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PERSONAGGIO

Intervista a Bruno Mazzoni, docente e traduttore dal romeno


10.07.2008
Bruno Mazzoni è ordinario di Lingua e letteratura romena presso il Dipartimento di Lingue e Letterature romanze dell'Università di Pisa. È inoltre traduttore. Ha tradotto per Voland la trilogia Abbacinante di Mircea Cărtărescu.


Bruno Mazzoni ha tradotto "Abbacinante" il primo romanzo della trilogia di Mircea Cartarescu,pubblicata da Voland, può spiegarci come si sviluppa la trilogia?

La trilogia che va sotto il titolo unico di "Abbacinante" è costituita da tre parti, che assommano a circa 1500 pagine. Ciascuna di esse ha un sottotitolo che rinvia a una visione evidentemente unitaria: "L'ala sinistra", che intende registrare l'ascendenza paterna, è la prima; "L'ala destra", che chiude l'opera, vuole ripercorrere l'asse materno; la parte centrale è "Il corpo", che s'incentra sulla creatura che nasce dall'incontro di due diverse identità di genere. L'insieme che ne deriva - compresenza di maschile e femminile, in una mirabile nostalgia di un'unità indifferenziata pre-edenica - è il corpo che si evolve da una crisalide, un'aerea farfalla, dunque, metafora dell'anima secondo un'immagine già cara al pensiero filosofico classico. Il tutto in uno stile fascinosamente barocco, che presenta un continuum realtà-allucinazione-sogno dov'è difficile tracciare con chiarezza le linee di demarcazione netta tra esperienza concreta, visione onirica e più profondi fantasmi dell'inconscio, quasi la narrazione procedesse lungo una doppia fascia di Moebius.

La traduzione, arte tipicamente europea, si misura con la pluralità del patrimonio storico e linguistico. Cosa significa oggi per gli intellettuali romeni far parte dell'Unione Europea?
Posso testimoniarle che la grande cultura europea, per intenderci: quella magnificamente celebrata ad es. da Ernst Robert Curtius, non è mai stata assente, almeno nel corso del XX secolo, dalla mente degli intellettuali romeni. Mi spiego con un esempio in parallelo: qual è stato il più grande letterato 'europeo' della seconda metà del secolo scorso? senza sbagliare troppo, credo, in molti saremmo portati a dire: Jorge Luis Borges. Ebbene sì, in epoche di infiacchimento dei valori 'forti' sono proprio i'provinciales' dell'impero (delle lettere, ovviamente, in questo caso) a mantenere accesa la fiaccola di certi ideali: la Poesia, la Tradizione europea, la Cultura umanistica... e un altro grande vecchio 'europeo' non è forse, in campo cinematografico, il marginale, si fa per dire, Manoel de Oliveira?! Per non eludere però il nocciolo della domanda, posso dirle per esperienza autoptica che negli anni '60 e '70 la critica letteraria romena era di sicuro più à la page di quella italiana, meglio sincronizzata, poniamo, con quanto si pensava e si scriveva in Francia, in Germania, nel Nord America, il teatro aveva una tale vitalità da contare almeno trenta sale nella sola Bucarest, più un prestigioso teatro in lingua jiddish, mentre le tirature dei libri di narrativa e financo di poesia giungevano spesso a varie decine di migliaia di copie, per non dire della quantità e qualità delle traduzioni...

Come mai ha deciso di imparare questa lingua? Da quali altri lingue traduce?
Nel corso della mia formazione universitaria, ebbi modo di scoprire una disciplina di forte impatto culturale grazie al felice incontro con Alberto Varvaro, un giovane, valente professore di Filologia romanza dell'Università di Napoli. Fu lui a decidere il destino scientifico di molti suoi allievi, inviando ognuno di noi in un diverso spazio linguistico neolatino, sicché a me, ultimo arrivato nel parterre della cattedra, toccò la più remota Romania, dove trascorsi tre anni di eccellente apprendistato in qualità di Lettore d'italiano presso l'Università di Bucarest e di Incaricato per due semestri presso l'Università "Babes-Bolyai" di Cluj, il capoluogo della Transilvania (la regione fin troppo accreditata forse come presunta terra d'origine del Dracula stokeriano, ma ben più attraente in realtà per il suo carattere multilingue, plurietnico e pluriconfessionale, grazie a una forte minoranza di ungheresi e di sekler, in un contesto a predominanza romena, in cui ci sono però stati importanti insediamenti di sassoni, già dal Medioevo, nonché di comunità ebree e rom). Solo in anni recenti ho superato una riserva mentale piuttosto stantia (il lavoro di traduzione non è degno di figurare nel curriculum di un docente universitario) che ha pregiudicato a lungo la mia disponibilità a trasporre in italiano opere di autori romeni che possono, a mio avviso, ben figurare accanto a quelle di scrittori rilevanti sul piano internazionale.

C'è molta curiosità per le letterature dell'est, oltre ai classici soprattutto per gli scrittori giovani, testimoni del passato recente. Come vede questi giovani autori?
Di sicuro c'è un'esplosione di autori nuovi, giovani (dopo l'onda lunga della memorialista e della letteratura 'censurata' o meglio lasciata nel cassetto, in attesa di tempi più propizi...). Non vorrei citare qui alcun nome, per non fare torto ai troppi eventuali assenti: è però importante anticipare che a fine novembre grazie ad Angelo Guglielmi, assessore alla Cultura al Comune di Bologna, verrà dedicata un'intera settimana a "Cinema & Letteratura" in Romania oggi, un'occasione senz'altro importante per tastare il polso alle ultime leve letterarie. In atto c'è anche una moda di tipo più commerciale, che punta sulla trasgressione e l'esplicitazione verbale a oltranza, di tipo mimetico, senza  richiamarsi perciò ad avanguardismi o a sperimentalismi programmatici, ma questa produzione mi parrebbe piuttosto peritura.

Come vorrebbe Bucarest tra 10 anni?
Un po' meno cantiere, più conscia del suo passato, e più convinta della produzione filmica delle ultime generazioni di registi... per poter vedere i loro lungometraggi, ma persino i corti, bisogna purtroppo andare nei festival internazionali, dove spesso conquistano meritatamente premi prestigiosi.

Quali differenze trova tra gli scrittori dell'esilio rispetto agli scrittori che sono rimasti in patria?
La domanda richiederebbe una risposta piuttosto articolata, che analizzi in via prioritaria il concetto stesso di esilio. Sono senz'altro convinto che si debba parlare di esilio nel caso di Paul Goma o di Norman Manea, per fare solo due esempi di prosatori che hanno scelto di abbandonare la Romania di Ceausescu... mentre gli scrittori degli ultimi quindici anni vanno senz'altro ascritti alla categoria dei cosiddetti autori 'migranti'. Più complesso è il caso degli autori del 'primo esilio', poniamo Eugène Ionesco o E.M. Cioran, che erano già familiarizzati con la cultura d'oltralpe, come quasi sempre la buona borghesia d'un tempo. Ma perché dimenticare una forma più dolente e difficile di esilio, quello 'interiore', praticato in qualche angolo di Romania da pensatori quali Constantin Noica o Mihai Sora?

C'è un elemento riconoscibile che accomuna gli scrittori romeni?
Un forte senso della tradizione linguistica, nel bene e nel male, con Mihai Eminescu, il loro poeta 'nazionale', vero nume tutelare per tutti. Nella produzione degli ultimi trent'anni si manifesta una forte componente (auto)ironica, che prende volutamente le distanze dal realismo dominante, come pure, in poesia, una buona dose di narratività che tende a mitigare il profetismo e i toni elevati del dettato lirico pre- e post-bellico.

Lei insegna Lingua e Letteratura romena presso l'Università di Pisa, sarebbe interessante se in ogni paese europeo si potesseero insegnare/imparare tutte le lingue europee...
Di sicuro va preservata la ricchezza e la varietà del nostro patrimonio linguistico europeo ed extra-europeo, anche se purtroppo le precarie condizioni finanziarie in cui versano sempre più i nostri Atenei non lasciano prefigurare nulla, a breve, di ciò che sarebbe auspicabile. Un'azione diretta, mirante allo scopo, è stata intrapresa dall'Accademia della Crusca; e Leonard Orban, neo-commissario europeo al Multilinguismo, ha istituito una commissione di intellettuali che ha elaborato un progetto presentato e discusso il 9 maggio 2008 alla fiorentina Villa di Castello dallo scrittore Amin Maalouf.

Quali sono le lingue straniere più studiate in Italia?
Credo sia importante evitare, poniamo nelle nostre Facoltà di Lingue e Letterature straniere o di Lettere e Filosofia, il rilascio di titoli di studio fotocopia. Se tutti gli studenti o quasi optassero un po' meccanicamente per abbinare l'inglese e lo spagnolo, in considerazione di una maggiore spendibilità delle competenze linguistiche così acquisite, farebbero male a crederlo, a mio modo di vedere, e a farlo. Sempre più 'mercato' avranno di sicuro alcune lingue veicolari, importanti sul piano del commercio e degli scambi: il russo, il cinese, l'arabo, nonché le lingue dei paesi in cui l'industria italiana la delocalizzato la propria produzione. Se dovessi proporre soluzioni, suggerirei la creazione di poli universitari regionali integrati, così da potere mettere in comune forze docenti fra loro complementari, centri bibliotecari e istituzioni presenti sul territorio e strutture didattiche moderne ed efficaci.

Chi sono i suoi studenti?
In genere studenti di varia provenienza geografica - com'è nella tradizione dell'Ateneo di Pisa - che scelgono la lingua e la letteratura romena (abbinandola di solito allo studio dell'Inglese o del Russo) per le ragioni più svariate: la si metta come terza lingua, con pochi crediti per un solo esame, poi però l'idea di lavorare a stretto contatto con i docenti e con il lettore di scambio, in una classe in cui tutti partecipano e vengono chiamati per nome, spinge molti a passare al Romeno come prima o seconda lingua; le tante affinità fra le nostre due lingue, e insieme però le singolari divergenze morfologiche e lessicali, creano un notevole interesse simpatico; la presenza ricorrente di professori romeni ospiti; la possibilità di effettuare soggiorni di studio in Romania; le presentazioni di libri, di tradizioni folcloriche persistenti, gli eventi cinematografici organizzati dal Seminario di romeno, sono tutte forme di promozione della cultura romena che intendono contribuire a far conoscere sempre meglio questo popolo neolatino che conserva perfino nel proprio etnonimo la traccia viva della propria origine.
 
Dori Agrosì