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TRADUTTORAMA

Speciale Poesia - a cura di Ana Ciurans


pag. 1 INTRODUZIONE

Traduttorama è la rubrica che N.d.T – La Nota del Traduttore dedica agli speciali.
In questo numero abbiamo voluto parlare di poesia, seguendo la scia di numerose manifestazioni dedicate alla scrittura in versi che negli ultimi mesi, da maggio a settembre, si sono svolte in diverse città italiane. E in particolare abbiamo voluto dare voce a quanti si occupano non solo di scrivere poesia, ma anche di tradurla.
“A chi parlano oggi i poeti?” È questa la domanda che abbiamo rivolto agli addetti ai lavori, per rispondere a tutti coloro che pensano che la poesia sia un genere superato e per comprendere i motivi per cui questo pregiudizio resiste e si alimenta nel corso degli anni. Chiude lo speciale una breve rassegna di antologie che attraversano il genere, passando dalla poetessa Nobel Wislawa Szymborska e dai versi del cantautore americano Leonard Cohen fino ad alcune voci esordienti della lirica italiana: Vanni Bianconi, Fabio Donalisio e Carlo Carabba.
Dori Agrosì

Il lavoro del traduttore-poeta e del poeta-traduttore vaga tra l’intraducibilità teorica della poesia che
affermò Croce, la scarsa traducibilità di cui parlò Montale e la trasposizione creatrice di Jakobson.
Nel migliore dei casi, parafrasando Umberto Eco, la poesia tradotta è quasi la stessa cosa, ma mai la
stessa, della poesia originale. O, come diceva Caproni, la prima è solo una imitazione della seconda «perché una restituzione perfetta rimane sempre, quando si tratta di poesia traslata, una chimera, non fosse che per l’inevitabile usura che le parole, come le monete, subiscono attraverso il cambio. Perché anche ammettendo che la poesia sia più resistente della lingua che la dice, quella lingua rimane comunque il materiale di cui è fatta la poesia, quindi è inevitabile un logorarsi della parola».
Da queste considerazioni si potrebbe dedurre che sono i poeti a dover tradurre i poeti. Lo sostiene, per esempio, Annelisa Alleva, poetessa e traduttrice, pur precisando che in questo caso il poeta non deve farsi “traduttore”. Questo non significa che un poeta possa permettersi di essere più libero quando traduce. È sempre schiavo del testo, ma è proprio qui, con le mani legate da un testo scritto da un altro, che mette alla prova le abilità che trasporrà nella sua poesia. Personalmente, da traduttrice e lettrice, ritengo che una buona traduzione poetica sia quella in grado di suscitare le stesse o quasi le stesse emozioni della poesia prima di essere tradotta.
Ana Ciurans



pag. 2 Intervista ad Andrea Sirotti

Andrea Sirotti è nato a Firenze dove insegna lingua e letteratura inglese. È redattore di Semicerchio e da alcuni anni si occupa di poesia femminile e postcoloniale e di tecnica della traduzione poetica. È curatore di varie antologie e monografie poetiche (le più recenti: Men/Uomini. Ritratti maschili nella poesia femminile contemporanea, Le Lettere 2004; e Gatti come Angeli. L’eros nella poesia femminile di lingua inglese, Medusa 2006) e traduttore
di autori contemporanei per le case editrici Einaudi, Le Lettere, Medusa, Quarup.

Partendo da una delle classiche coppie oppositive della storia della traduzione, “fedeltà/infedeltà”, secondo lei nel tradurre poesia sono più bravi i poeti o i traduttori? Ed è vero che la dicotomia si rafforza con l’ulteriore aggiunta: traduzione di poeti-infedele, traduzione di traduttori-fedele?
Non credo che quella vecchia dicotomia abbia oggi alcuna validità. Penso che occorra innanzitutto intendersi sul significato di “fedeltà”: fedeltà a che cosa? Certo non alla “lettera”, al contenuto, trattandosi di poesia, ma nemmeno unicamente alla metrica o allo stile. Penso che il tentativo che si debba fare, traducendo poesia, è quello di far rivivere l’atto creativo che ha ispirato l’originale. In una parola, cercare di rispettare il più possibile la poetica dell’autore e produrre un testo letterario che sia in qualche modo una poesia esso stesso, che si ponga allo stesso tempo in un rapporto “intertestuale” di ascolto empatico e di dialettica nei confronti dell’originale (un testo che dialoga con un altro testo). La traduzione di poesia finisce davvero con l’essere il rapporto tra due poetiche, quella dell’autore tradotto e quella del traduttore. Un dialogo alla pari, in cui come dice Franco Buffoni, coesistono «il massimo dell’umiltà e il massimo della pretesa, in primis con sé stessi». È chiaro che in quest’ottica un poeta in proprio può avere “una marcia in più” ed è più probabile che riesca ad attuare quella mirabile sintonia di cui parlavo prima. Ma conosco molti “professori” non “poeti” (per usare un’altra celebre opposizione, quella di Georges Mounin) che se la cavano benissimo senza aver mai pubblicato i propri versi (che magari, chissà, serbano gelosamente nel cassetto o in una cartella ben occultata nel proprio computer!).

Les fleurs du mal di Baudelaire, tradotta magistralmente dal poeta Giorgio Caproni e dal traduttore Antonio Prete che ne riproduce les cages métriques. Come spesso segnala Franco Buffoni, l’importante è cogliere il «respiro» del testo, sia esso in prosa o in poesia e les cages métriques sono solo un fatto storico. C’è una versione che lei preferisce? Pensa che questo esempio distrugga la coppia oppositiva di cui alla prima domanda?
L’esempio citato credo confermi quanto detto prima. In realtà sono contrario a quanto si afferma di solito che «la traduzione perfetta è unica». Credo che possano esistere moltissime ottime traduzioni di poesia, anche se molto diverse fra loro, costruite su presupposti e criteri anche opposti. Sta al traduttore, di volta in volta, decidere quale aspetto far prevalere in quel particolare testo, e di conseguenza operare la traduzione. Una particolare sensibilità al linguaggio della poesia, al ritmo, alla condensazione semantica certamente aiuta, ma, di nuovo, l’obiettivo è quello di creare un testo che stia in piedi da solo, che possa in qualche modo entrare in rapporto dialettico con la lirica originale. Un testo che sia riuscito, in un modo o nell’altro, a trasferire la poeticità da una lingua all’altra. L’ambizione del traduttore di poesia è quella di rovesciare il famoso detto di Robert Frost secondo cui «la poesia è ciò che si perde in traduzione». Sarebbe bello poter affermare, al contrario, che «la poesia è ciò che rimane in traduzione», l’unica cosa che in definitiva viene traghettata da una parte all’altra del confine culturale.

Nella nota alla traduzione delle poesie di Wislawa Szymborska, Pietro Marchesani dice di aver adottato le strategie che sembrano più appropriate: rinunciando alla corrispondenza metrica quando questa potrebbe impoverire o deformare l’aspetto semantico del testo (con ricorso alle assonanze, ai ritorni
ritmici, al numero delle sillabe, alle rime, cercando di ottenere una riconoscibilità fonico-ritmica), altre
volte salvaguardando il principio della corrispondenza metrica, rinunciando alla rima, per evitare fuorvianti soppressioni o mutamenti lessicali, rime abusate da utilizzare solo in modo ironico. Lei quando traduce poesia quali strategie preferisce adottare?

Come dicevo prima, la strategia migliore è quella che prevede un sano eclettismo. Una forma di mimesi che ti porta ad ascoltare e assorbire la voce originale del poeta per interpretarla al meglio e poi adottare consapevolmente le strategie giuste per quel tipo di testo. Questo non significa cancellare del tutto la propria identità o fare, parafrasando Keats, il chameleon translator; significa piuttosto mettere la propria poetica al servizio di quella dell’altro. In alcuni casi l’operazione funziona, in altri casi, quando la distanza tra le due sensibilità, tra le due visioni del mondo e della scrittura è inconciliabile, la possibilità di traduzione riuscita si fa più ardua…

Crede che un traduttore non madrelingua possa tradurre verso la lingua di adozione? Molti autori di frontiera preferiscono scrivere nella lingua di adozione. Come diceva Emil Cioran, l’uso di questa lingua sottolinea la dimensione deliberata della scelta della parola a scapito dell’atto istintivo.
Niente è precluso o impossibile. Per quello che dicevo prima, i poeti-traduttori migranti, diciamo così,
potrebbero essere i più adatti a tradurre le loro controparticontroparti che scrivono in un’altra lingua di adozione (penso per esempio ai poeti migranti anglofoni in Gran Bretagna, magari di seconda generazione). È vero che usare una seconda lingua spinge a una consapevolezza del mezzo linguistico che a volte non avviene con la nostra madre lingua, spesso però la complessità del linguaggio poetico è tale – basti pensare all’accademismo di molti poeti contemporanei italiani – che solo un madrelingua aduso ai linguaggi poetici correnti riesce ad affrontare l’impresa.

Tra l’avviso metalinguistico che contiene la traduzione (e che richiede che il traduttore sia un esperto nella lingua straniera da cui si traduce) e la funzione estetica inerente alla traduzione di un testo, soprattutto poetico (che richiede che il traduttore sia un esperto nella lingua straniera di grado ulteriore o lingua straniera tout court che è la lingua poetica), quale considera più rilevante per un buon risultato? Ovvero, tradurre è questione di passione poetica o anche e forse soprattutto di competenza?

Ho avuto molte esperienze di cotraduzione di poesia in cui un componente della “coppia” assumeva a sé uno dei due ruoli. Nella collaborazione con la poetessa bolognese Loredana Magazzeni (Gatti come angeli. L’eros nella poesia femminile di lingua inglese, Medusa, Milano 2006), per esempio, io svolgevo più il ruolo di revisore linguistico-tecnico, mentre a Loredana spettava il compito di riconoscere e assecondare gli aspetti più prettamente estetico-poetici. In altri casi di collaborazione, magari, mi è toccato l’altro ruolo. Diciamo comunque, ed è una banalità me ne rendo conto, che avere entrambe le caratteristiche aiuta. Il poeta, alla maniera di un attore vecchio stampo, quando si cimenta nella traduzione di un testo poetico, non può correre il rischio di sovrapporre la propria voce a quella del suo autore. Deve accordarla a quella dell’altro.

Lei è un esperto di poesia femminile e post coloniale. Ha curato e tradotto con Giorgia Sensi per Le Lettere Men/Uomini, ritratti maschili nella poesia femminile contemporanea. Ci parli di questi ritratti e delle voci femminili che predilige.
Quello era un tentativo di antologia “a tema”, genere abbastanza popolare nei paesi di lingua inglese,
ma poco praticato da noi. È stato molto divertente lavorare al progetto, cercare i testi, valutare. L’idea era quella di mettere insieme poesie di donne che parlassero dei propri uomini (padri, figli, fratelli, mariti, amanti) in modo da creare un florilegio di voci e di toni che trovassero, proprio dal contrasto e dalla contrapposizione, un nuovo senso, un’imprevedibile polifonia. Molte di queste autrici, effettivamente, provengono dal mondo post coloniale che a mio giudizio produce oggi molte voci poetiche potenti e originalissime.

Cosa sta traducendo adesso e quali sono i suoi progetti?
Attualmente, benché molto impegnato nella traduzione di narrativa, sto preparando insieme a Giorgia Sensi un’antologia della poetessa scozzese Carol Ann Duffy, recentemente salita agli onori della cronaca per essere stata eletta, prima donna (oltretutto gay e working class), alla carica di Poeta laureato della corona britannica. È un’autrice popolarissima e controversa nel Regno Unito, dove le sue opinioni sono molto dibattute e ascoltate. Di quale poeta italiano, dopo Pasolini e Montale, possiamo dire altrettanto? Spero che le nostre traduzioni contribuiscano a renderla un po’meno ignota da noi. Il mio sogno, comunque, è trovare sempre più editori disposti a rischiare sulla poesia, soprattutto quella contemporanea in traduzione. Viceversa sembra che l’editoria restringa sempre di più gli spazi per la pubblicazione di versi, con l’idea che in Italia c’è molta più gente che scrive poesia di quanta non la legga. E in questo quadro di difficoltà vorrei rendere merito a Le Lettere, editore di Firenze, per essere uno degli editori più coraggiosi e attenti verso questa letteratura genuinamente popolare che solo fortuitamente si ritrova a essere relegata in una nicchia. Il ruolo del traduttore di poesia è spesso anche quello di un appassionato talent scout alla ricerca di voci nuove e originali da far emergere, da far conoscere ai propri connazionali nel tentativo di rendere più aperta, meno asfittica e autoreferenziale la scena poetica del nostro paese.


pag. 3 "A chi parlano oggi i poeti?" - Risponde: Fabio Donalisio

A chi parla la poesia. Prima accertiamoci che sia ancora una forma di linguaggio. Anni di usura, di chiusura, di autoreferenzialità hanno ridotto la percezione del poeta da parte del mondo esterno (e già che si usi questa espressione è interessante) a qualcosa a metà tra l’adepto polveroso di qualche setta inutile e verbosa, il vanesio maniaco del proprio nome sulla carta da regalare ai parenti e il suonatore (pifferaio/pianobar) da matrimoni. Un’avanguardia estenuata che non ne vuole sapere di sparire (come tutto, in Italia) fa comunella e ritrova fronte comune con il manierismo del supposto privilegio. Da ciò il lugubre dato di fatto che anche solo la parola “poeta” suona artefatta, muffita, quando non insultante. Nemmeno più un ruolo. Un ingombrante scheletro nell’armadio. Eppur (qualcosa) si muove. La possibilità di riallacciare i ponti con la realtà diventa imperativa. Una poesia che guardi (anche da un’isola, perché no), e che parli. Che costruisca mito, che fondi, e che all’occorrenza produca conflitto. Che dica cose della vita. Che sia, citando Bolaño, lui sì incredibile POETA, reale e viscerale (anzi visceralista). Capace di rivoltare le tombe e gli stomaci. Le persone che parlano questa lingua ci sono, allenate da umiliazioni e sconfitte. Ma vive. E vogliono portare il nome di poeta senza vergogna. Si può fare. Direbbe il Dr Frankenstein. L’eredità da smantellare è particolarmente pesante (e pedante). Ma sanguina, e tanto basta. Chioserebbe Conan il Cimmero. Quindi, «Aux Armes et caetera».

Fabio Donalisio nasce nel 1977 in provincia di Cuneo, detta la Granda. Dopo una laurea in retorica si trasferisce a Torino per lavoro. Nel 2007 pubblica la sua prima raccolta Miti logiche per ExCogita, finalista al premio Carver 2008. Oggi vive a Roma e collabora con la rivista Blowup, per la quale cura  a rubrica di libri Champ Libre. Frequenta il master in editoria dell’Università di Bologna. Suoi versi sono apparsi sulla rivista letteraria online Caleidoscopio, sui blog www.anarchica.net e www.riaprireilfuoco.org. È presente nell’antologia Lingue di confine. Dodici poeti cuneesi e sul primo numero della rivista Ludwig, entrambi per le edizioni Torino Poesia e tra poco su Protesto, di Fara Editore.



pag. 4 "A chi parlano oggi i poeti?" - Risponde: Ivano Ferrari

Secondo me la poesia non ha mai “parlato” a nessuno. Mi spiego, la poesia è un suscitare emozioni che nascono, a loro volta, da altre. È un linguaggio astratto, distruttivo del “linguaggio”. Un linguaggio che “dice” per percezioni. Riuscire a parlare proprio attraverso questa emozione è il compito del poeta che in realtà, parla con se stesso quando scrive. Ovvio che se poi trovi chi ti capisce, chi ti segue, meglio. Niente fascino ma percezione della fatica di chi scrive e di chi legge. L’unione o sintesi di due fatiche, senza fascino alcuno, ripeto. La poesia non è ispirazione ma lavoro giornaliero. A me una emozione suscita una parola, io la prendo e la isolo e così, senza sostegno, sola, deve essere affiancata da altre e altre ancora. Così nasce. Poi deve ancora suscitare emozioni negli altri. Si dice che la poesia “è difficile” proprio per questo, perché il lettore si aspetta una serie di parole a capo, alquanto incomprensibili. Se gli dai cose concrete, parole che riprendono il nome di tali, il lettore crede che non sia poesia. Invece la poesia deve “dire”, se non si ha niente da dire, meglio tacere.
La mia prima poesia l’ho scritta tardi, se così si può dire. Avevo 30 anni. S’intitolava Ascaridi nel muschio di ottobre e l’ho scritta per gioco intellettuale. Era composta da versi di Rimbaud tradotti in italiano e attribuiti a me e dei versi miei tradotti in francese e attribuiti a Rimbaud.

Ivano Ferrari è nato a Mantova nel 1948. Amico d’infanzia di Antonio Moresco, autore appartato e insofferente alle etichette, ha pubblicato per la prima volta nell’antologia Nuovi poeti italiani. Vol. IV
per la bianca di Einaudi, a cui sono seguiti La franca sostanza del degrado, la sua raccolta più matura
e organica, e Macello, per lo stesso editore. Nel 2008 ha pubblicato per Effigie Rosso epistassi.



pag. 5 "A chi parlano oggi i poeti?" - Risponde: Pedro Juan Gutierrez

Ho iniziato a scrivere poesia a 13 anni, racconti a 18 e romanzi a 40 anni. Ogni cosa a suo tempo. La poesia – e tutta la letteratura – ha rilevato un incremento enorme lungo il XX secolo. Non si è mai scritto e letto tanto come in questi ultimi 109 anni. Gli scrittori, le case editrici e i lettori si sono moltiplicati all’infinito. E questo è meraviglioso e mi fa sorridere ogni volta che leggo articoli stupidi e allarmisti sulla crisi della poesia, del racconto, del romanzo e del pensiero. Ognuno s’inventa una crisi e l’argomenta. E io rido. La vera crisi c’era all’epoca dei miei nonni che, tra l’altro, tre su quattro erano analfabeti e chi non lo era sapeva fare due conti e poco più. Roba tremenda per il processo di civilizzazione. Dunque, oggigiorno la poesia si scrive per una massa enorme di lettori che non ha più voglia di continuare a leggere Góngora, Quevedo o Shakespeare, anche se quel petulante di Harold Bloom afferma il contrario. Il lettore di poesia di oggi ama un determinato scrittore e quindi vuole leggere tutto ciò che scrive. Non ha importanza se si tratta di romanzi, racconti, poesie o saggi.
Se ti piace Cortázar, o Bukowsky, o Carver, o Hemingway vuoi leggere tutto di loro, assolutamente tutto. Questo è il motivo per il quale i miei lettori amano la mia poesia, anche se poi non sempre è stata pubblicata.

Pedro Juan Gutiérrez è nato nel 1950 a Matanzas, Cuba. Si è laureato in giornalismo all’Universidad de La Habana e per vivere ha fatto mille mestieri, tra i quali professore universitario. A La Habana è molto noto come scultore e poeta visual-sperimentale. In Italia i suoi romanzi sono pubblicati da edizioni e/o. La sua raccolta di poesie Non aver paura, Lulù, è stata pubblicata presso Edizioni Estemporanee, 2006.