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ROMANZO

Con uno sguardo diverso
editore: Edizoni E/O, 2008
traduttore: Anita Raja, Monica Pesetti, Paola Sorge - Traduzione dal tedesco


pag. 1 Nota della Traduttrice, Anita Raja

Con uno sguardo diverso (Mit anderem Blick, apparso nel 2005) raccoglie una serie di testi di Christa Wolf,  pubblicati in Germania a partire dalla fine degli anni Novanta, o inediti. Il  libro comprende quattro sezioni: la prima presenta due racconti a forte sperimentazione linguistica (Nella pietra e Associazioni in azzurro); la seconda raccoglie tre testi del periodo “americano” (la Wolf  soggiornò a lungo negli USA nei primi anni Novanta, dopo la caduta del muro, la fine della Rdt e le polemiche esplose in Germania attorno al suo ruolo); la terza contiene due racconti di carattere autobiografico dedicati a Gerhard Wolf, marito della scrittrice; la quarta offre il diario di quello che è diventato “il giorno dell’anno” : il 27 settembre 2001.
Di questo libro ho tradotto tre racconti molto diversi stilisticamente: Associazioni in azzurro, Lui e io e Giovedì 27 settembre 2001. Mi soffermerò sul racconto Assoziationen in Blau, il classico racconto sul quale si misurano i limiti del tradurre. Si tratta di un testo giocato tutto sulla parola “Blau”, blu, azzurro, e sulle associazioni verbali che produce. Il filo del racconto si snoda audacemente e molto liberamente tra presente e passato, tra piani temporali diversi – com’è consuetudine della scrittura della Wolf -, mescolando alto e basso, citazioni letterarie colte ed espressioni colloquiali e gergali. Dalla parola “blau” scaturiscono per esempio in tedesco una serie di modi di dire, locuzioni, proverbi che spesso non hanno un equivalente in italiano, e per i quali non è in ogni caso utilizzabile sempre la stessa parola (blu o azzurro). Sono stata costretta a ricorrere alternativamente ai due aggettivi, in alcuni casi ho usato locuzioni apparentate ma non con le stesse sfumature di significato, fino ad arrivare a riscrivere, in qualche caso, intere frasi, cercando sempre, nei limiti del possibile, di riprodurre  l’orchestrazione dell’originale. 
Nella prosa della Wolf spesso le parole più comuni sono come sfogliate strato dietro strato, slittando da un periodo all’altro attraverso i sensi accumulati lungo la loro storia. La sintassi ora è complessa e costruisce periodi che si allontanano bruscamente dalla principale, ora è rotta in una serie di subordinate che perdono progressivamente i legami con la principale. La narrazione oggettivante scivola con naturalezza nel discorso indiretto, fino a soluzioni di grande audacia, con passaggi bruschi da un personaggio all’altro. Discorso diretto e discorso indiretto possono derivare l’uno dall’altro senza soluzione di continuità. La traduzione in italiano, a voler mantenere le caratteristiche di questa prosa, rischia spesso un’apparente sciatteria, ed è difficile sottrarsi alla tentazione di accantonare una parte delle scelte stilistiche dell’autrice per adattare il senso a un italiano fluente e collaudato.
Il gioco dei pronomi è un altro elemento peculiare della scrittura della Wolf, fondamentale in una narrativa che tende sempre a forzare la disposizione lineare della sequenza narrativa e a riprodurre la compresenza e la simultaneità di eventi interiorizzati che si sottraggono alla convenzione cronologica lineare. La stessa persona appare spesso come compresenza delle fasi diverse della sua vita e parallelamente scissa in un io, un tu, un lei. Inoltre l’io dichiaratamente dell’autrice, il suo atto di scrittura, non si nasconde ma affiora sempre esplicitamente nella pagina.

Anita Raja


pag. 2 Nota della Redazione, articolo di Dori Agrosì

Con uno sguardo diverso non è affatto una lettura semplice soprattutto se non si è già letto qualcosa di Christa Wolf e se non si conosce la sua storia. Si rischia di rimanere completamente spiazzati, si ha l’impressione che si stia trattando di una narrazione in forma sperimentale. Almeno nella prima parte. Dopo essere entrati in sintonia con il libro, emerge chiaramente una figura di donna che ha vissuto con consapevolezza le vicende del suo tempo. Con uno sguardo diverso è infatti una raccolta di racconti autobiografici, dal 1996 al 2004, in cui l’autrice pone in rassegna un passato di politica, persone e luoghi che adesso guarda e racconta «con uno sguardo diverso».
Non conoscevo questa scrittrice, ma di questo libricino mi ha colpito subito lo stile delle prime pagine. Incuriosita di riuscire a decodificarne la struttura, ho voluto leggerlo. Non ne sono rimasta delusa, affatto. Alla fine quel che rimane è il dispiacere che sia finito troppo presto. I racconti sono suddivisi in quattro parti, nella prima è evidente la forma narrativa sperimentale, priva di punteggiatura, con le maiuscole ma senza il punto, quello che aiuta è il ritmo. Non è una lettura veloce. La punteggiatura è sostituita dalle maiuscole, e le virgolette del discorso diretto sono sostituite dal fatto che l’intera frase è sempre tutta in maiuscolo, a sottolineare la pronuncia ad alta voce.
Nella seconda parte la Wolf dedica due racconti al marito, come gesto d’affetto per il 70° compleanno di lui. Racconta con grande e spassosa ironia il loro spaccato di vita insieme, con un punto di vista assolutamente dalla parte delle mogli, descrivendo attitudini, premure e controversie, tra fiducia e stima, timore e rispetto, amore e affetto, dove le decisioni di lui hanno sempre la meglio. Raccontando di lui, Christa Wolf si rapporta a lui e racconta anche molto di sé, e quasi che il loro sia ormai uno stile di vita in simbiosi, come spesso succede nei matrimoni tra due scrittori.
I racconti riportano anche lo sguardo sui soggiorni in America, dove la Wolf mette a confronto l’effetto linguistico dell’inglese rispetto al tedesco e viceversa, naturalmente anche in chiave storico-politica. Nelle vicissitudini della Germania dell’est alcune parole hanno assunto un significato più intenso rispetto al corrispettivo in inglese. Considerazioni che affiorano spesso nei romanzi degli scrittori migranti esteuropei contemporanei, quando scrivono e affermano che per loro è più facile scrivere in una lingua che non sia la loro perché sentono meno il peso di alcune parole. Un concetto spiegato molto bene da Dubravka Ugrešić in Il ministero del dolore (Garzanti, trad. di Lara Cerruti) e affermato altrettanto bene da Ornela Vorpsi in varie interviste. E anche qui, complice un soggiorno all’estero, Christa Wolf, tedesca dell’est, si ritrova a sottolineare lo stesso effetto della «lingua straniera come nascondiglio».
«[…] Lingua. A poco a poco comincio a riflettere sulle differenze tra il tedesco e l’inglese, per lo meno nell’uso limitato che sono in grado di farne. Quanto è più semplice dire I am ashamed rispetto a Ich schäme mich, mi vergogno, parole con un significato identico, un suono quasi identico, eppure il tedesco arriva dritto alle radici della mia sensibilità, si avvicina di soppiatto, le lambisce, le alimenta perfino, ma le colpisce anche, dolorosamente, allo stesso modo per me il termine inglese “pain” non riuscirà mai a esprimere il dolore con cui ho a che fare, posso dire it is painful con una certa serenità, con la leggerezza di una bugia, mentre sudo freddo al solo pensiero di dover dire es tut weh, fa male, e nel dirlo pensare alle cause di quel dolore, come può “conscience” sostituire il termine tedesco per coscienza, una parola che ha in sé il rimorso e anche la certezza, quando la coscienza è stata violata, certezza della mancanza di coscienza, è impossibile ingannarsi su una cosa del genere, e a cosa mi serve tradurre “rimpianto” con “rammarico”, ossia “rimpiango di” con “I regret”, he ― or she ― regrets what he (she) has done” […]».

Dori Agrosì