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PERSONAGGIO

Intervista a Paolo Collo, editor e traduttore


Paolo Collo è nato a Torino nel 1950 e da più di trent'anni lavora in Einaudi. È editor, responsabile delle letterature di lingua spagnola, portoghese e della collana di teatro. Ha tradotto, tra gli altri,  Borges, Rulfo, Skármeta, Pessoa, Saramago, Amado. Si è occupato di conquista ed evangelizzazione del Nuovo Mondo, ma anche di tango. Scrive per "Tuttolibri".
(Nella foto da sinistra: Antonio Skármeta e Paolo Collo - Foto: Marco Monterisio Photographer)
 
 
 

Come definirebbe il lavoro di editor?
Personalmente, il più bel lavoro possibile. Però ci vuole anche una vera passione, altrimenti rischia di trasformarsi in un incubo.

Quando ha cominciato?
Nel lontano, lontanissimo, 1973, dopo il fortunato incontro con il grande Giulio Bollati, allora direttore editoriale di Einaudi.

Pensa che il suo mestiere si possa imparare? Ha avuto dei maestri?
Sì, si può imparare, ma come dicevo ci vuole voglia e passione, non sempre ci capitano sotto le mani libri belli, o autori simpatici, o traduttori disponibili, o correttori attenti, eccetera, per cui bisogna avere la costanza e anche l'umiltà di imparare in continuazione. Sì. Innanzi tutto Giulio Bollati. Poi - ma quelli erano i tempi d'oro, irripetibili, dell'Einaudi - ho avuto l'opportunità di lavorare insieme a personaggi come Corrado Vivanti, Ruggiero Romano, Italo Calvino, Ernesto Ferrero, Roberto Cerati, Carlo Carena, Guido Davico Bonino, Nico Orengo, Malcolm Skey. E, naturalmente, Giulio Einaudi.

Come spiega il successo editoriale in un mondo in cui la lettura è quasi di nicchia?
"Successo" è una parola grossa. Siamo una nicchia e lo sappiamo, ma sappiamo anche che, almeno per ora, siamo insostituibili. Se uno vuole leggere, compra un libro. Il computer serve ad altro.

La letteratura è una questione di talento o di marketing?
Talento, sicuramente. Riuscire a fare dei numeri - in termini di copie - con autori come Niffoi o Haddon o Marías, vuol dire aver talento. Vendere il Codice da Vinci o La cattedrale del mare è questione di marketing.

Come concilia l'attività di editor e quella di traduttore?
Diciamo che facendo anche il traduttore si diventa più "buoni" nei confronti dei traduttori stessi. Ci si rende conto che non è poi così difficile sbagliare. Ma si diventa anche molto, molto esigenti. Io, per fortuna, traduco i libri che scelgo di tradurre. Credo che vivere facendo "soltanto" il traduttore sia un lavoro durissimo. Poter fare "anche" il traduttore è una meraviglia.

Editor e agenti letterari sono due figure concorrenti?
Concorrenti forse no. Certo è che a volte ci si prende per i capelli, ci si arrabbia, ci si offende. Ma dopo un po' di anni, finisce che alla Fiera di Francoforte si trova sempre l'occasione per bere una birra insieme.

Si può insegnare la scrittura creativa?
Lo so, mi farò dei nemici, ma ci credo poco. Si possono dare dei consigli, si può aiutare, correggere, migliorare, ecc. Ma scrivere bene è un'arte.

Quali sono oggi le letterature più interessanti?
Banalmente risponderei tutte. Ma certo è che sono arrivate delle belle sorprese e ne verranno ancora di più dalle letterature più "meticciate", più "migratorie".

Tradurre per il teatro richiede delle competenze in più rispetto alla narrativa, si può imparare?
Tradurre testi teatrali, e sceneggiature di film, è decisamente differente dal tradurre narrativa. Ci vuole più senso del ritmo, della battuta, della pausa, bisogna mettersi nei panni dell'attore, più che del lettore. Evitare parole in cui la lingua s'ingarbuglia, con cui è facile impappinarsi, e via dicendo. Si sa che le traduzioni di Shakesperare di Cesare Vico Lodovici sono osteggiate da anglisti, puristi, professorini e professoroni, ma amatissime da attori professionisti o dilettanti. Ripeto: è questione di ritmo, di musicalità. E poi bisogna fare una cosa fondamentale: rileggere la propria traduzione (ma anche il testo originale) ad alta voce. Sentirsi, insomma. Ma questo è un consiglio che darei anche per qualsiasi altra traduzione.

Dori Agrosì