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GIALLO

Kismet / Destino
di: Jakob Arjouni / editore: Marcos y Marcos, 2008
traduttore: Lisa Scarpa - Traduzione dal tedesco


pag. 1 Nota della Traduttrice, Lisa Scarpa

«Kismet! Facciamocene una ragione, non c’è niente da fare!» recita il Duden sotto senso figurato. Propriamente Kismet è il destino che Allah assegna a ognuno, e Kismet è il titolo del romanzo che un caso non ineluttabile, ma imperscrutabile ha affidato a me. Protagonista ne è Kemal Kayankaya, investigatore turco di nome, ma verace francofortese di fatto, lingua tagliente e cuore morbido, che si trova coinvolto suo malgrado in una spietata guerra tra bande nei bassifondi di Francoforte.
Non avevo letto niente di Jakob Arjouni e per prima cosa ho studiato le traduzioni già pubblicate in Italia. In parallelo leggevo gialli, soprattutto Chandler e il suo Marlowe che spesso viene accostato al detective turco-tedesco. Più che leggerlo, ho ascoltato Chandler, perché volevo carpirgli non vocaboli, ma una voce.
In effetti i miei intenti predominanti sono stati da un lato traghettare l’umorismo e i momenti esilaranti di una storia di per sé truculenta, dall’altro restituire la vivezza dei dialoghi e l’incisività della lingua peculiare parlata da ciascuno dei personaggi. La voce di Kayankaya, l’io narrante che permea l’intera opera, è secca e caustica, sa di eterna sigaretta, vodka e caffè lungo. C’è poi la spalla di Kemal, Slibulsky, imprenditore del gelato ed ex spacciatore: impossibile non amare le sue espressioni ispide e sagaci, i fulminanti scambi di battute con l’amico. Tra i dispersi nella battaglia della traduzione devo annoverare le pesanti parlate regionali, il dialetto dell’Assia, il berlinese, che nell’originale danno ai cattivi un’impronta di ferocia, ma anche di involontaria comicità. Mi è andata meglio nel caratterizzare Leila, la ragazzina nata in Bosnia da padre croato e madre serba - vero prodotto del crogiuolo balcanico - e finita a Francoforte in uno squallido centro di accoglienza per stranieri. Mastica ancora male il tedesco e ho dunque infiorettato le sue frasi di solecismi, ripensando ai tipici errori che conosco dal mio insegnamento dell’italiano a stranieri, come l’imperante verbo alla terza persona, le preposizioni senza l’articolo, le geminazioni mancanti… Ma il vero divertimento è stato pennellare un personaggio tanto fragile nell’aspetto quanto rude nell’eloquio capace di lasciare basito persino Kayankaya.
Leggendo Kismet si ride spesso, ma il riso diventa agro ogni volta che Arjouni mostra quanto poco roseo sia l’incontro con lo straniero, a dispetto dei cartelloni della chiesa evangelica appesi al centro di accoglienza «sui quali ragazzi bianchi e di colore saltellavano per strade, scale e prati accompagnati da scritte dai colori squillanti come « Ehi, che figata l’amore per il prossimo tuo!» oppure « Viva l’incontro fra i popoli!». Né sono possibili facili manicheismi: tra gli stranieri ci sono sia vittime che carnefici, tra gli autoctoni scoppiano ostilità tedesco-tedesche, come dimostra la divertente macchietta del verduraio filonazista che accantona la xenofobia soltanto per sfogarsi contro il nuovo straniero, gli abitanti dell’ex Repubblica Democratica Tedesca, « quelli là dell’est ».
Un recente articolo di Magris notava che la nuova pianta proveniente dall’America venne chiamata granturco perché « fino alla sconfitta definitiva degli Ottomani nel 1683 sotto le mura di Vienna, il “turco” è l’altro, il diverso, il “forestiero”, e pure il nemico, per eccellenza ». Kayankaya è il turco, l’estraneo che in verità è locale al cento per cento, e con il suo emblematico ibridismo sta a ricordarci che l’Altro non è poi così diverso da noi.

Lisa Scarpa


pag. 2 Nota della Redazione, articolo di Ana Ciurans

Kemal Kayankaya, erede di Philippe Marlowe e parente più alla lontana di Fabio Montale e Pepe Carvalho, calza alla perfezione nel ruolo di protagonista dell’hard boiled Kismet, ultimo libro della saga dedicata al detective turco con cittadinanza tedesca. Jakob Arjouni d’altronde non nega di aver frequentato Chandler e compagnia fin da ragazzo. Sono invece la condizione di straniero e al contempo la simbiosi viscerale con sua la città a legarlo agli altri due eroi del «noir mediterraneo», dei quali non riesce, nonostante le assonanze, a cogliere la seduzione. Kemal Kayankaya fa a modo suo.
Tutte storie di duri solitari, di loser irriducibili alle prese con un passato che ingombra ognuno dei giorni del loro presente e compromette il loro futuro. Analfabeti sentimentali, frequentatori di bassifondi e dark ladies, per dirla in modo elegante. Si nutrono di alcol e sigarette (a eccezione del detective gourmet, Pepe Carvalho), dormono vestiti e con la pistola sotto il cuscino, da svegli sono in conflitto permanente con la legge e con il mondo. In una parola, disadattati. Eppure depositari di una ferrea etica personalissima che non tradiscono (quasi) mai.
Kismet, ambientato nei quartieri malfamati della Francoforte del 1998, dai contorni sfuggenti, appena pubblicato in Italia da Marcos y Marcos, è il quarto romanzo della serie dedicata al detective privato Kemal Kayankaya, «il più ruvido e spietato».
La trama si aggroviglia intorno a un favore che Kemal Kayankaya fa all’amico Romario, il brasiliano titolare del Saudade, misero ristorantino con le piastrelle in finto marmo e le tovaglie a quadretti in poliestere, intimato a pagare il pizzo da due esattori dall’apparenza grottesca e di appartenenza mafiosa incerta. Aiutato dall’ex pusher, ex buttafuori, ex dj ed ex guardia del corpo Slibulsky, ora proprietario di una catena di gelaterie ambulanti, Kemal cerca di proteggere l’amico, ma ci scappa il morto e si scatena l’inferno. Tra estorsioni, tratta di profughi, esplosioni e incendi, Kemal riuscirà a districare la matassa e a salvare la propria pelle, quella di Slibulsky e quella di Leila, ragazzina croata destinata a finire nel racket della prostituzione, da una gang paramilitare croata, l’Esercito della Ragione, infiltrata saldamente nel mondo industriale e istituzionale di Francoforte.
Non c’è che dire, Arjouni, acclamato come il più importante scrittore tedesco di romanzi noir, nel 1985 apriva il filone europeo dell’etno-thriller, sa il fatto suo, la struttura narrativa regge e ha un ritmo serrato e duro da far saltare per aria personaggi e pagine velocemente. Il tutto in prima persona e con descrizioni fisiche dettagliatissime (con un debole per le acconciature). E come nel più ortodosso stile hard boiled l’iperbole riesce a strappare un sorriso all’amarezza. «Se Marilyn Monroe avesse trascorso l’esistenza a fianco di una sorella bassa, secca, brufolosa e munita di apparecchio ai denti vita natural durante, si sarebbe potuto dire che, messe l’una accanto all’altra, Offenbach e Francoforte facevano l’effetto delle due sorelle Monroe». Senza aggiungere niente di nuovo al genere, Arjouni ci porta a riflettere sulla condizione degli immigrati, lo sciacallaggio di cui i profughi sono vittime e la realtà di una nuova Europa in cui c’è del marcio: «Sono vent’anni che vivo qui, ci lavoro, ci abito, eccetera. Ogni anno devo andare all’ufficio stranieri e farmi prorogare il permesso di soggiorno da tizi che spesso non sono a questo mondo da quanto io a Francoforte, tizi a cui fa lo stesso starsene qui o a Bielefeld. A me non fa lo stesso. A Francoforte ho guadagnato i miei primi quattrini, ho affittato il mio primo appartamento e sono stato davvero innamorato per la prima volta. Non che mi sia rimasto molto di tutto questo, ma la città mi ricorda che è possibile cominciare qualcosa e che è possibile trovarsi un posto al sole. E nonostante tutto ne sono orgoglioso. Ho imparato la sua lingua», dice amaramente Romario. Amara, appunto, la solita guerra tra poveri.
Un romanzo duro e imperdibile, per gli amanti del genere.

Ana Ciurans