anche se provvisto più di educazione che di denaro. Ma, vista da vicino, l’Africa è ben diversa da come appare nelle oleografiche cartoline in vendita sui lungosenna, e il baldanzoso aspirante colono dovrà presto ridisegnare la mappa delle sue certezze esistenziali e culturali. A rendergli tutto ancora più difficile, una relazione con la proprietaria dell’albergo in cui alloggia: Adèle, parigina trentacinquenne, dalle forme opulente e lo sguardo indecifrabile, materna e sensuale al tempo stesso, forse colpevole di assassinio.
Oltre ai travagli di una storia d’amore – complicata dalla differenza d’età e di formazione – e all’intrigo legato all’omicidio, Colpo di luna racconta lo scacco emotivo e culturale del giovane Timar e, indirettamente, della politica coloniale. Simenon ironizza sull’entusiasmo collettivo nei confronti di un esotismo di maniera, addita pregiudizi e angherie, violenze e bassezze, lasciando comunque irrisolta nel protagonista – come forse in se stesso, reduce da un soggiorno di due mesi in Africa – la questione del rapporto con «l’altro». Destinato a rimanere un intruso nella composita cerchia dei bianchi colonizzatori, troppo cinici e privi di scrupoli per un’indole sensibile come la sua, Timar è infatti altrettanto incapace di instaurare una qualsiasi relazione con gli indigeni.
E qui è il caso di accennare al primo problema che mi sono posta quando ho cominciato a tradurre questo romanzo: ho appena scritto la parola «indigeni», per un riflesso culturale che me l’ha fatta preferire a «neri», esclusa a priori l’ipotesi di «negri». Simenon, invece, adopera tutti e tre i termini come semplici sinonimi, sia nei dialoghi, sia nella narrazione. Posto che negli anni Trenta la questione di esprimersi in modo politicamente corretto era meno rilevante di adesso e che certi vocaboli oggi risultano molto più urtanti e offensivi di allora, è anche vero che già nel 1927 André Gide nel suo Voyage au Congo aveva badato a non utilizzare indifferentemente questa triade di parole, ricorrendo a «nègre» solo quando citava le frasi dei suoi interlocutori. È lecito allora a un traduttore intervenire su simili scelte lessicali, aggiornando la lingua per tener conto di una mutata sensibilità? Alla fine mi sono detta di no, perché avrebbe significato proporre ai lettori italiani un testo anacronisticamente e ipocritamente addomesticato.
Del resto, la vicenda di Colpo di luna è tutta giocata sulle varie declinazioni del razzismo, da quello plateale dei commercianti di legname, che si divertono a organizzare notti di bagordi con le donne del luogo e a umiliarle in vario modo, incuranti dei mariti costretti a eclissarsi per lasciar campo libero ai coloni in vena di sfizi, a quello impassibile di Adèle, che si rivolge a un boy chiamandolo «bestione», ma senza alzare la voce, senza scomporsi, solo perché questo è «il suo modo normale di parlare con i negri». E il peggio deve ancora venire: dinanzi all’ipotesi che Adèle venga condannata a dieci anni di prigione per assassinio, l’intera comunità bianca, seppur divisa al suo interno, riterrà ovvi, ineccepibili e perfino ammirevoli i tentativi della donna di far ricadere la responsabilità del delitto su un indigeno. Unica voce stonata, come al solito, quella di Timar, paladino della verità ma quasi senza riflettere, sopraffatto dalla rabbia, confuso, geloso e irrimediabilmente spaesato.
Anch’io a volte mi sono sentita spaesata davanti ad alcune espressioni che designavano strane malattie, oggetti tipicamente coloniali o giochi sconosciuti a me prima ancora che al lettore italiano. E di volta in volta ho cercato di trovare soluzioni che mantenessero il senso di straniamento, senza risultare eccessivamente oscure o richiedere il ricorso a note. Un solo esempio per tutti: a proposito della rituale partita a zanzi con cui i clienti dell’Hôtel Central si intrattengono prima di pranzo, ho girato la frase in modo da rendere chiaro che si tratta di un gioco di dadi, a differenza della belote, passatempo serale degli appassionati di carte.
Al di là dei singoli problemi lessicali legati all’ambientazione, resta da dire che Colpo di luna è uno dei primi romanzi «letterari» di Simenon, e su di esso l’autore scommise molto, aspettandosi da questa nuova formula non solo un ampio successo di pubblico, che aveva già conquistato con la fortunata serie dei Maigret, ma anche i riconoscimenti della critica, la consacrazione come scrittore a tutto tondo, nonché un certo scalpore legato alla presa di posizione polemica nei confronti dell’impresa coloniale. La scrittura, piana e suggestiva come in tutti i libri di Simenon, diventa qui più accurata, l’analisi psicologica più approfondita, la trama invece che puntare sul giallo e correre dritta alla scoperta del colpevole indugia nelle pieghe del disagio fisico e mentale del protagonista, su quell’impercettibile squilibrio denunciato sin dalla prima pagina e che condurrà Timar a una sorta di delirio semilucido: il suo «colpo di luna».
Essendo la narrazione focalizzata su questo personaggio, la lingua segue lo stesso percorso, diventando via via più onirica e frammentata, con frasi brevi e incise, scandite da punti esclamativi, alternate a frasi altrettanto brevi, ma tronche, che scivolano in puntini di sospensione. Tradurre questo ritmo, con la sua essenzialità sintattica, la sua sobrietà lessicale, cercando di evitare i due rischi opposti della scipitezza e dell’enfasi, è forse stata la cosa più difficile. Una difficoltà che si presenta spesso, lavorando su Simenon, la cui scrittura rapida, semplice ed efficace, delizia dei lettori, nasconde più di una croce per i traduttori.
Marina Di Leo








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