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MIGRAZIONI

L'inquilina
di: Najwa Barakat / editore: Epoché, 2009
traduttore: Gaia Amaducci - Traduzione dal francese


pag. 1 Nota del Traduttore, Gaia Amaducci

Tradurre un autore che decide consapevolmente di scrivere un testo in una lingua che non è la sua, comporta diverse problematiche. In questo caso, ci troviamo di fronte a una scrittrice araba, più precisamente libanese, Najwa Barakat, che sceglie di esprimersi in francese, l’idioma del paese in cui vive da anni. Perché lo fa? La risposta viene suggerita dal contenuto del testo, che consiste in una sorta di monologo sulle diverse crisi di identità subite da chi emigra di luogo in luogo, di cultura in cultura, faticando a trovare un equilibrio tra passato e presente, tra rivendicazioni e assimilazioni. La versione originale presentava alcune «preziosità» linguistiche un po’ fastidiose, forse, per un lettore di madre lingua non-francese. Conoscendo la benevolenza con cui i parigini guardano a chi si dedica alla loro lingua, non stupisce invece la buona accoglienza con cui il testo è stato accolto in Francia. Per quanto riguarda la traduzione in italiano, ho preferito soffocare un po’ certi riferimenti troppo locali e concentrarmi invece sul contenuto, brillante e allo stesso tempo malinconico. La struttura del testo, quasi da pièce teatrale, ha aiutato molto poiché l’italiano si piega alle sfumature più diverse. Inoltre, paradossalmente, la traduzione italiana permette l’emergere dell’arabo che la versione francese soffocava. Infatti, l’italiano è una delle lingue più adatte per tradurre l’arabo poiché non sono dissimili come si può pensare, oltre al fatto che la nostra lingua non tende ad appiattire ma a valorizzare, se impiegata bene. In qualche modo, quindi, è stato come tradurre da due lingue, una più manifesta (che ben conosco) e una più indiretta (che ben ri-conosco). Conoscere personalmente l’autrice e avere con lei un bel rapporto di amicizia ha contribuito al mio vivere emotivamente il testo, a coglierne le sfumature più amare così come quelle più ironiche in un dialogo quasi personale tra me e lei. Faticoso, comunque, poiché volendo bene a qualcuno non si può restare indifferenti davanti a una scrittura del malessere, forse perché la si coglie in modo più intimo. Un po’ come il chirurgo che opera qualcuno che conosce bene. La brevità del testo ha imposto una cura attenta riguardo alla scelta delle parole, ma devo dire che la traduzione non mostrava particolari difficoltà dal punto di vista strettamente linguistico poiché la prosa era scorrevole, i termini facilmente rintracciabili e la sintassi piuttosto regolare.
Najwa Barakat ha scritto diversi romanzi, tutti in arabo. In italiano avevo corretto le bozze della traduzione di Ya salam!, l’unico suo libro finora tradotto nella nostra lingua. In L’inqulina alcuni temi anticipano quelli di Ya salam! (per esempio la paura dei ratti), sicché è stato come ritrovarsi in un universo non sconosciuto. D’altra parte, ogni autore possiede il proprio universo letterario e, quando amiamo ciò che scrive, ogni nuova opera ci riconduce a un’atmosfera familiare anche se parla di cose apparentemente nuove.

Gaia Amaducci



pag. 2 Nota del Redattore, Dori Agrosì

“L’inquilina”, di Najwa Barakat, scrittrice e giornalista libanese che risiede a Parigi già dal 1985 è il suo primo romanzo a tutti gli effetti “da migrante” poiché il primo che scrive interamente in francese. Leggendolo si capisce che la scrittura sgorga come forma di liberazione dalla rabbia per l’esilio e da tanti altri sentimenti provocati dalla lontananza forzata, ad affrontare una quotidianità difficile, sedentaria e solitaria. Nell’intento di scrivere in prima persona, l’autrice sembra voler dare voce a coloro che non accettano la condizione di esuli di guerra, o politici, che non accettano un altrove da costruire al di fuori della propria terra. Che cadono in una vita passiva. Naturalmente i pochi contatti con i propri cari (anch’essi esuli in posti lontani) avvengono attraverso il telefono o la posta elettronica. Da una parte descrive un mondo chiuso in un monolocale, il suo, in cui trascorre la maggior parte delle giornate. Immagina orizzonti inesistenti, trasforma la natura delle cose in qualcosa di più grande. “L’inquilina” pertanto non è un diario personale dell’autrice, ma un romanzo basato sull’esercizio autobiografico come espediente da cui prendere spunto e proseguire nella narrazione. Vengono perciò annotati avvenimenti reali, poi caricati da una notevole fantasia. Parallelamente è un valido strumento per esprimere il sentimento dell’esilio di coloro che “vivono in un altrove, nel regno degli Hematlos”, la nostalgia, le “acque agitate della solitudine”, la precarietà, il multiculturalismo e descrivere i connazionali. Si arriva a leggere frasi lunghissime di insulti come se fosse una canzone rap. Ad esempio quando armata di ironia e senza intenzione di offendere scrive: “Gli arabi sono senzapalle, imbecilli, intolleranti, pigri, stupidi, vigliacchi, mediocri…” Come in alcuni show di satira politica o qualcosa di molto simile.
Najwa Barakat avverte il lettore sin dall’inizio che non metterà nemmeno una data, è un libro impersonale sull’esilio, non ha bisogno di date, come se stesse prestando la propria voce ad altri: “A cosa serve precisare una data? Io vivo in una parentesi. M’importa solo di quel che c’è al suo interno. Allora afferro la parentesi, la apro”, l’autrice apre perciò la porta della sua vita all’interno del suo monolocale, abitato e arredato da “esilio”, “nostalgia”, “solitudine”. Reinventa se stessa partendo da una “dieta linguistica”, scrive in francese, e il monolocale diventa “il laboratorio sperimentale” dove tutto ciò che succede passa al setaccio dell’esercizio autobiografico: le conversazioni con gli amici fuggiti per il mondo, con la famiglia rimasta a casa, la paura dei ratti che si presentano, i testimoni di Geova allontanati attraverso il citofono. Arriva però il momento della presa di coscienza in cui non può più fare a meno di rendersi conto che barricarsi in casa completamente non è un modo di vivere adeguato per un umano. Produce profonda tristezza e insonnia. Il laboratorio sperimentale sta cominciando a dare le prime risposte nette e la metafora iniziale dell’esilio e dell’omissione delle date trasforma la “parentesi” iniziale in “fotografia”. “A che serve precisare una data? Io vivo in una fotografia”, dove l’unico oggetto animato è un pallone color arcobaleno, metafora del tempo che si muove, salta e rimbalza, come se qualcuno lo avesse appena lanciato per perpetuare il gioco dell’esistenza.