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MIGRAZIONI

La casa della moschea
di: Kader Abdolah / editore: Iperborea, 2008
traduttore: Elisabetta Svaluto Moreolo - Traduzione dal nederlandese


pag. 1 La Nota del Traduttore, Elisabetta Svaluto Moreolo

Con La Casa della Moschea lo scrittore persiano-olandese Kader Abdolah torna, con tutta l’intensità del suo sentire, la sua vivace inventiva, la profonda tensione etica della sua vocazione testimoniale e uno spirito finalmente riconciliato, nella Persia di Scrittura cuneiforme (Iperborea, 2003), di Calila e Dimna (Iperborea, 2005), del Viaggio delle bottiglie vuote (Iperborea, 2001) e della raccolta di racconti De adelaars (1993, Le Aquile AER Edizioni, 2002).
Si tratta di un ritorno, drammatico e lieve a un tempo, nella terra degli affetti, della memoria, nei luoghi di una storia personale e politica con la quale è ancora necessario fare i conti prima di poterla “lasciare andare”; di un viaggio a ritroso che si è tradotto nel romanzo più articolato, prismatico e coeso scritto da Abdolah, particolarmente ricco di spunti narrativi all’interno dell’ormai familiare struttura a cornice, di intrecci, di coloriture, di sentimenti, di riflessioni, di richiami intratestuali e intertestuali, e tale da riassumere l’intera poetica dell’autore.
È uno sguardo duplice quello che caratterizza quest’opera, uno sguardo rivolto al passato e al futuro personale e letterario dell’autore, che contribuisce a farne un romanzo bifronte; una dimensione cui concorrono anche altri motivi, come il binomio sacro-profano, la continua tensione tra realtà e immaginazione e i numerosi elementi narrativi che rimandano al tema del doppio: due sono le “nonne”, due le mogli e i figli gemelli di Hajji Shishegar, due le cicogne che fanno il nido su uno dei minareti della moschea, due i figli – Shahbal e Ciro Reza Pahlevi - allevati per succedere un giorno al padre (spirituale o reale) e ai quali la vita riserva un destino assai diverso. E due sono gli idiomi a cui si rifà l’autore: il persiano, di cui evoca i ritmi e di cui cerca “sempre di trasmettere […] lo spirito poetico”, e il nederlandese: un nederlandese sempre più vicino alla lingua corrente, pur nella consueta ricchezza di perturbanti contaminazioni, che continua a essere vissuto come tradimento e àncora di salvezza e che nel suo status di lingua ibridata ci ricorda che Abdolah resta uno scrittore con “i piedi piantati sul suolo argilloso d’Olanda e la testa tra le montagne della Persia”.
Non v’è alcun dubbio che nel corso degli anni Abdolah abbia affinato le proprie conoscenze linguistiche e acquisito un patrimonio lessicale che gli permette di esprimersi con maggiore naturalezza; anche il suo stile, quindi, è cambiato: le frasi si sono fatte più lunghe, l’andamento più disteso, la lingua - che pure conserva la chiara e spesso disarmante semplicità delle origini – si è assimilata a quella standard. Proprio questo, paradossalmente, ha posto alcuni problemi di traduzione, legati alla necessità di distinguere, di volta in volta, e senza lasciarsi trascinare dal flusso coinvolgente e dal ritmo vivace della narrazione, le espressioni non marcate – prova del crescente radicamento dell’autore nel suo nuovo mondo – dalle forme devianti, in cui Abdolah piega il nederlandese alla propria creatività, alla propria sensibilità poetica, o ricerca (in modo talvolta voluto) il nitore e l’atmosfera evocativa tipici di tutti i suoi scritti. Altrettanto complesso - in un romanzo in cui lo stile resta essenziale (anche come “ponte” tra due culture), ma in cui si avverte soprattutto l’urgenza di Abdolah di rendere conto della propria storia (in primis a se stesso) e di quella dell’Iran - è stato tentare di restituire questi elementi in un metatesto coerente e coeso. Come nelle traduzioni precedenti, si è rivelata quindi preziosa la consulenza di esperti madrelingua (e non) di farsi e nederlandese. Un ulteriore problema - e non di poco conto, date le sue implicazioni politiche e culturali - è stato rappresentato dalla resa dei versetti del Corano, in parte mutuati dalla traduzione olandese di Fred Leemhuis (per i quali ci si è rifatti alla versione italiana di Alessandro Bausani), in parte re-interpretati o tradotti direttamente dall’autore.
Nel suo volgersi al passato La Casa della Moschea ripropone i capisaldi della poetica di Abdolah: se il tema della fuga e della perdita degli affetti non sono più centrali, resta forte l’impegno della testimonianza, e, sebbene in tono minore rispetto ad altre opere, la vocazione alla poesia, sia sotto forma di citazioni letterarie, sia nella grazia con cui Abdolah rende la natura partecipe dell’esperienza umana. Nel suo volgersi al futuro, il romanzo  si apre non solo a nuove, profonde, istanze tematiche – in particolare la riflessione sulla religione - ma anche alla leggerezza della commedia, dell’ironia, dell’umorismo, lasciando spazio alle suggestioni di un erotismo che riportano alla mente i racconti delle Mille e una notte e di Calila e Dimna. Mentre Kader Abdolah si conferma autore di raffinata sensibilità e fine tessitore di trame che avvicinano popoli e culture, visioni e linguaggi.



pag. 2 La Nota del Redattore, Emanuela Mazzucchelli

Di solito non do molta importanza alle fascette che cingono i libri, perché normalmente “strillano” troppo, ma quella del romanzo di Kade Abdolah, La casa della moschea aveva assolutamente ragione nel magnificare il romanzo e il suo autore.
Il romanzo narra la storia dell’Iran dal 1969 ai giorni nostri, attraverso le vicende quotidiane di una famiglia che abita nella casa della moschea.
Lo scrittore descrive, con garbo, come l’Islam sia agli antipodi dell’integralismo religioso che gli ayatollah al potere impongono con leggi inique e inumane e come, questo regime, con le sue atrocità, venga vissuto dal protagonista, Aga Jan, e dai suoi famigliari.
Con l’ascesa al potere di Komeini, e la conseguente rivoluzione integralista, Aga Jan si trova ad affrontare la violenza quotidiana, la mancanza di libertà, ma nonostante tutto non perde la sua visione serena della fede, non cede alla follia integralista, conserva la propria integrità morale, per lui ogni prova che Allah manda sulla Terra è vissuta come necessaria per accrescere la fede.
La narrazione scorre molto fluida e ogni componente della famiglia accoglie il lettore, a cui sembra davvero di essere ospite in casa di amici che raccontano le proprie vicissitudini quotidiane, più o meno liete; attraverso esse prende forma la storia dell’Iran, quarant’anni di una nazione in balìa della religione, dove una parte della popolazione, che vuole essere comandata, viene coinvolta dal fanatismo e acclama il potere forte.
Il fanatismo religioso degenera creando odio anche fra persone che hanno sempre vissuto fianco a fianco, le città e le persone stesse cambiano in funzione degli avvenimenti storici, alcuni individui carichi di odio e di ignoranza, trasformano la fede in repressione e la popolazione non si riconosce più in se stessa.
Tutto ciò ha portato ad identificare l’Islam con l’integralismo religioso senza tener conto della maggior parte dei fedeli moderati che anche se praticanti non si identificano con una visione violenta e guerrafondaia della religione.
La vita delle persone che ruotano intorno alla moschea è molto ben descritta: scopriamo così che la funzione e l’organizzazione del bazaar non era finalizzata solo al commercio ma rappresentava il fulcro della vita sociale e politica della città, che nella tradizione ricorre spesso la figura del tappeto che è un po’ il simbolo dell’oriente e scopriamo i trucchi e le astuzie per creare sempre disegni nuovi.
La moglie del protagonista è una donna che sa tessere con maestria questi capolavori e non è relegata dietro un velo ma rappresenta il punto di riferimento per il suo uomo.
Nonostante il mondo intorno a loro, a un certo punto sembra perdere lucidità, Aga Jan e la moglie Zeynat affrontano la loro vita ed i loro momenti più dolorosi, come la perdita di un figlio, con dignità e non rinunciano mai a pregare questo Dio che sembra voglia punire con la sua legge ogni minima rilassatezza, ma che ai loro occhi non si confonderà mai con quella che gli integralisti vogliono propinare come la legge del Corano.
Per lo scrittore che ha vissuto nel suo paese d’origine una vita costellata di vicende veramente drammatiche, fino a dover fuggire, questo romanzo segna un armistizio col proprio passato. Ora, vivendo in Olanda come rifugiato politico ha ritenuto opportuno scrivere La casa della moschea per raccontare all’Europa come l’Oriente sia popolato sì da molti fanatici che ne offuscano lo splendore culturale, ma anche da moltissime persone che non usano la propria fede per offendere il prossimo.