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SAGGIO

Un uomo senza patria
di: Kurt Vonnegut / editore: minimum fax, 2007
traduttore: Traduzione dall'inglese di Martina Testa


Quando il direttore editoriale di minimum fax mi ha assegnato la traduzione della raccolta di saggi Un uomo senza patria, l'ultimo libro di Kurt Vonnegut, sono stata per un attimo restia ad accettare. Non avevo - lo ammetto con grande vergogna - mai letto un libro di Vonnegut, e come traduttrice ho ben poca esperienza con testi che non siano di narrativa. Temevo di essere del tutto inadeguata all'impresa, ero in soggezione anche soltanto a leggere il nome dell'autore sul frontespizio. Ma ho deciso di raccogliere la sfida.
E la bellissima sorpresa è stata che le temute insidie non c'erano. Un uomo senza patria mi è sembrato un libro tanto piacevole da tradurre quanto lo è da leggere. La scrittura di questo ultimo Vonnegut - quella dei suoi capolavori del passato continuo, con inalterata vergogna, a non conoscerla - è piana e scorrevole, tutta fatta di aforismi, brevi aneddoti, giudizi concisi e sagaci (ma a volte pesantissimi) sull'America e la civiltà occidentale di oggi. La lingua non è quella di un ambizioso narratore postmoderno ma quella di un uomo anziano, saggio e lucidissimo con una sconfinata verve umoristica.
La sensazione è stata quella di sentir parlare - e, come traduttrice, far parlare - il nonno che (senza nulla togliere ai miei nonni autentici) avrei sempre voluto avere. Un nonno che ha mille storie da raccontare, dai bombardamenti su Dresda alla canna fumata coi Grateful Dead, e molte lezioni da insegnare con umiltà e con garbo; e che dice, quando è il caso, le parolacce. È una voce di intellettuale che abbatte subito ogni distanza fra sé e il lettore, una voce con cui anche il traduttore non fa fatica a trovarsi in sintonia, sia sul piano delle idee che del modo di esprimerle. È stata una gioia, oltre che un sollievo, scoprire che gli oltre cinquant'anni di vita, di esperienza, di cultura letteraria che mi separano da questo maestro della letteratura americana non li sentivo affatto.
"Per quanto mi riguarda, la teoria dell'evoluzione può andarsene vaffanculo. Noi siamo un errore madornale. Abbiamo ferito a morte questo bel pianeta - l'unico in tutta la Via Lattea capace di sostentare la vita - con un secolo di folle frenesia del trasporto. Il nostro governo sta conducendo una guerra contro la droga, giusto? Allora perché non se la prende con il petrolio? Lì, altro che ebbrezza distruttiva! Uno ne ficca un po' dentro l'automobile e può andarsene in giro a duecento all'ora, investire il cane dei vicini e fare a brandelli l'atmosfera". Sarebbe difficile non sottoscrivere, e difficile dirlo in maniera più immediata, diretta, efficace. Ecco perché Un uomo senza patria è un gioiello di onestà e di vis polemica che si legge - e si traduce - tutto d'un fiato, inseguendo con entusiasmo il filo dei pensieri di uno spirito libero che sembra non conoscere la pedanteria o la pretenziosità.

Martina Testa