
Appena finito di leggere
A Thousand Years of Good Prayers di Yiyun Li che Einaudi mi aveva proposto di tradurre, il mio primo pensiero
è stato "Che racconti stupendi, folgoranti! Li voglio assolutamente tradurre",
e poi, a breve distanza, si è insinuato, minaccioso, il secondo: "Però c'è un
problema immane: sono scritti in inglese, ma hanno l'anima cinese!" Certo, per
tradurre un libro bisogna conoscere bene la lingua di partenza, ma anche la cultura
e la
w e l t a n s c h a u u n g che quella lingua esprime. Ero, sì, in possesso del primo requisito, ma per
me la Cina costituiva un universo completamente sconosciuto. A questo problema
se ne aggiungeva un altro: l'autrice, trapiantata negli Stati Uniti da pochi anni,
sebbene egregiamente, scriveva in una lingua "adottiva", in una lingua che non
corrispondeva alla concezione del mondo che permeava i suoi racconti. Li aveva,
insomma, già mediati, "tradotti" per così dire da un'altra lingua, da una lingua
assente. Da questa consapevolezza scaturivano due domande: 1) In quale misura
quella lingua assente aveva influito sulla lingua della scrittura? Ossia, aveva
lasciato tracce nel testo e, in caso affermativo, come sarebbe stato possibile
mantenerle nella versione italiana? 2) In un caso anomalo come questo, in cui
la traduzione sarebbe stata, anziché un passaggio diretto, una sorta traslazione
derivata del testo, non si rischiava di occidentalizzarlo troppo, di appiattirlo,
di togliergli quel tocco di "incommensurabile" che tanto mi affascinava?
Consapevole che in questo lavoro avrei veramente camminato sul filo del rasoio
dalla prima all'ultima riga ma, allo stesso tempo allettata dalla sfida (per chi
fa questo mestiere le sfide sono pane quotidiano), ho accettato l'incarico. Intanto
che traducevo altre cose, ho messo da parte tutti gli articoli sulla Cina che
trovavo sui giornali e, per cercare di accostarmi in qualche modo alla realtà
cinese mediata da un'altra lingua (anche in questo caso l'inglese), ho letto i
Cigni selvatici di Jung Chang.
"Non ce la farò mai!" è stato il terzo pensiero, che mi ha tenuto inchiodata
per un bel po' alle prime righe del primo racconto quando, infine, ho dato di
piglio alla traduzione. Ormai per me questo è un pensiero ricorrente, che mi attanaglia
ogni volta che devo iniziare un nuovo lavoro. Credo, d'altra parte, che sia un
sano incentivo all'umiltà e a non prendere mai sottogamba una traduzione. In questo
caso però, era particolarmente tormentoso. Come sarei riuscita a rendere quella
prosa così essenziale, tersa, distillata, che s'incideva come una lama sulla pagina
per poi incidersi nell'anima del lettore in un italiano che, se non prolisso,
è perlomeno tendenzialmente loquace? Dopo le prime esitazioni, però, mi sono resa
conto che
Mille anni di preghiere era uno di quei casi felici in cui la forza della prosa dell'autrice mi dava
una grande sicurezza nel percorso traduttivo, nella scelta di una parola piuttosto
che un'altra, di un particolare giro di frase, e così via.
Mano a mano che procedevo nella traduzione poi, sono apparse quelle tracce della
lingua assente di cui avevo sospettato l'esistenza, insieme a qualche - come chiamarla?
- "interferenza" culturale, a qualche rara, lieve "imprecisione" terminologica.
Ho segnalato i vari punti a Grazia Giua che, insieme a Francesco Guglieri, ha
rivisto la mia traduzione (due sparring partner davvero ineccepibili che a lavoro
ultimato mi hanno lasciato con un senso di arricchimento professionale, il sogno
di ogni traduttore!). Insieme abbiamo deciso di interpellare l'autrice e, dopo
aver avuto la conferma, per esempio, che "pearl cherries" e "jade barrets" erano
calchi dei nomi popolari cinesi di due varietà di fiori selvatici, abbiamo lasciato
"ciliegie perlate" e "fermacapelli di giada". Abbiamo saputo anche che il "two-bedroom
flat" non era un "appartamento di tre camere e cucina" come si tradurrebbe normalmente
in un contesto occidentale, bensì un "appartamento di due stanze" perché nel particolare
ambiente cinese descritto è normale che la vita quotidiana, compreso il ricevere
gli ospiti, si svolga nella camera da letto principale. Sono particolari minimi,
certo, ma messi tutti insieme conferiscono un'impronta inconfondibile alla prosa
di Yiyun Li la quale, se fossero stati ignorati, appiattiti o altrimenti addomesticati,
a mio avviso sarebbe risultata completamente snaturata.