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LIBRERIA

NOVITA' IN PILLOLE: Avvistamento di pesci rossi in Danimarca
di: Alessandro Fusacchia, Davide Rubini / editore: Biliki Editions, 2009


Avvistamento di pesci rossi
in Danimarca



© 2009 – Nyciara Ltd. Biliki Editions
44/40 Rue des palais
1030 Bruxelles, Belgio
Editori
Patrick Lowie
Hassan Charach
Collana Piola.Libri
Direttore Jacopo Panizza
Piola.libri • 66-68 rue Franklin
1000 Bruxelles, Belgio – www.piolalibri.be
ISBN : 978-2-930438-59-7
Dep. leg. be – d/2009/10.559/13
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www.biliki.com


Alessandro Fusacchia    -   Davide Rubini

Avvistamento di pesci rossi
in Danimarca


Romanzo


alla tua curiosità, adesso



Fermati e annusa le rose.
PROVERBIO DANESE



1. Samuele
La valigia di Stefano è una borsa blu notte alta non più di settanta centimetri, foderata da tasche intelligenti da cui pendono decine di piccole sacche per il dentifricio e lo spazzolino da denti, per il rasoio e le saponette. Stefano la poggia tra la cassapanca e il letto senza neanche guardare, come se lo avesse saputo in anticipo che si sarebbe incastrata nel cubo vuoto senza nessuna difficoltà.
Il signor Stefano Spada, titolare di un’azienda che produce piastrelle per bagni, è arrivato. Ha fatto solo due passi nella mia stanza e ha già capito quanto spazio occuperà. Ha capito che senza di lui tutto sarebbe restato come prima, mentre ora la macchina è pronta a mettersi in movimento, a secernere succhi, ad aprire e richiudere porte, a confondere lingue diverse.
Sono a Copenaghen da sei settimane e il mio nome è Samuele Salvati. Sono arrivato in Danimarca perché non sapevo nulla di questo paese. Adesso, invece, sono in grado di dare senso al suo particolare più insignificante.
Sono un autore di guide turistiche. Ho pubblicato la mia prima guida durante il mio ultimo anno di architettura.
Da allora ne sono seguite almeno una decina. Raccontano di posti sparsi per i quattro continenti, ma nessuna parla della Danimarca. Mai scritto una parola su questo paese,come se non fosse nemmeno in Europa, come se non ci fossero il mare e le belle donne. Ho accettato con piacere la richiesta dell’editore perché ho conosciuto mezza Africa e l’intera America Latina senza averci messo piede, e alla fine ho sentito il bisogno, dopo tanto lavoro, di vedere se è possibile fare il contrario, se è cioè possibile fidarsi di ciò che si vede per raccontare un paese, per raccontare come stanno realmente le cose e al tempo stesso dire la verità.
Io sono venuto a Copenaghen perché questa città era per me poco più della statua della Sirenetta accovacciata di fronte allo stretto di Øresund. Stefano Spada, invece, dice di essere venuto in Danimarca per vedere come sto io. Per telefono mi ha raccontato di avere bisogno di svagarsi, di volersi prendere qualche giorno lontano dalla solita routine, dai clienti, dalle pareti asettiche dell’ufficio, dalla segretaria.
Il lavoro negli ultimi mesi ha concesso a Stefano poche giornate libere, che lui ha finito per dedicare quasi tutte alla moglie. Mi ha detto che Elena si è messa in testa di cambiare l’arredo della camera da letto, che gli è toccato fare il giro di una ventina di mobilifici prima di riuscire a trovare l’armadio in grado di soddisfarla pienamente.
Da come ne parla, pare che trascorrere del tempo con lei lo annoi. Non lo ammetterebbe mai, per carità, ma se quando parla di affetti qualcuno coniuga il verbo toccare, a me sorge sempre il dubbio che le cose si stiano facendo complicate.
In ogni caso, sono contento di riabbracciarlo, anche se, come ad ogni nostro incontro, per tenerne il passo
toccherà adeguarsi a ritmi che non sono i miei.
Stefano si presenta così, con un bagaglio essenziale e funzionale. Ha l’aria di uno convinto che ci sia sempre qualcuno pronto ad aspettarlo. Forse è per questo che ha voluto che lo andassi a prendere in aeroporto. Mi ha sorpreso la sua risposta alla mail in cui gli spiegavo che avrebbe potuto raggiungere casa mia senza troppi problemi. Sarebbe bastato salire su un autobus e scendere alla fermata di Amagerbrogade. Io sarei stato là ad aspettarlo. Nella lettera gli spiegavo tutto nei minimi dettagli, compreso il numero di passi che bisogna calpestare per raggiungere l’uscita e dove procurarsi corone al cambio più conveniente, neanche scrivessi per la casa editrice che pubblica le Lonely Planet. Gli spiegavo come recuperare qualche moneta per pagare la corsa in autobus e gli consigliavo, una volta a bordo, di mettersi a sedere al piano superiore per gustarsi dall’alto l’arrivo in città e prendere le misure per l’atterraggio vero. Non più di una riga per la risposta : Stefano mi avrebbe aspettato in aeroporto,da solo non avrebbe fatto nemmeno un passo, non c’era niente da stare a organizzare.
Ho una teoria. Ogni incontro, anche quello inserito nella rete più fitta di abitudini, prevede un periodo di
adattamento. È come se i corpi premessero sull’aria modificandone la forma, un’aria molto più densa rispetto a quella che siamo abituati a respirare, un’aria che abbiamo bisogno di plasmare, come un cuscino gonfio di piume. Ci sediamo, e piano piano il cuscino comincia a foderarci il sedere come una tasca aderente, per poi trattenere quella forma fino al momento della nostra partenza. Con le persone, con l’aria densa che circonda le persone, succede la stessa cosa. È un meccanismo che osservo ad ogni incontro, al punto da ritenerlo necessario, inevitabile. Per questo ad un primo appuntamento ci si stringe la mano e all’abbraccio si arriva solo quando si è presa confidenza : è per non fare scoppiare il cuscino e spandere le piume tutt’intorno.

(segue)