Contatti: ndt@lanotadeltraduttore.it



ROMANZO

Duchessa del nulla
di: Heather McGowan / editore: Nutrimenti, 2009
traduttore: Marco Bertoli - Traduzione dall'inglese


pag. 1 Nota del Traduttore, Marco Bertoli

Due e rotti anni fa ho volto in italiano il primo romanzo di Heather McGowan Schooling. Lo devo, oltre che alla mia fortuna, alla fiducia generosa di Leonardo Luccone, editor della collana in cui quel libro è uscito.
Ho accettato senza pensarci quando, subito dopo, Luccone mi ha proposto Duchess of Nothing. All’entusiasmo si univa l’ingenua persuasione che avrei visitato sì un libro-paese nuovo, ma entro un continente espressivo in gran parte da me già esplorato, e l’avrei fatto inoltre in condizioni meno proibitive di quelle esattemi da Schooling, libro al quale, col massimalismo proprio dei talenti giovani e strabordanti, la McGowan si era accinta con un armamentario – lessicale, retorico, narratologico – così ampio e variato da risultare alla fine indistinto: a voler definire la prosa di Schooling con una sola parola, infatti, servirebbe un aggettivo contrario di incisivo… La verità è che le frecce all’arco dell’autrice, pur meno numerose, si sono svelate questa seconda volta, nel costato del traduttore, anche più acuminate.
La partitura di Schooling era in polifonia densissima, con simultaneità di punti di vista, un puntillismo descrittivo e una mescidazione di stili e generi, spesso nella forma di un flusso di coscienza per il quale si è voluto richiamare Thomas Bernhard (ma mentre lo stream di Bernhard è minaccioso e scorre con violenza oscura, quasi costretto in un canale, quello di Schooling è come acqua che sfugge fra le dita). Al traduttore di sciogliere quel contrappunto fitto e illusionistico per riorchestrarlo. E, laddove l’autrice aveva neologizzato, di neologizzare.
Nella Duchessa quella prosa-albero, ramificata e fronzuta, si presenta sfrondata. Tanto per cominciare, in una forma stavolta monologica ma per niente affatto bernhardiana, cioè stravolta e ossessiva al suo stesso enunciante, benché stavolta sia stata proprio la McGowan a evocare l’austriaco. Anzi limpida, a suo modo, di una musicalità non coloristica. L’inglese di Duchess, e dunque l’italiano di Duchessa, sono d’impianto due lingue ripicchiate, di vocabolario, ma il monologo è poi incernierato su una serie di richiami, ripetizioni e ritorni del materiale: una costruzione, nella sua riduzione connotativa, che sotto un andamento volubile cela un’unità strutturale molto salda che differisce continuamente i significati del testo finché i diversi motivi non siano stati presentati, intrecciati ad altri e quindi ripresentati, secondo uno schema quasi di sonata. Parole chiave, dunque: comuni e di spettro vastissimo come marriage, learning, children, brother, parents, school, fisiche e corporali come back, feet, hair, smell, rancid, colloquialismi ostentatamente brit, come moggy per “gatto” (in italiano è divenuto “scricciolo”) o l’uso di casserole, impennate incongrue verso lessici specialistici o bellurie letterarie (le memorie letterarie dirette, da Shakespeare e, in tre luoghi, da Moby Dick, “metafora ossessiva e mito personale” (Mauron) di personaggio e di autrice, questo.
Ad alcune richieste del traduttore, Heather McGowan si è sottratta con gioconda determinazione (e americana tongue-in-cheek, v. infra), esortando costui a fare, nel suo lavoro, quanto lei nel suo; ripetere il dettato ad alta voce per farne affiorare il senso. La forma di questo breve, dolentissimo romanzo è così singolare ed espressiva che a renderla in altra lingua altro non si richiede, in fondo, che di rispettare, della lingua originale, le gradazioni dinamiche; di rendere la grana della voce e il ritmo delle parole, in una carattere del personaggio e suo destino ineludibile, per quanto sempre contraffatto:

I’m sure I make it more difficult for [you] because the way the character in Duchess of Nothing chooses to express herself - the choice of word, the rhythm, the pace is so vital to her character and her thought process. Marco, […] DO NOT FUCK THIS UP!

Of course, It’s not for me to say.

Marco Bertoli



pag. 2 Nota del Redattore, Chiara Pibiri

A Roma, in un’epoca imprecisata, una donna senza nome che ha già lasciato il marito viene a sua volta abbandonata da Edmund, il suo nuovo uomo, e si ritrova a dover badare al fratellino di lui. L’anonima protagonista diventa l’insegnante del bambino e le lezioni sono categoriche, assolute, non ammettono repliche. Questa è la trama di Duchessa del nulla, il nuovo romanzo di Heather McGowan sette anni dopo l’esordio di Schooling. Il libro è un lungo monologo che esplora la mente della duchessa, dove ogni cosa convive con il suo contrario in un conflitto che appare irrisolvibile. Per lei il matrimonio è una tomba. Bisogna resistere alla bellezza e all’amore. I figli impediscono il progresso della personalità. Il fratellino di Edmund è un esserino inutile, perché a sette anni si è completamente inutili, detestato perché l’ha relegata al ruolo di scaldalatte, eppure rappresenta il suo unico interlocutore possibile, lo strumento per legittimare una visione del mondo antisociale e contraddittoria, il solo incluso nei deliranti progetti futuri. La duchessa ogni giorno riempie la testa del bambino di regole e obblighi, nonostante consideri la scuola una prigione di lavagne dove non si impara nulla perché è il luogo dove viene negata l’unicità della persona mentre, secondo lei, non ci si dovrebbe sentire piccoli nemmeno quando si guardano le stelle.
La McGowan crea un personaggio fortemente scisso in cui l’influenza di Silvia Plath e in particolare dei suoi Diari, è ben visibile. Nella protagonista due donne coesistono in una estenuante battaglia: l’una che non vuole essere addomesticata e l’altra alle prese con l’amarezza di essere stata abbandonata perché troppo dura, perché non sa fare una torta per il suo uomo. La donna che odia la scuola e quella che si vanta di continuo del premio di storia vinto a dodici anni, che vuole vivere esperienze da romanzo, perché nulla esiste senza la sua descrizione, che poi lascia a metà Moby Dick per seguire Edmund sacrificando la letteratura all’amore, che odia la poesia e gli arbitri della bellezza. La donna che vive nel culto della zia morta senza figli, in grado quindi di realizzarsi appieno, e quella che sviluppa un attaccamento morboso per il bambino che viene abbandonato insieme a lei.
In Duchessa del nulla l’autrice non regala niente. La sua è una scrittura densa dove le pagine si popolano di fantasmi senza nome in una città resa estranea per il preciso rifiuto di descriverla, dove gli echi del passato della protagonista – il suo precedente matrimonio, il lavoro in banca, la gatta, la zia, la famiglia, l’incontro con Edmund – sono disseminati qua e là ed è il lettore che si deve pazientemente sobbarcare il peso di ricomporli per poter capire meglio un personaggio che non vuole in nessun modo essere compreso, e tantomeno amato. La sua asprezza verso il bambino che sembra volerle bene nonostante la sua incapacità di prendersi cura di lui e forse anche di sé stessa è snervante; ma il senso di inadeguatezza che rivela ogni volta che si trova a confrontarsi con gli altri e che maschera con il disprezzo e con la convinzione di essere superiore – salvo poi aver assoluto bisogno che il bambino sia dalla sua parte per poterci credere – commuove. Commuove la solitudine di una donna conscia di non riuscire a conformarsi alle regole sociali, incapace di rinunciare alla propria diversità pur di ottenere l’amore che desidera così disperatamente. Nell’intervista rilasciata a Rick Moody, la McGowan dice di essersi interessata alle bugie che diciamo a noi stessi e le storie che inventiamo per poter affrontare il mondo. Bugie che crollano al cospetto dei bambini, una combinazione di candore e intensa sensibilità che mette in crisi la naturale insincerità degli adulti. Duchessa del nulla inscena questo incontro/scontro: una donna che cerca con tutte le forze di difendere il complesso sistema di menzogne che lei stessa ha creato per raggiungere una libertà che forse nemmeno vuole veramente.