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PERSONAGGIO

L'identità è in pericolo


L’incipit di Causa di forza maggiore è molto nothombiano…
Il dialogo è la forma privilegiata della mia scrittura. Io penso in dialogo e quindi per me è il modo più naturale di scrivere, i miei personaggi si presentano così, senza bisogno di descriverli. Il miglior modo di conoscerli è per quello che dicono.

L’incipit sembra un film di Hitchcock in quanto a ritmo. Due personaggi che in una festa si scambiano battute sull’inconveniente di morire nelle case altrui. Il giorno dopo succede quello di cui hanno parlato e c’è uno scambio di personalità. Questa su per giù la trama di Causa di forza maggiore.
Infatti, il ritmo è fondamentale. Il ritmo deve funzionare. Il funambulo non può camminare sul filo se avanza lentamente, ci riesce invece se procede rapidamente. Le cose impossibili si fanno molto di fretta, questo è il mio messaggio. Nessuno si accorgerà se fate in fretta.

Il titolo del libro. Da Le fait du prince in Francia a Champagne in Belgio…
Causa di forza maggiore si intitola Champagne in Belgio, in Francia è Le fait du prince perché non si può usare un marchio. Forse in Belgio avrebbero proibito la scelta di Bière!
L’espressione «le fait du prince» fa riferimento ad atti arbitrari del governo, indica l’arroganza dei potenti. Significa che i desideri del principe sono ordini e l’ho usato riferendomi a Nicolas Sarkozy che lo pratica liberamente. Invece rivendico il diritto dell’uomo comune a usarlo, nel mio libro chiunque può appellarsi a questo diritto…

Il nome del protagonista, «Baptiste Bordave» che nome curioso. Da dove viene?
Quando ero nel ventre di mia madre i miei erano convinti che fosse un maschio, mi hanno chiamata Jean-Baptiste per 9 mesi, di questa identità qualcosa è rimasto. Poi quando si sono accorti che non ero «Baptiste» hanno scelto il primo nome femminile che gli è venuto in mente, Amélie. Il cognome proviene da Tintin che chiunque in Belgio conosce. E in L’affare girasole, si parla di due paesi immaginari, Sildavia e Borduria. Unendoli con un gioco di parole è spuntato questo cognome, prendendo un po’ in giro i lettori.

La crisi d’identità ha il suo aspetto drammatico. Qui ci sono due persone in crisi d’identità. Il protagonista perde i pezzi del suo passato con sollievo, prende un’altra identità e si dimentica facilmente della sua. E lostesso per la moglie dell’altro. Il tutto molto allegramente. Forse l’identità è un falso problema?
La donna di un impostore è un’impostrice (lo so la parola non esiste né in francese né in italiano, ma a me piace dire così). Ho creato la coppia perfetta. Anche quando parlo e dico a qualcuno «je suis Amélie Nothomb», non saprei, mi suona come se non fosse vero. Oltre al gioco, nel libro, c’è il reale perché nella vita, pur essendo onesti, siamo tutti impostori, sempre. Spesso quando dico la verità non vengo creduta, viceversa quando mento mi credono tutti. Fateci caso.

A proposito d’identità, mi hai detto che oscilli tra due strade. Identità come rivelazione oppure come ricerca di sé, frutto di un processo. In questo romanzo forse la ricerca dell’identità è in crisi perché siamo in un periodo di grande superficialità?
Oggi tutto è difficile: avere un lavoro, conservarlo e riconoscersi sembra dare un’identità alle persone. Identificarsi per quello che si fa è un appiglio per molti. Oggi non c’è più neanche questo. L’identità non è mai stata così fragile, internet ad esempio offre il posto ideale agli impostori. L’identità è in pericolo.

Il mestiere di scrittore è l’identità di Amélie Nothomb?

Ho un senso di colpa per questo. Come scrittore rubo le identità agli altri per crearne una mia. È proibito dalla legge, come ammazzare, nella vita reale non si può e invece da scrittrice, mi dicono brava se lo faccio bene.

Credo che tu sia la scrittrice più giovane ad aver scritto un’autobiografia, Biografia della fame, perché questo titolo?
Avevo 35 anni ma non dichiarai che sarebbe stata l’ultima, ero troppo giovane. Avevo pezzi di stoffa ma non una sarta per mettere ordine e cucire Il titolo simboleggia il vuoto che avevo dentro e si poteva tradurre con “fame di tutto”.

In Causa di forza maggiore il protagonista usurpa l’identità del morto poi si chiude nella sua villa di Versailles con la moglie del deceduto, mangia, beve champagne, legge. Questo desiderio di escludere fuori il mondo dipende dalla crisi in cui viviamo?

I miei personaggi vogliono partire per la grande avventura e fanno l’avventura della pantofola. Finiscono chiusi in una casa. Le avventure moderne sono cosi, abbiamo paura. Il senso dell’avventura non dura più di due settimane.

Qual è il tuo rapporto con il dolore?
Non parlo di dolore, ho pudore. So che parlando d’identità il dolore è fondamentale. Ma a me piace parlare del piacere perché anche quello è identità, in Metafisica dei tubi è così. Sono io e la mia identità che si è forgiata grazie al piacere che ho privilegiato sul dolore, ne parlo ogni volta che ne ho l’occasione. Del dolore ne parlo in quanto situazione, i personaggi si trovano in situazioni dolorose, per esempio in Dizionario dei nomi propri. Del dolore in sé non ne parlo. Virginia Woolf sosteneva che bisogna scrivere del dolore, forse ci arriverò. Amélie Nothomb scrive del piacere.

Hai cominciato presto ad assaggiare questo piacere, a 3 anni no?

Sì perché in casa c’erano ricevimenti e io bevevo di nascosto i bicchieri mezzi vuoti. Ho un grande passato di alcolista precoce alle spalle è la parte autobiografica di Causa di forza maggiore. Tutto quello champagne l’ho bevuto davvero, sono una specialista!

La fascinazione che questo vino esercita su di te deriva dal suo colore, vero?
Sì, condivido con Dali e gli alchimisti la fascinazione medievale di bere l’oro.

Parli di quattro marche di champagne in particolare: Don Perignon, Veuve Clicquot, Krug, Cristal …
Speravo di aver fatto pubblicità ma non me ne hanno regalata nemmeno una bottiglia! Forse perché nel libro lo bevono due impostori immorali e avrei fatto una pubblicità del tipo: “Lo champagne preferito dagli impostori!”…Io preferisco il Dom Perignon. Ne ho citati troppi, avrei dovuto far pubblicità a uno solo! Come 007 che beve solo Bollinger!

Durante i tuoi numerosi viaggi cosa portavi di Amélie in ogni nuovo posto?
Amo la Cina, il Giappone, il Bangladesh dove ho visto morte, fragilità e malattia. Erano tutti malati laggiù e mostravano i loro corpi malati. Mi si è aperto il cuore di fronte a questa umanità sofferente. Per me è stato determinante. Poi il Laos, la Birmania, paesi dalla natura bellissima dove si vive isolati dal mondo. Ero anoressica all’epoca, come gli abitanti di questi paesi. In tutti questi posti ti senti fuori. Però la solitudine, il senso del disadattamento li ho conosciuti in Europa, la letteratura è stata la mia salvezza.

Questo continuo sforzo di adattamento nella seconda parte della tua vita, nello spostamento in Europa, ti ha tolto la voglia di viaggiare?
No, conservo la voglia di viaggiare e per fortuna, però ci sono dei fantasmi in me, un desiderio nascosto di essere sedentaria, come fanno i miei personaggi sempre alla ricerca di un posto sicuro dove stabilirsi.

Intervista raccolta da Ana Ciurans.