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ROMANZO

Ferito
di: Percival Everett / editore: Nutrimenti, 2008
traduttore: Marco Rossari - Traduzione dall'inglese


pag. 1 La Nota del Traduttore, Marco Rossari

(Al termine di Ferito, dopo un fatto di sangue, un nativo americano sentenzia: “Talking is over”. Come tradurlo? “Basta parlare”? Rischia di suonare come una congiunzione: “È sufficiente parlare” (per beccarsi una fucilata in Wyoming). Allora meglio: “Basta chiacchiere”? Ma “chiacchiere” non è una parola frivola? Oltretutto in alcune regioni d’Italia indica dei dolcetti carnevaleschi.)

Una vecchia battuta di stampo giornalistico recita: “Ho avuto poco tempo, ti ho scritto due cartelle invece di una”. Tradotto: quant’è difficile trovare il connubio tra sintesi e chiarezza. La versione traduttoria sarebbe: “Chissà quanti problemi ti hanno dato i giochi di parole!” “Macché, il dramma è stato quel: ‘Yes, I do’.” Infatti capita, affrontando un testo particolarmente ricco, che qualcuno ti faccia i complimenti. Ancora più sperticate diventano le lodi quando si tratta di un romanzo sui generis, dove a parlare è un protagonista: a) folle; b) illetterato; c) che ama i giochi di parole; insomma un personaggio che crea un proprio personalissimo gergo. Se il traduttore non fosse così vanitoso, dovrebbe paragonare quelle versioni al ruolo di certi attori hollywoodiani, che arrivati a un punto morto della carriera si costringono a un patetico catalogo di mossette, tic, stramberie, solo per interpretare l’autistico, il cieco, il reduce e vincere quella benedetta statuetta commuovendo legioni di spettatori dal cuore tenero. Eh, no: quando penso a un grande attore, penso alla naturalezza con cui Marcello Mastroianni si accendeva una sigaretta, all’eleganza con cui Audrey Hepburn fingeva di non saper rompere un uovo, alla grazia con cui Clint Eastwood sterminava un saloon. Certo non mi vengono in mente Robert De Niro che se la fa sotto in Risvegli o Dustin Hoffman che balbetta cifre in Rain man. Ma che c’entra tutto questo con Ferito di Percival Everett? C’entra eccome. Di rado ho trovato un testo più asciutto, stringato, sintetico di questo. Parole e frasi ridotte all’osso, in una laconicità che tiene bordone alla desolazione del paesaggio e ai due cuori dell’America: quello della gente semplice, che lavora sodo e ha poche idee ma chiare, e quello della gente bigotta e omofoba, arida di sentimenti e di intelligenza. Frasi smozzicate, allusioni, citazioni bibliche, improvvise illuminazioni: tutto il romanzo viaggia intorno a un distillato di laconicità e alla sua impotenza davanti alla crudeltà del male, alla banalità dell’uomo. Se la saggezza ha bisogno di poche parole, queste poche parole non basteranno a cambiare le cose: ecco qual è il dramma dei personaggi di Ferito. Certo, sotto questa lingua scabra, come sempre in Percival Everett, guizza una corrente di leggera ironia e di vaghissima parodia. Qui abbiamo uno scrittore che potrebbe scegliere qualsiasi stile, qualsiasi tematica, qualsiasi pelle. Così passiamo dall’ottovolante di Glifo al flusso nonsense di La cura dell’acqua, fino a questo finto-western primario. Everett è in grado di passare da un registro all’altro senza smarrire la propria identità. Di conseguenza ogni parola è posizionata nel testo come la pietra in un sentiero indiano e recuperare quell’asciuttezza è una sfida niente male, anche perché scrittori e traduttori difficilmente sono uomini di poche parole.

(Ma come si traduce “Talking is over”? Torna in mente un’espressione idiomatica come “Talk is cheap” (disco tra l’altro di un genio della laconicità come Keith Richards) per cui il dizionario dà “Le chiacchiere non costano niente”. “Talking is over” è paradossalmente la summa di un libro dove in realtà si è parlato pochissimo. Ma come tradurlo? “Che parlavi a fare”? “Sei chiacchiere e distintivo”? “A parlare sono buoni tutti”? Dopo lunga incertezza alla fine ho scelto: “È finito il tempo di parlare”, tenendo conto che a pronunciarlo è un nativo americano. Forse è magniloquente, ma dà un bel rintocco. Funebre, ahinoi. È finito il tempo di parlare. Bum. Come lo sparo di una carabina.)




pag. 2 La Nota del Redattore, Ana Ciurans

Nell’America delle grandi pianure e delle Montagne Rocciose ogni cosa, nel bene e nel male, sembra destinata a essere eterna. I pregiudizi, la malvagità, l’indifferenza della natura, ma anche la stretta di mani che vale un contratto. Il bene e il male manichei, sospinti dai venti del vecchio continente e radicati qui, ancora puri. Non c’è dubbio (ed è un sollievo) che nel grande west ci sia ancora questa strada maestra dove tutto ha una giusta posizione. John Hunt è un cowboy rigorosamente disarmato, burbero come ogni cowboy che si rispetti. Addestra cavalli senza usare gli speroni, è laureato in arte, vedovo e nero. Qualche problema lo ha avuto. Questa è l’America. Qui è pieno di bigotti. (…) In giro è pieno di gente stupida e meschina. Non è difficile trovarne. Ci sono un sacco di persone ignoranti e un sacco di persone intelligenti e simpatiche. Perché, dove vivi tu è molto diverso? Un uomo tutto d’un pezzo che ha una risposta a ogni domanda. O almeno ci prova. Vive con il vecchio zio Gus e intorno gli ronza Morgan che ne è innamorata. Duro lavoro nel ranch e qualche puntata in paese. Il ritrovamento del cadavere di un ragazzo gay, del cui omicidio viene accusato il suo aiutante, attira David, figlio di un suo amico e attivista gay che in un momento di profonda crisi personale decide di trasferirsi al ranch e abbandonare Chicago. Tra i due si crea una profonda intesa che non ha bisogno di molte parole. Tuttavia la vita non ritrova più il suo naturale andamento perché la violenza, si sa, è una brutta bestia che si nutre di odio. E quando la minaccia diventa crimine, come dice Gus, è finito il tempo di parlare. Il libro s’ispira a un fatto di cronaca che risale al 1998, l’assassinio di Matthew Shepard. E in Ferito la storia, dove non c’è mai risentimento e l’odio viene combattuto con l’ironia, ne esce sovrastata da una terra che non è sfondo, ma protagonista. Ferito ha qualcosa di epico. Succede quando la natura selvaggia trova il respiro giusto per raccontarsi. Quando attraversiamo in groppa la pianura. Quando qualcuno è disposto a fare per te quello che non farebbe per sé stesso. Quando dentro al buio dell’utero della terra colore della pelle o sesso diventano invisibili. Le frontiere lineari di questo stato, sembrano racchiudere una terra che, per quanto spietata, offre ancora la possibilità di far diventare ogni storia una grande storia. Un posto dove l’uomo si riappropria del suo nome e la pianura e le montagne potrebbero quasi prendere quello di dio. Un romanzo onesto che lontano da qualsiasi artificio dimostra che le parole hanno ancora molto da dire se a metterle una dopo l’altra c’è un grande scrittore mai pretenzioso né uguale a nessun altro. Prosa tersa ed essenziale e personaggi perfettamente delineati dai dialoghi, quando hanno il dono della parola e dei comportamenti quando gli manca solo questa per diventare umani. Come Peste, il mulo che fa onore alla proverbiale cocciutaggine della sua razza, Crimen il palomino fuori di testa, Emily la cuccioletta di coyote o Zoe il cane di John. Insieme alle descrizioni meravigliose sull’addestramento dei cavalli che fanno, a tratti, persino dimenticare la storia, ci rendono 236 pagine di west da godersi, nonostante il duro prezzo che, come ogni paradiso, il Wyoming presenta in fondo.
Era una terra inquietante, secca, remota e selvaggia. Era questo il motivo per cui amavo il West. Non provavo necessariamente affetto per la storia di questa gente e certo non per il mitico West, il West che non era mai esistito. Ma era diventata la mia terra. E forse era questo l’effetto che aveva questa terra su quelli che avevano scelto di viverci.
Grande applauso finale. A Gus per il fuoco. Al mulo per la lezione. A Percival Everett per il magnifico libro. Al Wyoming per la pregnanza.