
Tradurre, come ben sa chiunque faccia questo mestiere, è soprattutto catturare
lo spirito dell’autore e trasportarlo nella propria lingua perché il lettore di
diversa nazionalità ne riceva le stesse sensazioni del lettore nella lingua originale.
La buona traduzione, secondo me, è quella dove i termini, la costruzione delle
frasi e la punteggiatura fanno, nella lingua d’arrivo, lo stesso effetto che nella
lingua di partenza. Fedeltà assoluta al senso, dunque, ma senza l’ossessione della
struttura d’origine. Quanto più una traduzione “vibra” in maniera diversa dall’originale,
tanto più quella traduzione è mal riuscita, anche se magari si rivela un buon
prodotto in sé (è il caso, a mio parere, della traduzione di Eco di Esercizi di
stile di Queneau: troppo personale, troppo localizzata, troppo “esercizi di stile”
del traduttore anziché dell’autore. Non me ne voglia il grande Umberto, del quale
non ho letto altre traduzioni ma che apprezzo moltissimo come scrittore).
In quest’ottica, tradurre Eric-Emmanuel Schmitt è veramente divertente, perché
scrive in maniera talmente semplice e universale che il traduttore può spaziare
sull’intera tavolozza della propria lingua mantenendo quasi intatta la natura
dell’originale e riuscendo, allo stesso tempo, a trasporre anche le più piccole
sfumature. Per questo immagino, ma mi piacerebbe averne conferma dai colleghi
foresti, che risulti bene in tutte le lingue.
Attenzione però, non è affatto una scrittura minimalista, tutt’altro. Questo
signore dalla mente più che fertile, infatti, riesce a conciliare nelle sue trame
pathos e distacco filosofico da ciò che racconta, di passare con estrema disinvoltura
da momenti comici a momenti drammatici sul fil rouge di una sottile ironia che
tutto pervade, di esibire una profonda e spietata conoscenza psicologica dell’animo
umano ed esporcela con poesia, di prodursi in citazioni azzeccate senza mai passare
da barboso intellettuale, il tutto tenuto insieme da un linguaggio (e questo ci
riguarda direttamente) che è insieme erudito ed elementare, molto colloquiale.
Se dovessi assimilarlo a una carta dei tarocchi, direi il Bagatto.
Proprio il tono colloquiale è la cosa che mi ha colpito di più e su cui si è
concentrata la mia attenzione. Forse “colloquiale” non è il termine esatto, fa
venire in mente una conversazione a due e non è così. Però è indubbio che la scrittura
di Schmitt sia “parlata”, come se si stesse rivolgendo a un uditorio che è sempre
lì e non si stanca mai di ascoltarlo. Per tradurlo mi sono calato in questo meccanismo
visionario, immaginando di fronte a me un’ideale serie di facce affascinate da
quello che stavo raccontando e indispettite quando smettevo di lavorare. Così
l’uso dei termini veniva condizionato dalle espressioni di quel mio pubblico di
fantasmi; mi era chiaro dalle loro smorfie quando, per esempio, l’uso retorico
di una frase interrogativa in francese acquistava in italiano una sfumatura petulante,
mentre raggiungeva l’effetto voluto se espressa in forma positiva (il francese
in genere abbonda sempre troppo di punti interrogativi, per i miei gusti).
Ho capito quanto Schmitt abbia bisogno del pubblico. Non è artista che scriva
per sé, per un bisogno impellente di svuotarsi e basta. Almeno, non solo. Scrive
per essere letto, ascoltato, goduto. Scrive per divertire il prossimo (forse ho
detto un’ovvietà, ma giuro che mi è capitato di tradurre autori che, più che far
divertire il loro pubblico, sembravano volerlo torturare a tutti i costi, farlo
soffrire, litigarci, angosciarlo).
Non a caso, quando scrive teatro è come un pesce nell’acqua: Piccoli crimini
coniugali scorre con la fluidità di una trota in un torrente di montagna, e come
una trota salta dall’una all’altra delle molteplici sfaccettature dell’essere
in cui ognuno di noi può identificarsi. I racconti brevi (o monologhi teatrali
che siano) sono sognanti, ma non nel senso di sconclusionati: sognanti perché
ti lasciano dentro il senso della grande verità catturata per un attimo durante
un sogno rivelatorio e poi scomparsa al risveglio. Questo almeno è l’effetto che
mi ha fatto Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano, e ancora di più Milarepa. Nel
romanzo lungo, è stupefacente come l’autore riesca a mantenere lo stesso ritmo
tamburellante e affabulatorio per quattrocento pagine senza un attimo di cedimento:
leggere La parte dell’altro per credere.
Tutto bene, allora? Direi proprio di sì. L’unico punto debole, a volerlo trovare,
sono forse le conclusioni. Sarà perché tutto è talmente scoppiettante che uno
si aspetta il fuoco d’artificio finale, sarà perché la nostra forma mentis occidentale
si ostina a dividere gli eventi in inizio-svolgimento-fine, sta di fatto che in
Schmitt c’è una côté taoista che sembra spingerlo invariabilmente verso soluzioni
d’equilibrio, quasi a voler sfuggire di proposito la passionalità delle soluzioni
estreme. O forse siamo noi che dobbiamo riabituarci al fatto che il vero fuoco
d’artificio finale è la serenità.
Alberto Bracci Testasecca Alberto Bracci Testasecca è nato a Roma il 1 dicembre
1954 e traduce dall’inglese, dal francese e dallo spagnolo.
Ha tradotto:
Elizabeth Fackler - Chi ha ucciso Arly Walbridge? - LONGANESI & C.
Jerry Oster - Gli occhi del drago - LONGANESI & C.
Marilyn Ross - Lacrime d'ametista - CURCIO collana Bluemoon
Peter Rockwell - Lavorare la pietra - NUOVA ITALIA SCIENTIFICA
Freda Hurt - Intrigo d'amore - CURCIO collana Bluemoon
Nora Roberts - Harem - CURCIO collana Bluemoon
Shoshin Nagamine - Antichi maestri di Okinawa – MEDITERRANEE
Diego Armando Maradona - Io sono El Diego – FANDANGO
John Pilger - I nuovi padroni del mondo – FANDANGO
James Wilson - La terra piangerà – FAZI
Sheryl Salloum - Malcolm Lowry Vancouver Days – FANDANGO
Eric Laurent - La guerra dei Bush – FANDANGO
Eric-Emmanuel Schmitt - Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano - E / O
AA.VV. - La Foce, giardino e paesaggio di Toscana - LE BALZE
Anna Politkovskaia - Cecenia: il disonore russo – FANDANGO
Eric-Emmanuel Schmitt - Milarepa - E / O
Eric-Emmanuel Schmitt - Piccoli crimini coniugali - E / O
Eric-Emmanuel Schmitt - La parte dell'altro - E / O