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ROMANZO

La rabbia giovane
di: Ross Raisin / editore: Bompiani, 2009
traduttore: Andrea Silvestri - Traduzione dall'inglese


pag. 1 Nota del Traduttore, Andrea Silvestri

God’s Own Country, il titolo del romanzo, merita di per sé una nota: è il modo in cui gli abitanti dello Yorkshire (così come della Nuova Zelanda) si riferiscono alla propria terra, alla maestà sovrumana del panorama delle brughiere. Già con questo titolo Raisin sembra alludere al vero protagonista del romanzo, le immense, desolate Moors della regione, che non a caso appaiono sempre in maiuscolo nel testo, nome proprio della natura selvaggia e inumana. Il titolo suggerito dall’editore, La rabbia giovane, per quanto filologicamente infedele possa apparire, nasconde però un riferimento significativo: è il titolo italiano del film di Malick, Badlands, incentrato non solo su una vicenda che ha più di un punto di contatto con quella del romanzo, ma soprattutto, come emerge chiaramente dal documentario sulla realizzazione del film, su una terra (e un cielo) che con i suoi paesaggi è la fonte da cui scaturisce la narrazione. E così Sam, l’antieroe (o eroe?) di God’s Own Country, è l’incarnazione umana di queste Brughiere in cui vagabonda come il Lenz di Büchner, e la sua malvagità (per i nostri standard) non è dovuta a una qualche immoralità o perversione, ma all’amoralità della natura. Sam è un estraneo, un alieno nella polis del XXI secolo con la sua ipocrita idealizzazione della Natura, della Campagna, delle Tradizioni rurali: è la natura, la campagna che si rifiuta di lasciarsi inquadrare nello stereotipo turistico della Gente di città, degli Escursionisti. E così, estraniato dal consorzio umano, alienato dall’identità prescritta per le curiosità folcloristiche, Sam è amorale come la ‘vera’ natura. È l’Altro deciso a far valere la propria alterità. È la Brughiera che si ribella alla colonizzazione dei villeggianti sottraendo loro ciò che hanno di più prezioso: la figlia adolescente, che quando decide di fuggire di casa per futili motivi chiede l’aiuto di Sam senza sospettare che andrà incontro a una diversa e più terribile schiavitù.
Al di là della trama, con i suoi interessanti parallelismi con lo Sheepshagger di Niall Griffiths, nel complesso rapporto tra protagonista umano e ambiente naturale si inserisce un terzo elemento, il fattore linguistico. Un figlio di queste Brughiere come Sam non può certo esprimersi nell’inglese degli odiati Escursionisti di città che stanno lentamente conquistando le sue terre con la forza delle sterline, trasformandole nel loro paradiso bucolico da cartolina. Parla un inglese fortemente dialettale ma, e qui sta la genialità dell’autore, questo gergo non si basa solo su una meticolosa ricerca folkloristica, ma in larga parte su una rielaborazione originale e assolutamente personale. In un’intervista, Raisin ha detto: “Most of it is a real Yorkshire language. Sort of a different melange of different parts of Yorkshire, to be honest. And a lot of it is invented.” Non c’è dunque una qualche purezza edenica da scoprire in opposizione alla corruzione della modernità, neppure a livello linguistico, e per risolvere le decine di incubi del traduttore cui ci si trova di fronte (aflunters, blatherskite, bogtrotted, chunter, crammocky, flowtered, gleg, hubbleshoo, jipping, ligged out, mawnging, nithering, powfagged, trull...) non è sufficiente un dizionario  dialettale dello Yorkshire. La via è piuttosto quella indicata dallo stesso Raisin, che in riferimento all’uso di tali termini, racconta: “It actually came more out of rhythm — it began with rhythm — more than actual lexicon. And so I got a real feel for this rhythm of the landscape, and the way that transposed into the voice.” Così, nella traduzione, ho tentato di rendere la lingua di Raisin a partire da questo indissolubile legame tra dialetto, schizofrenia e natura, in modo da riprodurre l’esperienza del viaggio nel male dall’interno, intensificata dall’uso della prima persona (cui Raisin è arrivato in un secondo momento della stesura).

Andrea Silvestri



pag. 2 Nota del Redattore, Simona Dolce

Il protagonista di questa storia originale e accattivante si chiama Sam. Sam è un ragazzo di diciannove anni che vive nella campagna inglese; luogo diviso fra i ritmi di una natura potente e misteriosa e quelli della “colonizzazione” da parte dei moderni hippie venuti dalla città con in mente l’immagine di una campagna da cartolina. Girano molte storie su di lui, vere o presunte tali che lo dipingono come qualcuno da cui star lontani.
Sam è l’emarginato, il diverso, l’intruso. Viene cacciato da scuola per un episodio di presunta violenza sessuale nei confronti di una compagna. È sempre dedito a far scherzi agli escursionisti: sono quelli che odia di più. Il genere di persone che vive la natura cercando di ingabbiarla nella propria visione civilizzata del mondo. Quelli che passeggiano per le brughiere senza sentirne la vera voce. Sam quella voce la sente e sente anche di doverla tutelare in qualche modo, di doverla vendicare alla maniera di un adolescente scapestrato. Perché la natura è molto più temibile e imprevedibile di come credono.
Il suo circondario e il suo universo interiore sono cadenzati dalla natura e dai lavori che deve fare nella fattoria; Sam sente su di sé la pressione della famiglia e della società, le regole, gli obblighi e le buone maniere, ma ha costantemente davanti agli occhi una natura sconfinata e bellissima che è il simbolo dell’ideale di viaggio e libertà. Con la vicenda personale del ragazzo si intreccia poi quella di una famiglia di “cittadini”, i nuovi vicini trasferitisi in campagna per riprendere contatto con la natura. Da questo momento si dipana il racconto di una vita irrequieta e di una storia d’amore irrazionale, euforica e drammatica fra i due adolescenti. Sam e la ragazza di città compiono gesti estremi nel tentativo di guadagnare uno spazio di libertà (tutto adolescenziale). Un progetto puerile che rivelerà una forma estrema di alienazione del ragazzo; il desiderio di possedere la ragazza e quello di essere libero sfoceranno in violenza. E il lettore viene trascinato insieme a loro attraverso le scarpate e le grotte, a contemplare albe e tramonti, bagnato dagli spruzzi freschi e accarezzato dal vento fra le foglie, mentre assiste alla deriva maniacale del personaggio.
Josephine e Sam costruiscono, o tentano di farlo, un mondo che sia solo loro. Il sogno e il desiderio di libertà e amore sono capaci di trascinarli fuori dalla realtà e unirli in modo forte ma anche pericoloso. Sam è così preso dal sogno che l’euforia si trasforma in violenza e le sue azioni raccontano la storia dei molti modi in cui la psiche di un ragazzo fuori dal comune può leggere la realtà. Falsandola completamente.
Sam è capace di farsi sopraffare dalle incantevoli colline e dalla luce del cielo almeno quanto è capace di sopraffare fisicamente la ragazza. Legandola e imprigionandola per tenerla sempre stretta a sé.
Il romanzo viene raccontato in prima persona con un linguaggio quotidiano ricchissimo e avvincente, esattamente come il carattere del protagonista. E funziona.
La quarta di copertina riporta uno dei momenti più interessanti del libro proprio perché evidenzia il carattere dicotomico e alienato del protagonista. Un personaggio capace di bellezza e violenza restando sempre sul filo leggero e ironico tipico dell’adolescenza: «E in quel momento, anche se eravamo nella penombra, anche se stava singhiozzando, anche se era piena di graffi, capii di non aver mai visto niente di così bello come il suo viso che mi guardava. Pensavo di svenire tanto era bella».