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ROMANZO

Cani selvaggi
di: Helen Humphreys / editore: Playground, 2008
traduttore: Caterina Cartolano e Daniela Fortezza


pag. 1 Nota delle Traduttrici, Caterina Cartolano e Daniela Fortezza

Cani Selvaggi, la cui vicenda è ambientata in una cittadina canadese dell’Ontario, è un romanzo  di taglio spiccatamente moderno che, oltre ad affrontare la questione cruciale del rapporto natura-cultura, affronta un tema «classico», quello dell’amore, indagato in una miriade di sfaccettature: l’amore tra umani, tra animali, l’amore romantico e passionale, l’amore (e la sua mancanza) nella coppia, e tra genitori e figli. E lo indaga con il linguaggio di una prosa altamente poetica. È questa la cifra più caratterizzante della scrittura di Helen Humphreys, una scrittura secca, limpida e precisa, ma anche ricca di suggestione e non esente da una buona dose di simbolismo. «Essere selvaggi», racconta Alice – protagonista e alter ego dell’autrice – «significa non poterlo raccontare», perché vivere d’istinto è l’esatto contrario del vivere di immaginazione. Eppure lei ci riesce brillantemente, grazie al linguaggio evocativo della sua prosa poetica. Cani Selvaggi è un romanzo apparentemente semplice, definibile come il risultato di un’operazione di «semplificazione della complessità». A cominciare dalla struttura narrativa, che consiste in sette sezioni ognuna delle quali  narrata da altrettanti personaggi del romanzo.
La vicenda ci viene presentata secondo diverse angolature che coincidono con il punto di vista di tre donne e quattro uomini, profondamente diversi per età, cultura e esperienza di vita. E se il punto di vista privilegiato è quello di Alice, cui tocca il compito di introdurre il lettore nella storia, va notato che tutte le voci narranti sono inevitabilmente filtrate attraverso la sensibilità dell’autrice, che funge da regista, rispettandone i diversi registri linguistici. È soprattutto in virtù di questa particolare struttura narrativa che la traduzione a quattro mani ci è subito apparsa appropriata e per niente rischiosa. Per di più, le impressioni scambiate dopo la prima lettura ci hanno convinto che il confronto e la negoziazione delle necessarie scelte linguistiche e stilistiche avrebbero favorito una resa in lingua italiana il più possibile rispettosa della musicalità del linguaggio e dei significati sottesi alla apparente semplicità del testo.
Dopo esserci divise i personaggi, ci siamo messe al lavoro con la confortante consapevolezza di poter contare l’una sull’altra ogniqualvolta ci fossimo trovate in dubbio tra più soluzioni. Un motivo di confronto e discussione, che fin dall’inizio ha appassionato entrambe, è stato quello legato al problema spinoso della resa dei tempi verbali. Va sottolineato che, oltre a prediligere – come molti altri scrittori di lingua inglese –  la paratassi, Helen Humphreys fa largo uso dell’indicativo presente in alternativa al passato remoto, con il risultato di rendere il testo apparentemente più semplice e immediato. D’altro canto, ricorre ampiamente al passato remoto soprattutto in quelle parti caratterizzate da un registro linguistico più elevato. Ad esempio, nella scena del bar, dove la protagonista racconta il suo innamoramento per Rachel, la «donna dei lupi», imitando lo stile tipico del romance. È stato, quindi, necessario trovare dei compromessi e operare scelte mirate, caso per caso, per non alterare la naturalezza e l’attualità del linguaggio, nel rispetto della coesistenza di diversi registri linguistici.
Il nostro obiettivo principale è stato, infatti, quello di riscrivere nel modo più fedele possibile un testo apparentemente semplice, caratterizzato da scelte lessicali legate alla contemporaneità ma inserite in un tessuto narrativo il cui registro linguistico generale, al di là delle differenze tra le diverse voci narranti, è indiscutibilmente elevato. In termini più particolari, molto altro ci sarebbe da dire circa le innumerevoli scelte lessicali sulle quali ci è capitato di discutere per ore al telefono, finché non abbiamo trovato i vocaboli giusti e le giuste assonanze. Questo vale in particolare per Lily, forse il più memorabile e poetico; come anche la preghiera-poesia dedicata a Rachel, che chiude il primo lungo pezzo di Alice.

Caterina Cartolano e Daniela Fortezza



pag. 2 Nota della Redazione, articolo di Ana Ciurans

A volte sembra che sia stato tutto scritto o che comunque quello che si scrive ora non sia quello che consideriamo indispensabile. Le ricerche infruttuose intaccano nel tempo lo spirito avventuriero e instancabile di ogni collezionista degno di tale nome (e il vero lettore lo è) e che soffre ogni volta che un libro lascia la sensazione di averne potuto fare a meno. I libri, un po’ come i fiori, germogliano dentro di noi nelle stagioni giuste, ma spesso quando se ne scostano e ci prendono di sorpresa, spaziando dalla meraviglia al raccapriccio, senza dare spiegazioni. Succede e basta. Succede con questo libro, sul quale vale la pena fermarsi in qualunque momento capiti tra le mani. Cani selvaggi, il quarto romanzo di Helen Humphreys, scrittrice e poetessa canadese, il primo tradotto in italiano, è un romanzo meraviglioso che si scosta dalla normalità, pur rosicchiandola fino a lasciarla all’osso, e germoglia, sboccia, mette radici dentro al cuore selvaggio che in ognuno di noi aspetta una stagione ancora sconosciuta. È un’opera così femminilmente riconciliatrice con la natura, concepita come complesso vivente di creature animali e vegetali, da risultare necessaria per vagliare una nuova umanità. Non conosco gli altri libri dell’autrice ma posso dire che mentre si legge Cani selvaggi avviene una sospensione del tempo. Si apre uno spazio dove vorresti fermarti, lontano da supermercati, autostrade, vie del centro e dall’assetto urbanistico con cui sono reticolate le nostre vite. Uno spazio interno, intimo e per questo selvaggio, che dona una percezione degli esseri oltre la divisione in specie. Ovvero uomo, donna, o bestia, fulcro di gratuite discriminazioni di status. Un non luogo che sradica uno degli ultimi tabù della nostra civiltà e cioè l’antropocentrismo e l’ideologia del dominio di alcuni esseri viventi su altri, lasciando fluire in questo posto finora inabitato e inesplorato, un profondo senso di pace e di piacere.
La storia ripercorre la vicenda di sei cani Hawk, Scout, Sidney, Georgie, Lopez e Cane. I sei protagonisti della vita di Alice, Jamie, Malcom, Walter, Rachel e Liliy che abbandonano l’agiata vita da cani mantenuti per l’improbabile esistenza selvaggia nel bosco. Sovvertendo i ruoli e gettando i «padroni» in un’assoluta crisi d’identità da spalancare l’abisso che ogni uomo si porta dentro. La paura dell’abbandono degli esseri da cui crediamo essere amati incondizionatamente. Dai loro incontri ai confini del bosco, nel disperato tentativo di farsi dare una spiegazione e di recuperare l’amore, i sei impareranno dai cani maestri che «sono tutto quello che le persone dovrebbero essere» ad affrontare le proprie vite. Attraverso il loro racconto polifonico, l’autrice allenta e inasprisce la tensione senza nessun artificio letterario, senza cercare contropartite, ma sputando verità che portano il marchio inconfondibile di ciò che si è pagato sulla propria pelle:
[…] «Ma per mantenere vivo il ricordo di te non dispongo del lusso dell’abitudine. Abbiamo avuto istanti, ma nessuna routine. Non mi resta nulla di te se non quello che riesco a ricordare o a immaginare, e temo che presto le due cose non si potranno più distinguere» […]. Chiudendo con un finale a sorpresa tanto duro da risultare doloroso ma senza gettarci nella disperazione. Nel frattempo abbiamo già imparato qualcosa. Perché amore, abbandono, istinto e natura, uomini e cani escono da questa storia puliti da qualsiasi forma di paura. Un vero romanzo di formazione, di rieducazione a un’altra esistenza in cui si può vivere solo se si accettano le emozioni selvagge che brulicano nel cuore di ogni essere vivente.
[…] «So che mi lascerai. So che ti amerò per sempre. So che non posso essere salvata, e nemmeno Jamie e nemmeno tu. Andremo avanti, soli, in uno spazio che un tempo abbiamo definito insieme. So che il mondo nel quale esistevamo non sarà in grado di ricordarci. So che questo non potrà mai essere quello, che la fede non è credere ma lottare per credere» […].

Ana Ciurans