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PERSONAGGIO

10 domande a Diego Marani, traduttore e scrittore
di: Dori Agrosì

Diego Marani è nato a Ferrara nel 1959 e lavora come traduttore principale e revisore presso il Consiglio dei Ministri dell’Unione Europea a Bruxelles.
Ha inventato una lingua che sembra quasi un gioco: l’europanto, un mix di lingue europee, con cui scrive su una rubrica del quotidiano svizzero Le Temps. In europanto ha pubblicato in Francia la raccolta di racconti gialli Las adventures des inspector Cabillot (Ed. Mazarine, 1999).
Bibliografia
Las adventures des inspector Cabillot, Mazarine, 1999
Nuova grammatica finlandese, Bompiani, 2000 (Premio Grinzane Cavour)
L'ultimo dei Vostiachi, Bompiani, 2002
A Trieste con Svevo, Bompiani, 2003  
L’interprete, Bompiani, 2004
Per questo primo numero N.d.T. – La Nota del Traduttore ha scelto Diego Marani come personaggio del mese poiché è stato spesso protagonista su varie rubriche culturali di quotidiani nazionali in occasione della Fiera Internazionale del Libro di Torino, focalizzando l’attenzione sulle condizioni di lavoro dei traduttori. Marani è anche scrittore e per questo motivo ha qualcosa di ancora più interessante da raccontarci.
 
1. La visibilità del traduttore. Cosa ne pensa?
La ritengo essenziale. Il traduttore è in fondo un “riscrittore” e il suo lavoro è prezioso. Creativo quanto la scrittura stessa.
2. Qual è il margine di creatività consentito nella traduzione di un testo letterario?
Infimo o infinito. Dipende dalla lingua, dallo scrittore e dal traduttore. Il passaggio da lingue diversissime impone spesso profonde trasformazioni. E' lì che si gioca la creatività del traduttore che deve allora essere fedele al contenuto più che alle parole. Ma c’è una fine creatività che deve stare a ridosso dell’autore, nel non mollarlo di una virgola. Sono due modi diversi di porsi davanti a un testo. Entrambi richiedono un lavoro lungo e difficile, invisibile alla lettura. Si può addirittura dire che l’intervento del traduttore meno visibile è, più è pregevole.
3. Crede che citando il nome del traduttore si rischia di fare un torto all’autore?
Assolutamente no. Lo scrittore non esiste senza il traduttore.
4. Quali sono le sue aspettative nella professione del traduttore?
Spero che anche in Italia il lavoro del traduttore venga meglio considerato e meglio pagato. Troppo spesso si considera la traduzione come un’attività inferiore.
5. Qual’è secondo lei, la cultura letteraria straniera attualmente più interessante?
Difficile esprimere preferenze. A me attira la letteratura di certi paesi asiatici, come la Corea. O la moderna letteratura indiana. Ma qualcosa di nuovo si muove anche in Russia. La letteratura anglofona resta comunque la più ricca e varia.
6. Quali sono i suoi autori di riferimento?
Altra domanda difficile. In questo vado a periodi. Ora mi piacciono Perutz e Walzer, ma anche Bloch e Bassani.
7. Che rapporto ha con i traduttori dei suoi romanzi?
Ottimo. Attraverso il loro sguardo sulla mia scrittura ho capito molto di me. Davanti al traduttore lo scrittore è nudo. Troppo spesso nella propria lingua riesce a nascondersi dietro le parole. La traduzione rivela quel che la coscienza si nasconde. Dei miei traduttori ho sempre apprezzato la profondità con cui affrontavano i miei testi e la laboriosa preparazione cui si sottoponevano per capirli fino nei più reconditi risvolti.
8. Le piacerebbe che le riviste cartacee di critica letteraria dedicassero uno spazio alla traduzione e ai traduttori?
Certamente. Un’attenzione dovuta. Anche le traduzioni meriterebbero recensioni.
9. C’è un argomento, in particolare, sulla traduzione per cui vuole spendere qualche parola?
Un aneddoto. Ci sono traduzioni che mi sono piaciute più degli originali.
10.  Può consigliarci una rivista di critica letteraria che ama parlare di traduzione?
Nessuna in particolare. Ma la critica letteraria francese più di quella italiana  spesso spende qualche riga sulla traduzione di un’opera. Penso a riviste come Lire o al supplemento Livres di Le Monde
 
Dori Agrosì