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Freelander
di: Miljenko Jergovic / editore: Zandonai, 2010
traduttore: Ljiljana Avirovic - traduzione dal serbocroato


pag. 1 Nota del Traduttore

Jergovic è un autore molto colto, conosce bene i classici moderni della letteratura internazionale, tuttavia è fortemente orientato ai dettami del suo spirito creativo, del suo limes narrativo. Un limes autoimposto che talvolta disorienta la critica letteraria. La sua ricerca di generi letterari differenti, unita all’acutezza di uno sguardo, spesso fortemente critico, sulla sua gente, è anche una sfida con se stesso, e sovente una provocazione, come quando definisce, nel sottotitolo, “novella” quello che a tutti pare un romanzo vero e proprio: è il caso di Volga, Volga o Buick Riviera. Oppure, partendo da un evento drammatico – l’uccisione della giovanissima zingara Srda nel volume Al dì di Pentecoste –  ne segue le diramazioni in sette storie diverse, apparentemente racconti a sé stanti ma in realtà sapientemente collegate in un romanzo compiuto.
Nei tre romanzi – o “novelle”, come dice lui – Buick Riviera, Freelander e Volga, Volga, Jergovic esplora il rapporto dell’uomo con la sua automobile, un tema semplice da definire quanto difficile da trasformare in poesia romanzata. L’automobile e il suo proprietario si ergono a simboli della memoria storica della Jugoslavia di un tempo, memoria della quale Jergovic è il fedele depositario. Con la penna dello scrittore e con l’occhio attento di un vero cineasta, illustra la storia, la psicologia e l’identità di un uomo jugoslavo. Il successo della trasposizione cinematografica di Buick Riviera, per la regia di Goran Rusinovic – premiata ai festival di Sarajevo e Pola – può essere, lo speriamo tutti, di buon auspicio per la serie dei tre film previsti, tratti dagli omonimi romanzi della “trilogia della macchina”, proprio come nella migliore tradizione dei grandi “classici-moderni”.
Qui l’automobile diventa l’alter ego del suo proprietario.
Se qualcuno avesse incontrato Hasan Hujdur, l’eroe di Buick Riviera, a Toledo, Oregon, in quella primavera che tardava a sbocciare, quando in giro non c’era nessuno, chi mai andrebbe a zonzo con venti gradi sotto zero solo per guardarsi attorno, avrebbe giurato che quest’uomo ama la sua Buick Riviera argentata, prima serie del 1963, più di quanto un uomo ama di solito la propria auto, che probabilmente non aveva figli e che, quasi di sicuro, non era originario dell’Oregon; avrebbe visto e conosciuto un uomo sradicato dalla sua Bosnia con un bagaglio colmo di nostalgia, insieme a un suo compaesano, Vuko Salipur. Hasan e Vuko: due figli della stessa terra, soltanto uno musulmano e l’altro ortodosso. L’avvincente incontro di due destini e due nomi diversi è anche la risposta alla domanda che attanaglia Jercovic giornalista: perché è più credibile e affidabile colui che racconta fandonie (Vuko) di uno che vive con disperazione il proprio sradicamento (Hasan) e prova amore sincero per la Patria perduta? La vecchia “dama americana”, modello 1963, è il simbolo, o la metafora, dell’animo di Hasan, della sua tragica povertà e del suo desiderio di far ritorno a casa.
Dietro la maschera dei due eroi minori c’è la voce dello scrittore che s’interroga costantemente su cosa sia vero e cosa falso. La verità e la menzogna, magistralmente incarnate dai due protagonisti, inducono il lettore alla riflessione sulla loro universalità, sul loro essere regine incontrastate di questo nostro mondo.
Volga, Volga è l’ultimo romanzo della saga sull’uomo e la sua automobile. Il titolo richiama alla memoria la famosa macchina sovietica, un sognoraggiungibile soltanto da pochi eletti e rigorosamente fedeli all’ortodossia di regime, e nello stesso tempo la canzone sul fiume Volga, ben nota anche in Occidente. Rimanda al tempo del socialismo di stampo sovietico, ed è anche il simbolo, forse, di un comunismo che non si è mai realizzato, né in Unione Sovietica né nei paesi limitrofi, almeno dal punto di vista politico. Rimanda al tempo in cui un colonnello dell’esercito jugoslavo, un tale Uzelac, serbo e proprietario di una Volga, decide di vendere a Dzelal Pljevljak, bosniaco e per giunta musulmano praticante, spiegando le ragioni per cui è arrivato a disfarsi di un gioiello così ambito e al tempo stesso modello di fedeltà a un’idea di socialismo entrata in crisi dopo il celebre niet di Tito a Stalin. Sconfitta o liberazione? L’acquirente utilizzerà la Volga nera quasi esclusivamente per percorrere i centosedici chilometri che separano Spalato da Livno, dove si reca ogni venerdì alla moschea per la preghiera settimanale.
Un altro confronto tra due memorabili personaggi, un’altra ricerca sulla vita quotidiana in quel paese assai complicato che si chiamava Jugoslavia.
Freelander, seconda opera in ordine d’apparizione della trilogia, ha come protagonista un anziano professore di Zagabria, che ha dovuto abbandonare da bambino la natia Sarajevo, per farvi ritorno quando ha ormai alle spalle quasi tutta la sua vita. “Freelander”, in realtà, è lui, un uomo senza patria, uno né di qua né di là, uno sradicato, del quale i funzionari di una filiale austriaca di una banca svizzera non sono in grado nemmeno di stabilire la provenienza, un Niemand, uno-nessuno. «La Patria» dice Jergovic in un’intervista di qualche anno fa «è qualcosa di molto disonesto e molto crudele».
Nel caso del romanzo Freelander, Karlo Adum è proprio colui che è stato privato di questa cosa disonesta e crudele, un Freelander appunto. Ma Freelander è anche il nome di un’automobile. Il triplice legame Freelander-Karlo Adum-Volvo si erge ad allegoria dei tormenti del protagonista. Il professor Adum possiede una Volvo, segno del benessere raggiunto in Jugoslavia negli anni settanta del secolo scorso, di una stabilità e di una qualità della vita alla quale lui, buon uomo di sinistra e professore di storia nelle scuole medie superiori, comunque non ha intenzione di rinunciare. Ma c’è qualcosa che scricchiola in quel benessere raggiunto. Gli anni settanta del secolo scorso erano gli anni delle certezze raggiunte e delle incertezze dietro l’angolo. Ora queste incertezze sono davanti ai nostri occhi.
In un misterioso telegramma giunto a Sarajevo, da cui Karlo manca ormai quasi da cinquant’anni, gli si comunica che potrebbe diventare erede dell’odiato zio, il fratello del padre. Quel telegramma diventa lo spunto per un lungo esame di coscienza da parte del protagonista, lo sprone a mettersi in viaggio, ma nello stesso tempo la causa della sua fine.
Oltre ad essere un abile affabulatore, in questo e in tutti i suoi libri, Jergovic è anche un fine critico, sociologo e linguista. Con spirito assai canzonatorio dichiara, per esempio, di aver scritto il suo romanzo Ruta Tannenbaum  in lingua bosniaca, croata, serba e montenegrina. È vero. la sua scelta lessicale poggia spesso sulla sottile differenza dei significati tra le parole della lingua un tempo detta “serbocroato” o “croatoserbo”; il termine serbo krst e quello croato kriz sono differenti nella grafia e nella pronuncia, ma tutti e due significano “croce”. Questa ricchezza lessicale è abilmente utilizzata dallo scrittore per plasmare personaggi di nazionalità e fedi differenti, con uno stile e un procedimento narrativo mai privi di raffinata ironia. Il gioco delle differenze linguistiche continua anche nella scelta ponderata dei nomi.
Con la medesima attenzione per tutto ciò che è inedito e al contempo obbedisce ai bizzarri corsi e ricorsi della storia, non solo a livello linguistico, ma anche culturale, in Freelander l’autore si diletta a indagare il fenomeno per cui la gioventù di oggi, nata negli anni novanta del secolo scorso, trasgredisce ascoltando la nuova musica popolare, croata e serba, e frequentando i locali nei quali risuonano soltanto le melodie del cosiddetto “turbo-folk”. Alla domanda dell’immancabile giornalista sulle ragioni di ciò, i giovani rispondono laconici: perché ci divertiamo. È lo sballo.
Karlo Adum ormai vecchio, capisce la gioventù, i suoi gusti, le sue tendenze, ma stenta a capire perché la sua vita sia stata quello che lui non avrebbe mai voluto, perché si senta un fallito. La colpa è, come sempre, della madre e del padre, della Storia crudele, Storia della quale lui, nonostante tutto, era professore.

Ljiljana Avirovic



pag. 2 Nota del Redattore

Coinvolgente e cinico, ironico e insieme epico è il ritorno di Karlo Adum nella natia Sarajevo a bordo della sua Volvo arancione del ’75. Il protagonista di “Freelander”, romanzo denso e critico che diventa acceso affresco storico sulle contraddizioni dei Balcani, è un professore in pensione, vedovo, che vive a Zagabria completamente isolato; il suo unico saltuario interlocutore è il Postino, il quale gli consegna un giorno il telegramma che spezza la sua routine: gli si comunica la morte del vecchissimo zio, l’odiato fratello di suo padre, che richiama a Sarajevo per la lettura del testamento i parenti rimasti. Karlo decide di affrontare, a bordo della sua automobile, il viaggio fino a Sarajevo, in cui non ha mai rimesso piede. La notte prima di partire sogna, dopo anni che non gli capitava più: si tratta di un sogno complicato e tentacolare che ruota attorno a una bara, in cui alla fine appare lui morto. L’indomani a bordo dell’inseparabile Volvo – la cosa che gli è più cara – lascia Zagabria munito di una pistola e con la consapevolezza che non ci tornerà più. Il senso di avventura che lo invade lo fa sentire più giovane di dieci anni. Ma la partenza riporta a galla anche ricordi lontani e traumatici, come la volta in cui la mamma Cica lo aveva mandato alla colonia estiva ma, per errore, sulla corriera dei bambini mongoloidi, in balia di educatori disumani e violenti. Fermatosi all’autogrill, osserva con disprezzo le orde di turisti polacchi che ora invadono la Croazia e sentenzia: “La nostra è un’identità da camera d’albergo e da reception, poiché dal punto di vista storico siamo soltanto dei camerieri che bramano una buona mancia.” E rimugina sulle sfortune della sua carriera scolastica rivivendo l’odio per un collega. Al casello del confine teme il controllo, a causa della pistola; ma tutto fila liscio e in un attimo si ritrova in Bosnia, paese in cui pensava che non sarebbe mai tornato. Le indicazioni stradali sembrano ricordare continuamente le rivendicazioni di quelle terre tra serbi e croati al punto che Karlo arriva a inveire: “Vada a farsi fottere quello storico che non sa il cirillico, ma si fottano pure i segnali stradali che indicano villaggi inesistenti.” Lui è convinto di essere un uomo che non sa quello che non gli interessa e che può dimenticare quello che non vuole ricordare. Un incidente sulla strada lo colpisce e lo commuove: vittime sono alcuni cavalli agonizzanti che giacciono in un lago di sangue, assistiti dai loro padroni e da una donna che, come un’eroina melodrammatica, canta agli animali un’ultima nenia. Fatalmente ripensa ai suoi genitori: il padre, assente, vittima di un incidente alla mano causato dall’odiato zio, e la mamma Cica, che è passata tutta la vita da un amante all’altro (generali tedeschi e italiani, ustascia, infine comunisti). Un emozionante salto temporale gli riporta alla memoria gli ultimi giorni della madre malata che non lo riconosce più, fino allo struggente epilogo in cui lei gli confessa che, rimasta incinta, ha abortito e lo lascia dicendogli: “Ora sei venuto per farmi ricordare che non esisti”, quasi a cancellare del tutto la sua esistenza. Molti sono gli incontri del professore prima di arrivare a Sarajevo: un insistente venditore di cd, due strampalati camerieri in costumi ragusei, un poliziotto con cui segue una partita di calcio, un vecchio professore vittima di un incidente. Quando anche la sua Volvo, malridotta, sembra giunta al capolinea, si ricorda il perché lui e sua madre avevano lasciato Sarajevo: da bambino lui aveva causato incidentalmente la morte di un compagno di scuola. Il viaggio gli ha procurato solo brutti ricordi, un malessere crescente e inquietudini per la pistola, anche se sarà l’unico destinatario dell’eredità dello zio. Freelander è infatti il codice del conto bancario dello zio, ed è il modello Land Rover che ha sempre superato la sua Volvo, ma è anche lui, un apolide condannato alla solitudine.

Corrado Premuda