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ROMANZO

Il lamento del prepuzio
di: Shalom Auslander / editore: Guanda, 2008
traduttore: Elettra Caporello - Traduzione dall'inglese


pag. 1 Nota della Traduttrice, Elettra Caporello

Il Lamento del Prepuzio è il primo libro che abbia mai tradotto in vita mia. Un’esperienza molto faticosa, ma decisamente entusiasmante. Il mio lavoro, in realtà, da oltre vent’anni, è quello di tradurre e adattare film stranieri per il doppiaggio italiano. Il linguaggio di Shalom Auslander mi è familiare. Avendo vissuto io stessa a Manhattan per dieci anni, so bene che gli ebrei ultra-ortodossi a New York sono numerosi, e le loro yeshiva, a detta di tutti, sono probabilmente le più severe e integraliste al mondo. Ricordo che proprio di fronte a casa mia c’era la scuola ebraica più importante di Manhattan. Durante l’intervallo, bambini e ragazzi venivano portati nel parco vicino, Riverside Park, dove sedevano sulle panchine a mangiare i loro panini, recitando in coro lunghe preghiere in yiddish. Erano pallidi, quasi tutti sovrappeso, composti, con in testa la yarmulka che continuava a scivolare. Guardavano con aria triste i loro coetanei di Collegiate School (altra scuola del quartiere) che urlavano, correvano, sudavano, e insomma facevano quello che tutti i ragazzi di quell’età fanno nell’intervallo dalle lezioni. Leggendo Auslander e i suoi ricordi delle varie yeshiva da lui frequentate, quei ragazzi dall’aria malinconica mi sono tornati in mente con chiarezza. Il sense of humour di Auslander e il suo modo di raccontare fatti e pensieri sono quanto di più «ebraico-newyorkese» si possa immaginare. Non a caso, in quasi tutte le recensioni (soprattutto americane) si fanno confronti con Groucho Marx, Philip Roth e naturalmente Woody Allen. È uno spirito caustico, intriso di pessimismo, molto pungente. E qualche volta difficile da rendere bene in italiano. Io, per quanto riguarda i film di Woody Allen, ho sempre usato una specie di trucchetto che ho applicato anche per Il lamento del prepuzio. Traduco dall’ebraico-newyorkese in romanesco, e poi lavoro sul risultato fino a raggiungere una battuta italiana accettabile. Infatti lo spirito dei miei concittadini si avvicina molto a quello degli ebrei newyorkesi, intriso com’è di cinismo e apparente crudeltà. Auslander ha un linguaggio molto ricco, usa aggettivi, sostantivi e verbi non usuali, e fa largo uso di parole o espressioni yiddish. Poiché sono abituata a scrivere dialoghi, il problema principale è stato affrontare i periodi lunghi, le ripetizioni volute, la consecutio temporum piena di trabocchetti.  Il vantaggio è stato non dover fare i conti con il sincrono e la lunghezza delle battute. Insomma, un lavoro completamente diverso che all’inizio mi ha sconcertato, ma che poi mi ha appassionato. Auslander ha detto in un’intervista che tutto quanto racconta in questa sua autobiografia è purtroppo vero: le angosce, la droga, il sesso, il terrore di un Dio punitivo e implacabile. E in effetti è lunga e difficile la strada che questo essere umano deve percorrere per liberarsi (mai del tutto, però) di tutto ciò che una famiglia e una scuola integraliste gli hanno messo dentro. Per la copertina dell’edizione italiana, Guido Scarabottolo ha disegnato una enorme nuvola nera con le sembianze di Dio, e un piccolissimo uomo che alza urlando il pugno verso il cielo. Non avrebbe potuto rendere meglio lo spirito del libro.

Elettra Caporello


pag. 2 Nota della Redazione, articolo di Dori Agrosì

Appena uscito in Italia in gennaio, Il lamento del prepuzio, ha suscitato la curiosità generale. In piena celebrazione della Giornata della Memoria, il romanzo di Shalom Auslander giunge con modalità personalissime e irriverenti a sfogare una sorta di braccio di ferro tra sé e il suo credo.
Cresciuto in una comunità ebrea ortodossa nello stato di New York, frequentando le scuole superiori presso l’accademia talmudica Marsha Stern di Manhattan, in una famiglia che prende alla lettera i precetti religiosi, terzo di tre figli, Auslander cresce nutrendosi di un’educazione soffocante. Vede costantemente l’Assoluto come un signore «vendicativo che si è avvinghiato ai miei anni formativi» e di cui non riuscirà mai a liberarsi. Lo dice però con la vena comica complice del suo successo.
«Quando ero bambino ― scrive ― i miei genitori e i miei insegnanti mi raccontavano di un uomo che era molto forte. Mi dicevano che era capace di distruggere il mondo intero. Mi dicevano che era capace di sollevare le montagne. Mi dicevano che era capace di dividere le acque del mare. Era importante che tenessimo quell’uomo di buon umore. Quando obbedivamo ai suoi comandamenti, gli eravamo simpatici. Gli eravamo così simpatici che uccideva chiunque non ci amasse. Ma quando non obbedivamo ai suoi comandamenti, non gli eravamo simpatici. Ci odiava. Certi giorni ci odiava tanto da ucciderci; altri giorni ci lasciava che ci uccidessero gli altri. Noi chiamiamo questi giorni «giorni di festa». Purim è quando cercarono di ucciderci i persiani. Pesach è quando cercarono di ucciderci gli egiziani. Chanukah è quando cercarono di ucciderci i greci».
Questo memoir autobiografico, in cui l’intento terapeutico di trovare nella scrittura una benefica via d’uscita produce un’irriverenza ironica e tanto esilarante da conquistare il lettore.
L’autore racconta della sua decisione da piccolo di voler puntualmente trasgredire i rituali ebraici, uno dopo l’altro. Da grande invece di trasgredire attraverso le parole, inveendo contro Dio, apostrofandolo e guardando la realtà con una lente tanto distorta quanto intelligente, travagliata e assolutamente personale. Per questi motivi la scrittura di Shalom Auslander è stata paragonata alla scrittura umoristica di Groucho Marx e Philip Roth, e inoltre alla comicità ebraica di Woody Allen mentre prende in giro l’ortodossia ebraica e la claustrofobica idea di famiglia. La famiglia dell’autore infatti è piena di divieti e riverenze da cui l’Auslander adulto vuole tagliare i rapporti e impostare la sua nuova famiglia secondo uno stile libero da ogni preconcetto. E proprio qui, di nuovo, tenendo a bada Dio gli chiede di non prendersela con lui, mostrando attraverso un modo così speciale di dialogare con Dio, una fede ancora molto ancorata.

Dori Agrosì